mercoledì 29 maggio 2013

[Segnalazione]-CONCORSO DI NARRATIVA HORROR ORGANIZZATO DA SCHELETRI.COM, 2013 - EDIZIONE 9


Ricevo e volentieri pubblico il concorso per partecipare al concorso di narrativa horror, organizzato dal portale Scheletri

REGOLE DEL CONCORSO

Per partecipare è necessario:

(1) Inviare un racconto di genere horror (deve possedere elementi soprannaturali: mostri, creature, vampiri, zombi, fantasmi, streghe, ecc.) di massimo 100 parole (escluso il titolo) entro il 30 giugno 2013
(2) Il racconto non deve essere già presente in questo sito
(3) Pagare la quota di iscrizione di 2 euro entro il 30 giugno 2013. Per i pagamenti con bonifico/bollettino inviare la scansione del pagamento entro il 30 giugno 2013
(4) Se il racconto non è idoneo la quota di iscrizione non verrà restituita
(5) Non è consentito correggere il racconto inviato
Tutti i racconti in gara verranno pubblicati su Scheletri.com.

PREMI

Il primo classificato vincerà una t-shirt con il proprio racconto stampato sopra.

INVIO DEI MATERIALI


Dopo aver effettuato il pagamento inviare tutto il materiale a concorso2013@scheletri.com allegando:
• oggetto della mail HORRORTSHIRT
• nome, cognome, una breve biografia, una foto (facoltativa) e indirizzo di residenza
• titolo e testo del racconto in un file .rtf o .doc

GIURIA DEL CONCORSO

I racconti che partecipano al concorso saranno valutati in forma anonima dalla giuria.

SCADENZA DEL CONCORSO

Il termine per l'invio dei racconti è il 30 giugno 2013.

giovedì 23 maggio 2013

[Intervista] - FRANCO LIMARDI, IL FILOSOFO E IL BRIGANTE...



Franco Limardi è un filosofo. Per sua stessa ammissione, ha svolto diverse professioni, dal libraio al conduttore radiofonico, fino alla professione di insegnante. Vive nella bella città di Viterbo e per un periodo ha fatto lo sceneggiatore. La sua notevole versatilità lo ha portato a spaziare dal noir (Anche una sola lacrima, Marsilio) al romanzo storico. Con “Il bacio del brigante” (Mondadori, omnibus) ci consegna un avvincente western ambientato nell’Ottocento.
Franco ha accettato di rispondere a questa intervista per gli amici de “La vibrazione nera”. 

Esordisci nel 2001, con il romanzo "L'età dell'acqua" (DeriveApprodi), che si classifica secondo al Premio Italo Calvino. Come hai iniziato a scrivere e come si è svolto il tuo incontro con il mondo editoriale italiano?

Ho iniziato a scrivere come sceneggiatore, seguendo una delle mie più grandi passioni, il cinema. 
Mi piaceva l’idea di raccontare storie, di scrivere i film che avrei visto volentieri in sala. I corsi di scrittura  creativa che ho seguito erano tutti finalizzati in quel senso, alla produzione di testi per lo schermo, mentre per la pagina scritta, per la narrativa, il mio è stato un percorso da autodidatta. negli anni Novanta, ho scritto un paio di testi teatrali, due commedie che furono messe in scena da compagnie amatoriali romane e che recentemente sono state riprese da gruppi teatrali di giovani appassionati. Ultimamente ho scritto altri due testi teatrali, due progetti nati per partecipare a due edizioni diverse del festival teatrale “Quartieri dell’Arte”. Uno era un lavoro che partiva da testi di canzoni “nere” per sviluppare dei monologhi; lo spettacolo si articolava su quattro testi scritti da Giancarlo De Cataldo, Luigi Bernardi, Gino Saladini e  me; il mio testo prendeva spunto da “Romeo is bleeding” di Tom Waits trasformando il protagonista della canzone, un chicano, in un piccolo malavitoso romano. L’altro testo, messo in scena in una edizione successiva del Festival invece era un dialogo che traeva spunto da un sonetto di Michelangelo Buonarroti.
La partecipazione al Calvino è frutto di una combinazione; avevo appena scritto il romanzo “L’età dell’acqua” e ne avevo parlato ad un amico il quale, dopo averlo letto, mi  consigliò di inviarlo al premio. La menzione speciale da parte della giuria, l’interessamento di Marcello Fois prima e di Luigi Bernardi poi che allora era il responsabile della collana “Vox noir” di “DeriveApprodi”, portò alla pubblicazione del romanzo. Spesso ho detto che il mio è stato un percorso editoriale fortunato e per certi versi continua ad esserlo.

Il tuo secondo romanzo "Anche una sola lacrima" (Marsilio, 2005), ha come protagonista un uomo, Lorenzo, roso da un'insanabile inquietudine che lo porterà a imbarcarsi in un'impresa folle. Il libro sembra collocarsi nell'ambito del glorioso genere "poliziottesco all'italiana": quali archetipi letterari/cinematografici hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Ad essere sinceri non ho mai amato quel genere, il “poliziottesco” degli anni ’70 e non riesco a rivalutarlo nemmeno ora, ad eccezione di pochi titoli, come “Milano calibro nove” che peraltro
è tratto da un ottimo romanzo di Scerbanenco. Preferisco rifarmi a titoli americani degli anni ‘40
come “La fiamma del peccato” “Il falcone maltese” “Il lungo addio” o “Il grande sonno” e “Viale del tramonto” anzi quest’ultimo è espressamente citato proprio nell’idea che è all’inizio del romanzo.
Tutti importanti romanzi e tutti grandi film. A questi aggiungerei “Getaway” di Sam Peckimpah
E almeno due film di Takeshi Kitano: “Hana bi” e “Brother”.
Lorenzo Madralta è sicuramente un uomo preda di un’inquietudine profonda, uno che non riesce a trovare il senso della propria vita, ma ha una propria etica, si può dire che appartiene alla schiera dei “losers” dei perdenti, ma quelli che pur rendendosi conto della prossima e definitiva sconfitta proseguono nel loro cammino perché non hanno alternative e perché voglio rimanere fedeli a se stessi, costi quel che costi.


Il tuo terzo romanzo "I cinquanta nomi del bianco" (Marsilio, 2009) racconta una storia di intrighi e violenza che si dipanano  mentre una intensa nevicata copre di bianco la città. Come nascono le tue ambientazioni?

All’origine di questo romanzo c’è una vera nevicata che qualche anno fa bloccò per alcuni giorni
Viterbo, la città in cui vivo da alcuni anni. L’ambiente urbano si era trasformato, si era quasi cristallizzato, con i ritmi abituali che erano divenuti rarefatti, rallentati al massimo; l’aria era cambiata, si era riempita di suoni diversi, inusuali e camminare per la città era diventato del tutto diverso da come si faceva abitualmente. Quella andatura forzatamente lenta, costringeva a prestare attenzione a particolari che altrimenti sarebbero sfuggiti: alle facce, ai gesti, ai luoghi. 
Mi era venuta in mente poi qualcosa che veniva dai testi di linguistica che avevo studiato all’università, una cosa che mi aveva particolarmente colpito già allora e cioè che le popolazioni che vivono all’estremo Nord possiedono nella loro lingua cinquanta parole circa per descrivere tutte le possibili sfumature del colore che domina il loro paesaggio, cioè il bianco.
Infine legai tra loro due cose apparentemente inconciliabili, il crimine a cui associamo abitualmente il colore nero e la neve, un simbolo per eccellenza della purezza. In questo modo la città diventava un teatro gelido e distaccato in cui si svolge una vicenda torbida e di una violenza estrema, ma quasi coperta, soffocata dalla coltre della neve.

Il tuo ultimo romanzo "Il bacio del brigante" (Mondadori, 2013) narra le vicende di Michele Pastorelli e della sua complessa e avventurosa cattura nell'Italia dell'Ottocento. Uno scenario desueto per un romanzo storico: come mai hai scelto il tema del brigantaggio e come si è svolto il lavoro di documentazione storica?

Uno scenario non troppo frequentato in effetti; il romanzo storico oggi si muove prevalentemente nelle vicende dell’antica Roma, repubblicana o imperiale oppure nel medioevo, dove si colora di elementi fantastici, misteriosi; eppure l’Italia degli ultimi anni dell’Ottocento, con le sue trasformazioni, contraddizioni  forti dal punto di vista sociale, economico e culturale, credo sia un terreno fertile per trovare storie, per ambientare  intrecci interessanti. Le vicende che racconto ne “Il bacio del brigante” sono estremamente romanzate, pur avendo alla loro base dei fatti storici realmente accaduti. I personaggi del romanzo sono ispirati a personaggi reali e qualche elemento vero spunta qui e là nella storia, per dare un sapore ancora più autentico. Quello che mi aveva colpito e interessato era stato un processo tenutosi a Viterbo nel 1893 in cui gli imputati erano addirittura 271, tutti accusati di essere “manutengoli”, cioè fiancheggiatori, del brigante Tiburzi; forse è stato il primo maxi processo della Storia d’Italia, eppure del brigantaggio nella Maremma si è sempre parlato poco. La natura del fenomeno è sicuramente molto diversa da quella del brigantaggio meridionale,che fu più esteso e più “politico”, tanto da configurare la sua repressione come una vera e propria guerra civile; però il brigantaggio sviluppatosi tra la Toscana e l’alto Lazio ha avuto caratteristiche interessanti, in un territorio particolare dal punto di vista naturalistico ed altrettanto particolare come panorama sociale e le piccole bande che percorrevano la Maremma e la Tuscia, spesso creavano dei sistemi criminali, con contatti col mondo politico e con i potentati economici che in parte ricordano i metodi della moderna criminalità organizzata.
Il lavoro di documentazione è avvenuto con lo studio del notevole materiale a disposizione della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, dove ho potuto anche accedere anche a copie anastatiche dei giornali di fine ‘800, grazie alla cortesia del personale della biblioteca. Poi ho visitato il Museo del brigantaggio che si trova a Cellere, paese natale del brigante Tiburzi e, infine, con lunghi trekking nella Riserva naturale di Monte Rufeno presso Acquapendente e la Riserva naturale Selva del Lamone nei pressi di Farnese, su quei percorsi che poi formano il cosiddetto “Cammino del brigante”.

"Il bacio del brigante" è anche una storia sull'onore, sul tradimento e sull'amicizia. Un intreccio di personaggi tra loro molto diversi: a quale ti sei maggiormente affezionato e per quale motivo?

Credo di poter ripartire il mio “affetto” tra molti dei personaggi del romanzo. Ci sono Luciano Fiorilli e il maggiore Carcano che sono due personalità forti, con storie personali diverse, entrambi con caratteri marcati ma ognuno con i propri dubbi, le proprie incertezze e i propri fantasmi. A loro aggiungerei Vincenzo Capotosti, che è un personaggio importante, sia per il ruolo che gioca nella vicenda, sia per il processo di maturazione e di cambiamento che produce nell’amico Luciano; Vincenzo impersona la speranza, la fiducia in un futuro diverso e un certo candore che ne fa un personaggio divertente e poetico. Poi ci sono le due signore del romanzo: Giuditta, la moglie di Luciano e la contessa Eleonora Berlioz Sarzani.  Sono donne profondamente diverse tra loro per condizione sociale e per il loro vissuto, ma entrambe hanno caratteri decisi, determinati che devono confrontarsi continuamente con un mondo maschile che spesso è pervaso di durezza, di cinismo e violenza. 

Ci racconti cosa "bolle in pentola"?

La pentola è grande e contiene molte cose; sono sempre un po’ restio a parlare dei progetti su cui sto lavorando, perché da una parte sono scaramantico e temo che qualcosa possa “bruciarmi” le idee, dall’altra non mi piace parlare di qualcosa, fino a quando non si è concretizzata veramente, perché non mi piace sembrare uno che millanti lavori che poi rimangono solo a livello di idee.
Comunque farò un piccolo strappo alle mie abitudini: mi piacerebbe seguire le vicende di alcuni dei personaggi de “Il bacio del brigante” anche dopo la conclusione della storia raccontata nel libro e sto già lavorando alla documentazione, c’è poi un altro progetto, questo ambientato in epoca contemporanea, che ha le caratteristiche della spy story; sono diversi progetti, parecchi,spero che mi basti il tempo per realizzarli tutti!  


Grazie a Franco, per la sua disponibilità. Per chi voglia contattarlo, può farlo sul suo sito personale. E, per concludere, una videointervista all'autore sul suo primo romanzo "L'età dell'acqua":



domenica 19 maggio 2013

IL LABIRINTO OCCULTO - Recensioni, interviste e primi riscontri dalla Rete

Il labirinto occulto è uscito da poco più di una settimana. Nel frattempo, sono accadute un po' di cose. Sul blog Liberi di scrivere è stata pubblicata la prima recensione, a cura di Viviana Filippini: "Tutti i protagonisti di questa avventurosa caccia all’antico reperto e all’assassino sono dotati di una molteplicità di sentimenti ed emozioni che li rendono ambigui, fragili e umani." Chi vuole continuare a leggere può cliccare qui.
Preziosa anche la segnalazione di Gian Luca Campagna, organizzatore della nota rassegna letteraria Giallolatino: "Luca Filippi, romano classe 1976, medico chirurgo, appassionato di letteratura noir e storica, ci introduce SEMPRE in trame piene di intrighi coniugando la passione per la storia con quella per l’indagine scientifica".
Sebbene il romanzo abbia un'ambientazione piuttosto varia, che spazia dai castelli della Loira fino alla Repubblica di Venezia, la Roma dei Borgia è presente anche in questo mio ultimo lavoro.
I Borgia godono di una popolarità inossidabile e sembrano non risentire di alcun effetto da "sovraesposizione", nonostante la prima stagione dello sceneggiato di Neil Jordan "The Borgias"  sia appena concluso su LA7. Di Borgia e di altro ho parlato nell'intervista sul portale "The Borgias Italia". 
E di Borgia parlano anche le sorelle Martignoni nell'articolo "Poveri i nostri Borgia" sulla rivista Storia in Rete. La due autrici hanno intervistato gli scrittori che più recentemente hanno trattato le vicende della potente dinastia di Valencia. Il sottoscritto si è trovato in compagnia di grandi nomi come Carlo Adolfo Martigli (L'eretico) e Mauro Marcialis (Il sigillo dei Borgia).
E mentre Il labirinto occulto scala la classifica Gialli storici di IBS, assestandosi al primo posto ai primi posti dopo tre romanzi della NewtonCompton, sono cominciate le trattative per la vendita dei diritti di traduzione in alcuni Paesi esteri. Come andrà a finire? 
Il destino di un romanzo è un mistero...


domenica 12 maggio 2013

[Intervista]- Nicola Verde e il fascino dell'anti-Giallo


Nicola Verde è una delle voci più originali del noir italiano. Vive e lavora a Roma e ha vinto prestigiosi premi, come il Lovecraft e il Lama&Trama. La sua produzione letteraria risente molto della cultura sarda, alla quale è molto legato. Ha pubblicato numerosi racconti e i romanzi Sa morte secada, Un'altra verità e La sconosciuta del lago.
Con l'editore digitale MIlanonera ha pubblicato l'ebook Processo alla strega.
Nicola ha accettato di rispondere alle domande per gli amici de La vibrazione nera. 

Nel tuo ebook "Processo alla strega" (Milanonera) troviamo il personaggio di Julia Carta, accusata di stregoneria: un personaggio avvolto nel mistero, che sembra comparire dal nulla e ritornare al nulla. Dove hai incontrato "Julia Carta" e come è diventata la protagonista del tuo ebook?

Tutto nacque dalla precisa richiesta che mi fu fatta da Gianfranco De Turris per un'antologia che stava curando: un racconto dove ci fosse una struttura che indagasse il mistero. Quale migliore argomento della Santa Inquisizione? Lessi un interessante saggio, basato su documenti dell'epoca, su un processo che la Santa Inquisizione tenne in Sardegna tra il 1596 e il 1597 nei confronti di una donna di nome, appunto, Julia Carta. Mi parve l'occasione giusta per farne ispirazione al mio racconto. Così ebbe origine la fantomatica “Commissione per la fortificazione dei fondamenti della dottrina”, quale costola  della “Congregazione per la dottrina della Fede”, che dovrebbe prevenire eventuali contestazioni scientifiche ai miracoli. L'intreccio, naturalmente, è solo fantasia.

Nella tua produzione letteraria è molto forte la presenza della cultura sarda. Ci vuoi spiegare le ragioni di questa contaminazione/fascinazione?

Sono venuto a contatto con la cultura sarda dopo aver conosciuto mia moglie. Prima non solo mi era del tutto sconosciuta, ma, come a molti, mi appariva misteriosa, se non addirittura minacciosa, Dessì, uno dei figli più illustri di quella Terra, diede questa definizione: … La Sardegna si muove in un tempo preistorico, ed è come un pezzo di luna caduto nel Mediterraneo....
Se vogliamo il suo fascino è già tutto lì.
Poi ci fu il 1968 e le cose presero a cambiare, in Italia come nel mondo (non per niente le mie storie sono ambientate proprio in quel periodo) e la Sardegna rappresenta, secondo me, il perfetto crogiolo di quei cambiamenti, perfino la cosiddetta resistenza dei sardi nei confronti di ciò che veniva da fuori, “la costante resistenziale sarda” famoso assioma del Lilliu, cominciò a scricchiolare, dando il perfetto segno dell'avvio di un cambiamento epocale. Il mio maresciallo si muove proprio sul crinale di quella trasformazione.


I
l tuo ultimo romanzo "La sconosciuta del lago" è ispirato a una vicenda realmente accaduta negli anni Cinquanta. Come ti sei imbattuto in questo episodio di cronaca e come è nata l'idea di scrivere un romanzo sull'argomento?

La donna uccisa si chiamava Antonietta Longo, veniva dalla Sicilia e a Roma faceva la donna di servizio. Il suo corpo decapitato fu trovato sulle sponde del lago di Castelgandolfo e per oltre un mese rimase senza nome. Né la testa, né il suo assassino furono mai rintracciati.
Fu una vicenda terribile che, secondo me, ha segnato la fine di un'epoca (insieme al delitto Montesi, al mostro di Nerola e a qualche altro episodio di cronaca): fu allora che i giornali cominciarono ad accorgersi degli orrori del quotidiano, dopo un lungo periodo “letargico” durante il quale erano stati costretti a non occuparsene, forse col gusto del macabro, ma è indubbio che le cronache di quei delitti registrarono anche la trasformazione in atto nella società italiana: da rurale a industriale. Furono, insomma, una specie di spartiacque.
Il mio romanzo segue la traiettorie di quelle indagini, le ricalca, per poi prendere una strada tutta sua, inventando personaggi e storie, persino il paese è immaginario, affinché, pur identificando vicenda e luogo, sia chiaro che ne prende le distanze. In fondo, come recita la bandella: è una storia di molte menzogne e poche verità.
Le storie nascono sempre da una suggestione, da un'immagine, la mia suggestione è venuta dall'immagine di quella donna senza testa buttata sulle sponde del lago come un manichino (non per niente l'incipit parte in questo modo), mentre attorno le accadevano le cose più strane, alcune paradossali, altre addirittura comiche. Mi sono chiesto che ne avrebbe pensato la diretta interessata se avesse avuto modo di domandarselo. Tutto si è messo in moto da lì. Ho pensato ai sogni, alle speranze di quella donna di provincia (siamo a metà degli anni '50: fotoromanzi e Cinecittà). Ho riflettuto sulla sua storia, su quello che ne veniva fuori dagli articoli dei giornali dell'epoca: la verità di chi indagava e di chi l'aveva conosciuta. Ma la sua verità? Quella di lei? La verità non è unica, è in ciascuno di noi (il cosiddetto soggettivismo della verità). Così la sua versione dei fatti si affianca a quella degli altri: la morta che parla e si rivolge al commissario. Un paradosso necessario. (Soltanto più tardi ho scoperto che lo stesso artifizio è stato usato dalla Sebold per il suo “Amabili resti”)
Ma non solo.
Stanco delle regole che imbrigliano il genere, ho cercato di raccontare un giallo che fosse allo stesso tempo un anti-giallo: in giro ci sono troppi commissari belli, fascinosi e, soprattutto, bravissimi ed ecco il mio Malerba diventare esattamente l'opposto. Il giallo è sempre consolatorio? e allora ecco che il mio, non prevedendo la consegna del colpevole alla giustizia, rifiuta quel buonismo un po' peloso. E poi la necessità più necessità di tutte: quella di tentare di raccontare gli angoli bui dell'animo umano. Michele Prisco, citando a sua volta un altro autore, scrisse: E' pericoloso scendere nel cuore umano a lume di candela, la fiamma potrebbe estinguersi per mancanza di aria pura.
Be', a me è piaciuto provare.

Leopardo Malerba, il protagonista de "La sconosciuta del lago", si potrebbe definire un anti-eroe: brutto, sporco e cattivo. E anche in controtendenza rispetto a certi stereotipi, visto che è soprannominato "mezzacanna", in riferimento ai suoi attributi virili. Pensi che Leopardo ritornerà in un sequel de "La sconosciuta"?

Ne ho già fatto cenno nella risposta precedente: il mio Leopardo Malerba non è bravo; non è bello; non è alto; non è magro; non è troppo intelligente; non è simpatico; non è moralmente integro. Insomma, nel mio personaggio i “non è” si sprecano. E per quanto riguarda i suoi “è”, non sono lusinghieri: è un opportunista; è un mediocre; è un amorale; è uno sconfitto. Ma non se ne rende conto. Non è un personaggio in cui viene voglia di identificarsi, ma ponendogli la giusta attenzione, potremmo accorgerci che, per certi versi, un po' ci assomiglia. Tutti, chi più chi meno, abbiamo dentro di noi un pizzico di Leopardo Malerba. Poi ci sono i freni inibitori. Si potrebbe dire: “l'inavvertibile senso” della normalità. Un male infido e irriconoscibile depositato nel fondo di ciascuno di noi: basterebbe scuoterci per far venire a galla quella feccia! Tutti i personaggi della mia storia hanno un lato oscuro di cui vergognarsi, pure la vittima, perché nessuno è immune al male.
Una delle peculiarità del giallo è quella che io definisco “l'identificazione per aspirazione”, nel mio romanzo dovrebbe esserci, invece, “il riconoscimento”. Più semplicemente. Ma anche più mortificante e terribile.
Nel campo degli indagatori, Malerba è il contrario di quei commissari che vanno tanto di moda e che Andrea Carlo Cappi, con l'intuizione e la sintesi dello scrittore, ha definito: commissari cliché. In definitiva il mio romanzo è un anti-giallo e il mio commissario un anti-personaggio. Ma non in senso negativo, tanto da diventare, comunque, un eroe, alla Diabolik, per intenderci. Ma neppure dispregiativo, ammesso che la normalità non sia intesa in questo senso.
Leopardo Malerba è quello che si è nella realtà: non esistono super eroi capaci di venirci in soccorso, ma soltanto degli uomini, a volte loro stessi bisognosi di soccorso. Del resto persino Sciascia nel suo “A ciascuno il suo” scrisse: gli elementi che portano a risolvere i delitti che si presentano con caratteristiche di misteri o di gratuità sono la confidenza diciamo professionale, la delazione anonima, il caso. E un po', soltanto un po', l'acutezza degli inquirenti.
E mica lo scrisse per denigrare la polizia.
Quanto a un suo possibile ritorno, ho in progetto un romanzo più ancora “oltranzista” de la “Sconosciuta”, dove mettere in campo i difetti veri della polizia, Leopardo Malerba dovrebbe avere un suo posto, non so ancora se primario o secondario.


Esiste un momento della giornata o uno stato d'animo che ti predispone alla scrittura?

No. Anche se, naturalmente, ci sono situazioni più proficue e altre meno. Quando lavoravo, per necessità mi dedicavo alla scrittura la sera e durante i fine settimana, adesso durante il giorno, d'altra parte, citando  Philip Roth: I dilettanti aspettano l'intuizione, i professionisti si rimboccano le maniche e lavorano.

E, infine, cosa bolle in pentola?

A parte il romanzo cui ho fatto cenno più sopra (e già avviato almeno in parte), un altro lavoro sul mio maresciallo Dioguardi: Sardegna luglio 1969, il giorno dell'allunaggio, una storia che ha radici più lontane, nel 1919. Un'opera in uno stadio molto avanzato. Altri progetti in studio.
Un paio di antologie di prossima uscita, entrambe con autori di maggiore fama che non la mia, una di fantascienza che vede la luce dopo molti anni e un'altra che prevede racconti-incastro, (o romanzo-mosaico come abbiamo voluto definirla), che danno origine a un'unica storia dagli aspetti giallo-noir. Un modo nuovo di formulare una raccolta di racconti. 

Grazie a Nicola per aver risposto alle nostre domande!



sabato 11 maggio 2013

[Recensione]- LA CATTEDRALE DEL MISTERO DI NURIA ESPONELLA' ovvero Il Respiro delle Mura

Dietro le mura si respira una polvere sottile, un misto di pietra e gesso. Dietro le mura ci sono rumori liquidi, c'è una penombra umida in cui palpita una vita segreta. Il confine tra il lecito e l'illecito spesso è molto labile, vincolato all'arcana legge del più forte. 
"Dietro le mura" (Rere els murs) è il titolo originale del romanzo di Nuria Esponellà, vincitrice del prestigioso premio Nestor Lujàn. Il libro viene proposto in Italia dalla casa editrice Tre60 (GEMS) con il titolo "La cattedrale del mistero. Il segreto della reliquia maledetta" (pagg. 405, euro 9,90, trad. Simone Bertelegni) e una copertina lucida e accattivante che subito ci trasporta nella cupa atmosfera medievale.
Siamo nel 1161, in Catalogna. L'abate del monastero di Sant Pere de Rodes, grazie a una generosa donazione, può finalmente intraprendere importanti lavori di restauro per rendere la chiesa abbaziale un monumento grandioso, che susciti devozione e ammirazione nei pellegrini. L'opera viene affidata al maestro Peire, eccellente artista, che giunge accompagnato dal suo seguito di aiutanti e assistenti ma, soprattutto, porta con sé la figlia Càndia, splendida fanciulla dagli occhi color carbone. Càndia conquista il cuore di Blai, orfano cresciuto al monastero e che si rivela dotato di un naturale talento per l'arte. Per avvicinare Càndia, Blai diventa apprendista del maestro Peire. Ma Càndia è promessa al figlio del visconte e questo rende impossibile il suo legame con un giovane orfano, che si scoprirà figlio bastardo di una coppia sacrilega.
Monastero di Sant Pere de Rodes by Matt Long (Landllopers)
La situazione precipita quando una sciagura si abbatte sul monastero: le reliquie di San Pietro vengono trafugate. Qualcuno deve recuperarle, e in fretta: le spoglie del santo nascondono un segreto che può incrinare il potere della Chiesa di Roma. Il compito viene affidato a Sebastià, ex cavaliere crociato, che ha cercato la redenzione dei propri peccati allevando l'orfano Blai e curando i pellegrini che giungono in visita al monastero. 
Sebastià, scortato dal figlioccio, intraprende la rischiosa missione, che lo costringerà a fare i conti con il proprio passato.
"La cattedrale del mistero" potrebbe sembrare, a una prima lettura, un avvincente thriller storico, ambientato in un'epoca di conflitti, violenze e contraddizioni. In realtà, dietro alla trama puramente "thriller", si cela una tessitura fine e complessa, nella quale vengono affrontati importanti temi storici e sociali: i dissidi tra potere spirituale e temporale, la lotta per la sopravvivenza, la feroce tassazione imposta ai contadini. Si tratta anche di un romanzo di formazione, da un certo punto di vista, perché proprio nell'avventuroso tentativo di recupero della reliquia, Blai accetta di confrontarsi con le proprie origini, di comprendere il senso del peccato e di misurarsi con il mondo. In altre parole, il protagonista raggiunge la sua maturità, diventa uomo.
Ma "La cattedrale del mistero" è soprattutto un romanzo sul valore immarcescibile dell'Arte. Perché se è vero che tutto passa e tutto si consuma, l'Arte rimane l'espressione più alta della natura umana, l'unica - forse - in grado di resistere alla furia degli elementi e alle sabbie del Tempo.
Núria Esponellà è insegnante e scrittrice. La cattedrale del mistero – Il segreto della reliquia maledetta è il suo primo libro pubblicato in Italia.

giovedì 2 maggio 2013

[Segnalazione] - IL LABIRINTO OCCULTO, il mio nuovo thriller storico dall'8 maggio in libreria

Dall'8 maggio in libreria la nuova avventura di Tiberio di Castro, speziale romano in esilio nella contea di Gorizia, per l'occasione coinvolto in un'avventurosa fuga lungo le coste istriane.
Il romanzo "Il labirinto occulto", pubblicato da Leone editore, mi è costato molto impegno in termini di ricerca storica, ma è forse il lavoro a cui ho dedicato più energia e passione. Alcuni personaggi del libro sono realmente esistiti come la regina Anna di Bretagna, il gastaldo Andrea di Liechtestein, il principe Lovro d'Ilok, il podestà Nicolò Contarini, il cardinale Giuliano Della Rovere e (per gli affezionati) Cesare Borgia, già apparso nel mio precendente romanzo. Altri protagonisti di questa storia sono invece nati dalla mia penna, come il chierico Jean Christophe, monsignor Guillame Lafonte, la nobildonna Corinne de Rohan, l'acrobata Marie e la colta Isabella de Visser.
Con mia stessa sorpresa, durante la stesura del romanzo, i personaggi inventati hanno cominciato a interagire con quelli storicamente esistiti in modo quasi naturale, prendendomi la mano. In ogni caso, tra pochi giorni, il risultato sarà sotto i vostri occhi. Intanto, la trama:

Anno del Signore 1503. Nel castello di Gorizia un mercante veneziano viene trovato strangolato nella sua stanza. Il gastaldo di Gorizia vuole fare luce sul delitto e incarica dell’indagine Tiberio di Castro, speziale romano in esilio. Affiancato dalla figlia della vittima, l’affascinante e colta Isabella, e da un misterioso frate, Tiberio inizia un’indagine che lo porta sulle tracce di un’antichissima civiltà. Per dare giustizia alla vittima e recuperare il prezioso manoscritto, lo speziale dovrà fronteggiare le incursioni dei Turchi e sconfessare falsi demoni, in un’avventurosa fuga lungo le coste dell’Istria fino alla Repubblica di Venezia. Nel frattempo a Roma muore il papa maledetto, Alessandro VI, e una forza oscura prepara la strada al compimento di un’inquietante profezia…


INCIPIT – “Davanti ai suoi occhi si materializzarono i frammenti di una realtà che era ancora sogno, possibilità. Eppure riusciva a vederla. La catena degli eventi che, proprio con quel delitto, aveva innescato. Uno dopo l’altro i tasselli trovavano un incastro, componendosi in un mosaico. Qualcuno sarebbe stato incaricato di indagare sull’omicidio. Non restava che attendere. Le labbra si incresparono in un sorriso. Si coprì il volto con il cappuccio, e scivolò via”.




AGGIORNAMENTO DEL 07.05. 2013: è apparsa oggi, sul portale Liberi di scrivere  la prima recensione de IL LABIRINTO OCCULTO. Ecco un assaggio: "Il ritmo è così intenso e costante da spingere il lettore ad incedere pagina dopo pagina alla scoperta dell’epilogo.
Il resto potete leggerlo cliccando qui.