mercoledì 31 luglio 2013

Buona estate...

Cari amici, per il mese di agosto "La vibrazione nera" si prenderà un po' di vacanze.
Ci vediamo a settembre con nuove recensioni, interviste e segnalazioni sul mondo su Noir&Storia&Mistero!
A tutti, un grande augurio di buon riposo e buone letture!





lunedì 29 luglio 2013

[Intervista]- Claudia Molteni Ryan: la Monaca di Monza, come nessuno ve l'ha mai raccontata.

Per presentare Claudia Molteni Ryan, autrice e compagna di cordata alla Leone editore, prendo in prestito le parole dal suo sito personale. Scrittrice, giornalista, insegnante di storia dell'arte. Claudia Molteni Ryan ha frequentato il liceo artistico a Como e la facoltà di Architettura al Politecnico di Milano. Insegna storia dell'arte in un liceo linguistico e collabora come giornalista con riviste specialistiche di design. E' iscritta all'Ordine dei giornalisti dal 1997. Ha curato una monografia su Alessandro Mazzucotelli per la rivista "Il ferro battuto" edita da Di Baio e ha pubblicato il libro "L'atto del vedere" con Zanichelli. Nel novembre 2010 ha pubblicato "Giro di boa" con Edizioni Si. Nel luglio 2012 è uscito il suo romanzo storico “Virginia”, Leone Editore.

"Virginia" è il tuo romanzo d'esordio con la Leone Editore. Una biografia, documentatissima, della famosa Monaca di Monza. Un argomento non facile da maneggiare, visto che è stato trattato dal Manzoni. Per quale motivo hai deciso di occuparti di questo personaggio?


Ricordo un giorno, mentre stavo scrivendo il romanzo, che parlando con un'insegnante di italiano delle scuole superiori le dissi che mi stavo occupando della Monaca di Monza. Lei rimase perplessa e mi disse che era un argomento molto difficile e, sinceramente, mi era sembrata un po' dubbiosa, come se dopo il Manzoni nessuno potesse osare...
Per scrivere di Marianna de Leyva, suor Virginia, ho dovuto ovviamente non considerare il Manzoni. Bisogna però specificare alcuni punti: il Manzoni usò la storia della "Signora" all'interno di un'altra storia, quella di Lorenzo e Lucia, e per far questo cambiò anche il periodo storico, perciò non tra la fine del '500 e l'inizio del '600 ma nel '600 inoltrato, oltre che cambiare anche i nomi dei protagonisti; inoltre non entrò nei dettagli della storia della vita di Virginia e alcune parti le cambiò a suo piacere.
Io ho preferito partire dai dati effettivi della sua vita e ho poi lavorato su emozioni e sentimenti. Osare scrivere di un argomento trattato dal Manzoni ha comunque dato dei frutti, perché il romanzo ha vinto tre premi letterari, e ne sono davvero felice.
Perché ho deciso di occuparmi di questo personaggio? Perché è un personaggio femminile incredibilmente affascinante: passione amorosa, senso del dovere, tenacia, orgoglio, paura, speranze, sogni, delusioni... la sua è una storia ricchissima, coinvolgente, che tocca l'anima. Dopo aver visto una rappresentazione teatrale intitolata "La Monaca di Monza", non potevo più togliermela dalla mente, così ho iniziato a documentarmi e poi scrivere è stata una conseguenza naturale, imperativa.

Come si è svolto il lavoro di documentazione e quanto ti ha impegnato?

Documentarmi su di lei non è stato difficile. Ho trovato un libro con gli atti processuali (prestato da una collega, tra l'altro) e poi ho letto dei saggi sulla sua vita. Una volta preso atto dello svolgimento dei fatti, il lavoro importante è stato l'immedesimazione con Virginia. È stato potente e molto interessante, coinvolgente. Mi sono molto "divertita".

Francesco Hayez - La Monaca di Monza
In un periodo storico in cui si parla tanto di femminicidio e di diritti delle donne, pensi che la vicenda di Marianna de Leyva abbia ancora qualcosa da insegnare alle nuove generazioni?

La sua storia è molto più contemporanea di quanto potrebbe sembrare a prima vista. In pratica parla di una ragazza a cui è stata imposta la volontà della famiglia e non ha potuto scegliere quale vita condurre. Questo accade ancora oggi in molte parti del mondo. Poi parla di una donna a cui è negata la libertà, non solo quella fisica di movimento, ma anche quella di amare qualcuno. Pensiamo alle tre giovani donne liberate il maggio scorso a Cleveland negli USA, rapite e segregate per dieci anni in una casa (purtroppo non sono un caso isolato), oppure alle povere prostitute-schiave che, anche qui in Italia, spesso vengono scoperte dalla polizia; oppure, più semplicemente, a certi paesi mussulmani integralisti dove le donne non sono libere di uscire di casa da sole, incontrare amici, e magari neppure sposare chi vogliono.
Virginia è stata una donna forte, che ha saputo osare e ne ha pagato le conseguenze con orgoglio e tenacia, infatti dopo quattordici anni di isolamento non è impazzita. Alle nuove generazioni può insegnare che non bisogna rassegnarsi.

Come mai hai deciso di scrivere di Storia e quanto ti è stata d'aiuto la tua professione di insegnante di Storia dell'Arte nella preparazione del manoscritto?

Ho una naturale inclinazione che mi fa amare tutto ciò che viene dal passato. Ovviamente insegnando Storia dell'Arte parlo anche di Storia, sono strettamente interconnesse, questo forse mi permette di sentirmi a mio agio nel passato, qualsiasi periodo sia.
Una mia amica mi prende in giro perché dice che quando nel romanzo incomincio a descrivere delle parti architettoniche, si capisce che insegno Arte!

Quali sono i tuoi progetti futuri: che cosa bolle in pentola?

Attualmente sto scrivendo un romanzo ambientato nel X secolo, parla di un personaggio anch'esso molto interessante, Gerbert d'Aurillac, un genio del suo tempo. Una storia difficile, che presuppone molte ricerche storiche: la vita nell'alto medioevo, la vita di Gerbert e dei personaggi che ha frequentato, la Storia di quel periodo, i luoghi...
Per scriverla mi sono anche recata a Cordova, dove si svolge una parte del romanzo, oppure a Bobbio, dove lui ha vissuto alcuni anni.
Per me è un libro più difficile di Virginia, anche perché parlo di un uomo.
Lo consegnerò all'inizio di settembre, poi sarà compito dei lettori dirmi se ho fatto un buon lavoro!

Grazie a Claudia, per la disponibilità. Qui sotto trovate una videointervista dell'Autrice.

domenica 21 luglio 2013

[Recensione]- Agatha Raisin e la quiche letale, di MC Beaton

Agatha Raisin e la quiche letale (Astoria edizioni, disponibile in cartaceo ed ebook) è il primo episodio della saga dell'investigatrice Agatha Raisin, formidabile personaggio creato dall'autrice MC Beaton
Agatha è una matura signora inglese che, dopo una vita passata a battagliare per imporsi nel difficile mondo delle PR, decide di vendere la sua società e di ritirarsi in pensione nel Costwolds. Per chi non lo sapesse, il Costwolds è una catena collinare situata nell'area centrale dell'Inghilterra (o almeno così dice wikipedia). Un grazioso angolo di mondo in cui il tempo pare essersi fermato agli inizi dell'Ottocento, con una fila di cottages in mattoni, prati all'inglese e un vicinato borghese e spietatamente pettegolo.
Agatha, che è tutto tranne che una casalinga disperata, si sente un pesce fuor d'acqua. Per ingraziarsi il vicinato, invita a cena l'orribile coppia Cummings-Browne, due loschi figuri, scrocconi fino all'inverosimile. E per completare l'opera e sentirsi integrata nell'allegro paesello, Agatha decide di iscriversi a una gara di quiche. Peccato, però, che la nostra eroina non abbia mai toccato fornello e i suoi pasti si basino esclusivamente su prodotti scongelati al microonde. L'arzilla signora, però, non si dà per vinta e decide di procurarsi una quiche nel miglior negozio di gastronomia di Londra.
Insomma, lo avrete capito, Agatha non è una santa. Tutt'altro: è bara, egoista e manipolatrice. La sua scorrettezza viene punita: dopo aver assaggiato la sua quiche il giudice di gara, proprio il signor Cummings-Browne, rimane secco. Il verdetto del medico legale non lascia dubbi: avvelenamento da cicuta.
una veduta del Costwolds
La povera Agatha si ritrova in un mare di guai: perché la cicuta è finita proprio nella sua quiche? Per scrollarsi di dosso l'accusa infamante di omicidio, la Raisin comincia a indagare per conto proprio. Ficca il naso dove non dovrebbe, mettendo sottosopra il villaggio, che in realtà si rivela molto meno tranquillo  di quanto non sembri: una vera e propria fucina di mogli insoddisfatte e fedifraghe, con il vecchio Cummings-Browne a fare la parte del latin lover. 
Alla fine, Agatha riesce a scovare l'assassino, ma rischia davvero di rimetterci la pellaccia. Anche grazie ai suoi angeli custodi, l'effeminato ex dipendente Roy e l'atarassico e saggio Bill Wong, la vecchia faina riesce a scampare e a conquistare l'ammirazione dei compaesani.
Un giallo alla Christie (e l'ispirazione è evidente già dal nome della protagonista), in cui la trama gialla non è certo il valore principale per cui accostarsi a questo romanzo. Prima di tutto c'è l'atmosfera british, non quella caotica di Londra, ma il fascino tutto particolare della campagna inglese. E poi, soprattutto, c'è lei: Agatha: astuta, cocciuta, boriosa e invidiosa, capace di squallidi compromessi e formidabili voltafaccia. 
Eppure, Agatha ci strappa un sorriso proprio perché rivela la parte peggiore di sé senza alcun pudore. 
Insomma, il punto di forza del libro è proprio lei: Agatha, un'adorabile stronza.

giovedì 18 luglio 2013

[Intervista]- Silvia Cosimini, e le parole per raccontare il ghiaccio dell'Islanda

Il nero viene dal Nord. E' una realtà assodata, ormai. Il pubblico europeo, e quello italiano in particolare, sembra avere una predilezione per i noir ambientati in Scandinavia, spesso con ambientazioni estreme. Il grande successo editoriale della trilogia Millenium parla da solo. 
Esiste, tuttavia, un tipo peculiare di thriller: quello di matrice islandese. Luogo estremo e vulcanico, l'Islanda richiama, nell'immaginario collettivo, il vapore dei geiser o l'eruzione vulcanica che, qualche anno fa, ha paralizzato i voli dell'intera Europa.
Ma quali sono i processi di elaborazione e traduzione attraverso cui un testo, concepito in una lingua apparentementre inaccessibile, arriva nelle librerie del nostro Paese?
Ho incontrato il nome di Silvia Cosimini leggendo il thriller islandese Il piromane, interessante romanzo pubblicato dalla casa editrice Atmosphere libri. 
Silvia Cosimini, grande appassionata di cultura islandese, è la traduttrice "ufficiale" dei tanti romanzi noir islandesi pubblicati in Italia. 

Sul tuo sito hai trascritto una citazione di Hallgrímur Helgason: “L’Islanda è un paese che a volte c’è e a volte no. Dipende da come gli gira al grafico”. Questa isola estrema, glaciale e vulcanica, evidentemente per te ha un ruolo molto importante. Com’è entrata nella tua vita?

È stato all’università, durante il primo corso di Filologia Germanica, durante il quale mi sono avvicinata per la prima volta alla letteratura islandese antica. Mi si è aperto un mondo nuovo, ho scoperto una letteratura ricchissima e una lingua estremamente affascinante, che per un certo periodo ho continuato a considerare ‘morta’, forse perché la conoscevo soltanto attraverso i testi antichi. Poco dopo sono partita per una specializzazione a Reykjavík e ci ho vissuto per quattro anni; è stato solo allora che ho capito come invece fosse una lingua esile, sì, ma estremamente viva e vitale, come una pianta che vive in condizioni climatiche proibitive e va protetta, perché sarebbe una perdita enorme per la cultura europea se andasse perduta. Ho scoperto anche la letteratura islandese contemporanea, che in Italia vent’anni fa era quasi sconosciuta, e ho capito che avrei voluto fare da ponte, da mediatrice tra la mia cultura d’origine e quella in cui mi ero inserita. Ecco, se è vero che sugli atlanti europei l’Islanda a volte c’è e a volte no, diciamo che me la sono presa a cuore, e ho sempre cercato di fare in modo che ci fosse.

La traduzione è un processo molto delicato, il traduttore deve trovare le parole ‘giuste’ senza tradire le reali intenzioni dell’Autore, quasi nascondendosi. Come approcci un romanzo nel momento in cui inizi a tradurre?

Di solito si tratta di un romanzo che ho già letto, mi capita di rado di iniziare una traduzione senza sapere che cosa mi attende. Durante la lettura mi sono già fatta una prima idea delle varie ‘voci’ dei personaggi, del tono, del ritmo, dello stiledell’autore; è la cosa che più mi piace della traduzione, il fatto che mi consenta di essere camaleontica, di sfoderare personalità diverse, di far parlare tanti ‘io’ tutti diversi da me – è la sfida più interessante del mio lavoro. E e devo metterci la vita, dentro: una traduzione perfetta ma piatta e asettica non funziona mai. Poi ci sono le riletture, due o tre, con cui limo e perfeziono il testo: è la fase più difficile per me, perché ogni lavoro è perfettibile e corro sempre il rischio di non accontentarmi mai. Se incontro dei problemi linguistici o culturali mi rivolgo direttamente agli autori, perché di solito li conosco tutti e siamo in ottimi rapporti; sono sempre più che disponibili a darmi una mano a chiarirmi i punti poco chiari. La loro collaborazione è la parte più gratificante di questo mestiere.

Il noir nordico sta riscuotendo un grande successo in Europa. Come ti spieghi le ragioni di questo consenso? Cos’ha il noir dei nordici rispetto a quello dell’Europa cenro-meridionale?

Devo ammettere che non sono una lettrice di gialli o di noir, e a dire il vero, a parte quelli che leggo per lavoro, non li annovero tra le mie letture preferite (ops, si può dire, su un blog come questo?), quindi non conosco bene il genere, ma del noir nordico – e in particolare islandese – mi piace molto l’aspetto sociale, il fatto che il crimine sia lo spunto per aprire una finestra sulla società che l’ha prodotto, anche dal punto di vista storico; mi piace il fatto che non si facciano sentimentalismi, e mi incuriosisce il diverso modo in cui si trattano i cibi – l’agente Erlendur mangia in fretta davanti al forno a microonde, vive di confezioni di cibi precotti o dei piatti tradizionali islandesi: pecora, purè, pesce bollito. Niente a che vedere con il culto di sapori di Camilleri o di Markaris.

Esistono secondo te delle differenze specifiche tra il genere noir islandese e quello proposto dai paesi scandinavi (Danimarca, Norvegia, Svezia)?

Posso dire che per quanto riguarda l’Islanda c’è un dato di fatto fondamentale da tener presente, ovverole particolari condizioni ambientali e la scarsità della popolazione, che costringe gli autori a rispettare esigenze di verosimiglianza. Sarebbe impossibile ambientare crimini efferati in un posto dove quasi non esistono violenze, privo di vie di fuga e dove tutti si conoscono. Poi c’è il clima islandese che lascia il segno sulle coscienze dei protagonisti: la vita di Erlendur è segnata dalla perdita del fratellino scomparso in una bufera, vive in una città che non lo rappresenta, si porta dentro la frattura tra campagna e realtà urbana che ha caratterizzato l’Islanda nell’immediato dopoguerra, e il suo sguardo amareggiato e sofferto impronta tutti i romanzi. La tradizione popolare e la presenza di spettri, fantasmi e spiriti è un altro fattore caratterizzante: basta pensare alla presenza viva del fratello di Erlendur, o al bambino di Mi ricordo di te di Yrsa Sigurðardóttir, o al Piromane di Jón Hallur Stefánsson.

Ci puoi citare un autore/autrice islandese nel quale ti sei particolarmente immedesimata, spiegandocene le ragioni?

Anche se non è un giallista? Allora direi sicuramente Jón Kalman Stefánsson, di cui ho tradotto già tre romanzi, con il quarto in lavorazione. Il genere che tratta non ha niente a che vedere con la letteratura noir e ha uno stile che mi ha subito conquistata, a cui mi sono sentita immediatamente affine. Ha una sensibilità con cui mi è stato facile sintonizzarmi, e poi ambienta molte sue storie nei Fiordi occidentali, la mia zona preferita. Un vero feeling, insomma. 

Grazie a Silvia, per aver risposto a questa intervista.Se volete approfondire, potete andare sul suo sito

lunedì 15 luglio 2013

Ancora i Borgia, questa estate. Storia e brividi sotto l'ombrellone.

Dal 05 luglio, ogni venerdì, Sky Cinema Hits propone le repliche della prima stagione de "I Borgia" (Tom Fontana), in attesa che venga messa in onda la seconda serie.
Gli errori storici, ormai gli esperti borgiani l'hanno gridato ai quattro venti, sono tanti e, a volte, davvero mardonali. Secondo me, però, non è questo il punto. Una serie televisiva deve avere lo scopo di incuriosire, di creare suggestioni, di sospendere - per un attimo - lo scorrere del tempo per trascinarci nel torbido XV secolo.
E I Borgia, su di me, hanno questo effetto. Trovo molto azzeccatto il consumato attore John Doman nei panni di Rodrigo, "lo più carnale homo". Così come apprezzo l'italiana Marta Gastini nei panni della scandalosa Giulia Farnese. La Gastini, a mio avviso, esprime bene quel micidiale mix di sensualità e acuta intelligenza che doveva caratterizzare la giovane Farnese.
Di serie televisive sui Borgia ce ne sono due, come sanno in molti, entrambe con budget stellari. Quella di Tom Fontana, di cui abbiamo appena accennato, e quella di Neil Jordan ("The Borgias"), in cui il grande Jeremy Irons intrepreta Alessandro VI.
La rivista Storia in Rete ha recentemente pubblicato un dossier in due parti, in cui le celebri autrici Elena&Michela Martignoni hanno sentito il parere di alcuni romanzieri storici sull'argomento "Borgia in tv". In questa prima parte trovate gli interventi della saggista Daniela Pizzagalli e del romanziere Carlo Adolto Martigli, autore dei best seller "L'ultimo custode" e "L'eretico". Nella seconda parte, trovate le interiviste alla scrittrice Patrizia Debicke, che tanto Rinascimento ha messo nei suoi romanzi, a Mauro Marcialis (Il Sigillo dei Borgia), e al sottoscritto.
Per cui, se il genere vi interessa, preparatevi a fare una bella scorpacciata di intrighi e veleni sotto l'ombrellone. E, a tal proposito, vi segnalo alcune novità sul mio romanzo "Il labirinto occulto". E' ormai ufficiale: il libro verrà tradotto e pubblicato in Spagna, Cile, Messico, Argentina (Algaida editores) e in Albania (Ombra GVG). Vi lascio con un paio di recensioni freschissime: una a cura di Nico Donvito su Affari Nostri e una a cura di Cinzia Giorgio su Velut Luna Press.
Buone letture!

domenica 7 luglio 2013

[Intervista]- Cocco&Magella, e una Kay Scarpetta sul lago di Como

Lui è Giovanni Cocco, finalista al premio Campiello con il suo romanzo d'esordio "La caduta". Lei, Amneris Magella, svolge la professione di medico legale. Insieme hanno scritto il libro "Ombre sul lago" (Guanda), i cui diritti sono stati venduti in nove paesi prima della pubblicazione in Italia.
Una vicenda con una splendida cornice, quella del lago di Como, una riflessione profonda sulla storia italiana e al contempo un piacevole giallo, alla Agatha Christie, da leggere tutto d'un fiato.
Qui potete leggere la recensione de "La vibrazione nera".
Giovanni e Amnesi hanno accettato di rispondere a qualche domanda per i lettori del blog.

"Ombre sul lago" è un romanzo su una doppia indagine: l'investigazione sul piano del presente porta alla riscoperta di una pagina antica e dolorosa della storia italiana. Perché avete scelto questa peculiare struttura narrativa? Perché non ambientare il giallo direttamente nel passato?

In un momento storico in cui la narrativa italiana è zeppa di Commissari e Ispettori ci piaceva l’idea che anche il nostro lago ne avesse uno in grado di raccontare il presente, i luoghi che amiamo. E mica uno qualsiasi. Stefania Valenti è una specie di Kay Scarpetta in salsa lacustre, un Montalbano donna che si aggira in questo territorio conosciuto in tutto il mondo. E’ una donna reale, forte, che non si prende troppo sul serio e riesce a mandare avanti, tra mille difficoltà, la propria famiglia e il proprio lavoro. Un antieroe per definizione, senza super poteri e senza spocchia, che si fida del proprio intuito e della propria idea di giustizia. 
I luoghi mussoliniani e le vicende della Seconda Guerra Mondiale, invece, appartengono alla storia e alla tradizione popolare. Ci è sembrato giusto fornirne una versione un po’ diversa da quelle che vanno per la maggiore.

Il lago ha un ruolo molto importante nel romanzo. Secondo voi esistono alcune ambientazioni che favoriscono l'atmosfera "noir"?

L’Editore ha scelto di presentare il libro come noir. A nostro avviso si tratta di un romanzo difficile da etichettare, proprio per il contrasto tra le tinte fosche della vicenda ambientata nel passato e quelle dell’indagine nel presente: i paesaggi del lago di Como, una vicenda che si svolge in primavera, da febbraio alla fine di maggio, tanta luce e frotte di turisti in arrivo. A nostro avviso si tratta di un poliziesco classico, alla Agatha Christie.

Scrivete a 4 mani e avete optato per una protagonista femminile. Come mai questa scelta? Quanto c'è di ognuno di voi in lei?

Nella coppia Amneris rappresenta Fruttero e Giovanni Lucentini (ecco perché in copertina appaiono i due cognomi separati da una e commerciale). Il cervello è quello di Amneris, che detta i tempi della scrittura e si occupa di tutto quello che riguarda la trama. Il braccio è quello di Giovanni, che costruisce i personaggi e mette a punto descrizioni e dialoghi.


I diritti di traduzione di "Ombre sul lago" sono state venduti in 9 paesi prima della pubblicazione in Italia. Quali sono gli elementi, secondo voi, che hanno determinato questo riscontro positivo? 

Il fascino del lago di Como visto dalla prospettiva insolita di Ombre sul lago. Nel romanzo raccontiamo le grandi ville, i grandi Hotel, l’effetto Clooney. Cerchiamo di omaggiare l’epica laghèe di Davide Van De Sfroos mescolandola alle atmosfere di Andrea Vitali. Ma c’è dell’latro: il mondo dei pescatori di agoni, la vita di paese, i battelli della Navigazione Lago di Como, la cucina lariana a base di polenta e missoltini. 

La stampa ha anticipato che Stefania Valenti ritornerà in nuovi episodi della saga. Ci potete dare qualche anticipazione?

Il secondo episodio sarà ambientato tra la Tremezzina, Lugano e i luoghi di Fogazzaro (Valsolda) e riguarderà un mistero legato alla criminalità degli anni ’80 – ’90. Il terzo episodio una storia che ha per sfondo il cosiddetto Oro di Dongo e le vicende legate al misterioso carteggio Churchill – Mussolini.

Grazie a Giovanni e Amneris, qui sotto trovate una video intervista dell'Autrice.

mercoledì 3 luglio 2013

[Segnalazione]- L'isola dei monaci senza nome di Marcello Simoni, da domani in libreria.

Ci ha abituati al suo medioevo cupo e gotico, con il romanzo "Il mercante di libri maledetti". Vincitore del Premio Bancarella, tradotto in 18 paesi, Marcello Simoni torna da domani in libreria con il romanzo "L'isola dei monaci senza nome. Rex Deus saga."

Ecco la sinossi:
La reliquia più ricercata della storia sta per essere ritrovata. Il 2 luglio 1544 l'armata del corsaro ottomano Khayr al-Dn Barbarossa mette sotto assedio le coste dell'isola d'Elba. Lo scopo è liberare il figlio di Sinan il Giudeo, suo generale delle galee, tenuto in ostaggio dal principe di Piombino. Il vero interesse del corsaro non è però il giovane, bensì il terribile segreto che egli custodisce. Il figlio di Sinan è infatti l'ultimo depositario di un mistero risalente ai tempi di Gesù e in grado di minare le basi della fede cattolica. Ma il Rex Deus è stato occultato per oltre quindici secoli ed entrarne in possesso sarà tutt'altro che semplice. Il giovane dovrà seguire un'antica pista di indizi lasciata da un monaco templare, destreggiandosi tra rivalità di corsari, intrighi di corte e battaglie navali. E dovrà anche sventare il complotto della Loggia dei Nascosti, intenzionata a mettere le mani su quell'antico segreto Il romanzo storico ha un nome: Marcello Simoni Che cos'è il Rex Deus e perché il suo segreto è nascosto da oltre quindici secoli?

lunedì 1 luglio 2013

[Intervista]- Cinzia Giorgio, ovvero l'insostenibile leggerezza del talento


Cinzia Giorgio ha il dono della versatilità e dell’eclettismo. Laureata in Lettere Moderne e in Lingue Orientali, nel 2002 ha vinto una borsa di studio della Fondazione Bellonci con un progetto di ricerca del Rinascimento italiano nel fumetto. Alla attività di saggista, affianca quella di scrittrice, con occhio particolarmente attenta alle atmosfere noir. Nel 2011 è tra i cinque finalisti del prestigioso premio Tedeschi con il romanzo L’enigma Botticelli, che viene pubblicato dalla casa editrice Melino Nerella.
Cinzia ha risposto ad alcune domande per i lettori de “La vibrazione nera”.

La tua produzione letteraria spazia dal teatro al thriller, passando per la saggistica: esiste un genere letterario che prediligi e che trovi più adatto alle tue attitudini?

No, non riesco a scegliere tra la narrativa, il teatro e la stesura di saggi e articoli scientifici. Mi piace scrivere di tutto e mi piace soprattutto il lavoro preparatorio che consente la scrittura: la ricerca. Passo intere giornate in biblioteca a contatto con manoscritti e documenti.

Tra i tuoi saggi troviamo "Il Rinascimento Italiano nel fumetto" e "Disegno letterario: Il fumetto come strumento educativo". Pensi che il fumetto, e in particolare la "graphicnovel", possa svolgere un ruolo nell'avvicinare i lettori, specie quelli più giovani, alla Storia?

Ne sono fermamente convinta. Pensa che qualche anno fa ero a Cambridge per lavoro e mi sono imbattuta nella versione a fumetti dei classici di Agatha Christie. Un esperimento interessante, ho pensato. Quando poi ho visto quei volumi nelle borse di persone di tutte le età si è rafforzata la mia tesi sui fumetti come strumenti didattici. Ricordiamo che i fumetti sono stati inventati dall’arte: in alcune pitture si leggono chiaramente delle scritte che indicano il parlato. Si pensi a certe Annunciazioni, in cui l’angelo ha sulla sua testa, oltre all’aureola, anche una sorta di piccola pergamena aperta in cui si legge “Ave Maria, gratiaplena…”

Il tuo ultimo romanzo "L'enigma Botticelli", finalista al premio Tedeschi, è un avvincente thriller che prende le mosse nel 1475, nella Firenze medicea, per poi snodarsi nell'epoca contemporanea tra Roma e Venezia. Qual è stata la scintilla (un'immagine, una lettura, una suggestione...) dalla quale è scaturita l'idea alla base del libro?

La scintilla è nata fin da bambina. Adoravo Botticelli. È per colpa sua che mi sono laureata in Storia del Rinascimento. Da quel vecchio amore il passo è stato breve. Ho unito la mia passione per la scrittura con Botticelli, aggiungendoci un pizzico di sano mistero.

La protagonista de "L'enigma di Botticelli" è Sofia Anastopoulos, storica dell'arte di origine greca, coinvolta in un'indagine dal respiro internazionale, alla ricerca di un segreto oscuro sul grande artista Botticelli. Come si è svolto il lavoro di documentazione e quanto ti ha impegnato?

La parte storica mi ha portato via moltissimi mesi di archivio e documentazione. Non volevo tradire Sandro Botticelli, consegnando ai lettori un romanzo storicamente inverosimile.

La protagonista de "L'enigma di Botticelli": Sofia Anastopoulos. Quanto c'è di te in lei e in che cosa siete differenti?

Sofia è completamente diversa da me. Lei è una studiosa presa solo dal lavoro e poco propensa alla vita sociale. Ragiona per associazioni di idee ed è una persona schiva. Ma ciò che ci differenzia del tutto è la sua specializzazione nella pittura veneta. Non che a me non interessino artisti come Bellini, Giorgione e Tiziano, ma ho un debole per i fiorentini!

Si è recentemente conclusa la fiction "The Borgias" su La7. Hai avuto modo di seguirla e cosa ne pensi? Ritieni che la fiction storica, nonostante i suoi limiti, possa rappresentare uno stimolo, per gli spettatori, ad approfondire alcune tematiche leggendo e documentandosi di più?

L’ho vista ma non sono stata costante. L’ho trovata insopportabilmente hollywoodiana e storicamente inattendibile. Su tanti fronti. L’argomento era interessante e meritava più di una semplice riduzione a soap-opera. Ho il timore che queste fiction non stimolino affatto lo spettatore ad andare a leggere, per esempio, una buona biografia di Lucrezia Borgia come quella di Maria Bellonci.

Parliamo della tua attività di scrittrice: che cosa bolle in pentola?

Sto facendo lavoro di ricerca per il mio prossimo thriller. Sarà dura, anche perché l’argomento è anche piuttosto delicato. Ma confido nelle mie care biblioteche!


Grazie a Cinzia, che potete contattare sul suo sito

Qui sotto trovate un video con un suo intevento su La7 a proposito del suo romanzo "Incognito".