giovedì 18 luglio 2013

[Intervista]- Silvia Cosimini, e le parole per raccontare il ghiaccio dell'Islanda

Il nero viene dal Nord. E' una realtà assodata, ormai. Il pubblico europeo, e quello italiano in particolare, sembra avere una predilezione per i noir ambientati in Scandinavia, spesso con ambientazioni estreme. Il grande successo editoriale della trilogia Millenium parla da solo. 
Esiste, tuttavia, un tipo peculiare di thriller: quello di matrice islandese. Luogo estremo e vulcanico, l'Islanda richiama, nell'immaginario collettivo, il vapore dei geiser o l'eruzione vulcanica che, qualche anno fa, ha paralizzato i voli dell'intera Europa.
Ma quali sono i processi di elaborazione e traduzione attraverso cui un testo, concepito in una lingua apparentementre inaccessibile, arriva nelle librerie del nostro Paese?
Ho incontrato il nome di Silvia Cosimini leggendo il thriller islandese Il piromane, interessante romanzo pubblicato dalla casa editrice Atmosphere libri. 
Silvia Cosimini, grande appassionata di cultura islandese, è la traduttrice "ufficiale" dei tanti romanzi noir islandesi pubblicati in Italia. 

Sul tuo sito hai trascritto una citazione di Hallgrímur Helgason: “L’Islanda è un paese che a volte c’è e a volte no. Dipende da come gli gira al grafico”. Questa isola estrema, glaciale e vulcanica, evidentemente per te ha un ruolo molto importante. Com’è entrata nella tua vita?

È stato all’università, durante il primo corso di Filologia Germanica, durante il quale mi sono avvicinata per la prima volta alla letteratura islandese antica. Mi si è aperto un mondo nuovo, ho scoperto una letteratura ricchissima e una lingua estremamente affascinante, che per un certo periodo ho continuato a considerare ‘morta’, forse perché la conoscevo soltanto attraverso i testi antichi. Poco dopo sono partita per una specializzazione a Reykjavík e ci ho vissuto per quattro anni; è stato solo allora che ho capito come invece fosse una lingua esile, sì, ma estremamente viva e vitale, come una pianta che vive in condizioni climatiche proibitive e va protetta, perché sarebbe una perdita enorme per la cultura europea se andasse perduta. Ho scoperto anche la letteratura islandese contemporanea, che in Italia vent’anni fa era quasi sconosciuta, e ho capito che avrei voluto fare da ponte, da mediatrice tra la mia cultura d’origine e quella in cui mi ero inserita. Ecco, se è vero che sugli atlanti europei l’Islanda a volte c’è e a volte no, diciamo che me la sono presa a cuore, e ho sempre cercato di fare in modo che ci fosse.

La traduzione è un processo molto delicato, il traduttore deve trovare le parole ‘giuste’ senza tradire le reali intenzioni dell’Autore, quasi nascondendosi. Come approcci un romanzo nel momento in cui inizi a tradurre?

Di solito si tratta di un romanzo che ho già letto, mi capita di rado di iniziare una traduzione senza sapere che cosa mi attende. Durante la lettura mi sono già fatta una prima idea delle varie ‘voci’ dei personaggi, del tono, del ritmo, dello stiledell’autore; è la cosa che più mi piace della traduzione, il fatto che mi consenta di essere camaleontica, di sfoderare personalità diverse, di far parlare tanti ‘io’ tutti diversi da me – è la sfida più interessante del mio lavoro. E e devo metterci la vita, dentro: una traduzione perfetta ma piatta e asettica non funziona mai. Poi ci sono le riletture, due o tre, con cui limo e perfeziono il testo: è la fase più difficile per me, perché ogni lavoro è perfettibile e corro sempre il rischio di non accontentarmi mai. Se incontro dei problemi linguistici o culturali mi rivolgo direttamente agli autori, perché di solito li conosco tutti e siamo in ottimi rapporti; sono sempre più che disponibili a darmi una mano a chiarirmi i punti poco chiari. La loro collaborazione è la parte più gratificante di questo mestiere.

Il noir nordico sta riscuotendo un grande successo in Europa. Come ti spieghi le ragioni di questo consenso? Cos’ha il noir dei nordici rispetto a quello dell’Europa cenro-meridionale?

Devo ammettere che non sono una lettrice di gialli o di noir, e a dire il vero, a parte quelli che leggo per lavoro, non li annovero tra le mie letture preferite (ops, si può dire, su un blog come questo?), quindi non conosco bene il genere, ma del noir nordico – e in particolare islandese – mi piace molto l’aspetto sociale, il fatto che il crimine sia lo spunto per aprire una finestra sulla società che l’ha prodotto, anche dal punto di vista storico; mi piace il fatto che non si facciano sentimentalismi, e mi incuriosisce il diverso modo in cui si trattano i cibi – l’agente Erlendur mangia in fretta davanti al forno a microonde, vive di confezioni di cibi precotti o dei piatti tradizionali islandesi: pecora, purè, pesce bollito. Niente a che vedere con il culto di sapori di Camilleri o di Markaris.

Esistono secondo te delle differenze specifiche tra il genere noir islandese e quello proposto dai paesi scandinavi (Danimarca, Norvegia, Svezia)?

Posso dire che per quanto riguarda l’Islanda c’è un dato di fatto fondamentale da tener presente, ovverole particolari condizioni ambientali e la scarsità della popolazione, che costringe gli autori a rispettare esigenze di verosimiglianza. Sarebbe impossibile ambientare crimini efferati in un posto dove quasi non esistono violenze, privo di vie di fuga e dove tutti si conoscono. Poi c’è il clima islandese che lascia il segno sulle coscienze dei protagonisti: la vita di Erlendur è segnata dalla perdita del fratellino scomparso in una bufera, vive in una città che non lo rappresenta, si porta dentro la frattura tra campagna e realtà urbana che ha caratterizzato l’Islanda nell’immediato dopoguerra, e il suo sguardo amareggiato e sofferto impronta tutti i romanzi. La tradizione popolare e la presenza di spettri, fantasmi e spiriti è un altro fattore caratterizzante: basta pensare alla presenza viva del fratello di Erlendur, o al bambino di Mi ricordo di te di Yrsa Sigurðardóttir, o al Piromane di Jón Hallur Stefánsson.

Ci puoi citare un autore/autrice islandese nel quale ti sei particolarmente immedesimata, spiegandocene le ragioni?

Anche se non è un giallista? Allora direi sicuramente Jón Kalman Stefánsson, di cui ho tradotto già tre romanzi, con il quarto in lavorazione. Il genere che tratta non ha niente a che vedere con la letteratura noir e ha uno stile che mi ha subito conquistata, a cui mi sono sentita immediatamente affine. Ha una sensibilità con cui mi è stato facile sintonizzarmi, e poi ambienta molte sue storie nei Fiordi occidentali, la mia zona preferita. Un vero feeling, insomma. 

Grazie a Silvia, per aver risposto a questa intervista.Se volete approfondire, potete andare sul suo sito

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