domenica 12 maggio 2013

[Intervista]- Nicola Verde e il fascino dell'anti-Giallo


Nicola Verde è una delle voci più originali del noir italiano. Vive e lavora a Roma e ha vinto prestigiosi premi, come il Lovecraft e il Lama&Trama. La sua produzione letteraria risente molto della cultura sarda, alla quale è molto legato. Ha pubblicato numerosi racconti e i romanzi Sa morte secada, Un'altra verità e La sconosciuta del lago.
Con l'editore digitale MIlanonera ha pubblicato l'ebook Processo alla strega.
Nicola ha accettato di rispondere alle domande per gli amici de La vibrazione nera. 

Nel tuo ebook "Processo alla strega" (Milanonera) troviamo il personaggio di Julia Carta, accusata di stregoneria: un personaggio avvolto nel mistero, che sembra comparire dal nulla e ritornare al nulla. Dove hai incontrato "Julia Carta" e come è diventata la protagonista del tuo ebook?

Tutto nacque dalla precisa richiesta che mi fu fatta da Gianfranco De Turris per un'antologia che stava curando: un racconto dove ci fosse una struttura che indagasse il mistero. Quale migliore argomento della Santa Inquisizione? Lessi un interessante saggio, basato su documenti dell'epoca, su un processo che la Santa Inquisizione tenne in Sardegna tra il 1596 e il 1597 nei confronti di una donna di nome, appunto, Julia Carta. Mi parve l'occasione giusta per farne ispirazione al mio racconto. Così ebbe origine la fantomatica “Commissione per la fortificazione dei fondamenti della dottrina”, quale costola  della “Congregazione per la dottrina della Fede”, che dovrebbe prevenire eventuali contestazioni scientifiche ai miracoli. L'intreccio, naturalmente, è solo fantasia.

Nella tua produzione letteraria è molto forte la presenza della cultura sarda. Ci vuoi spiegare le ragioni di questa contaminazione/fascinazione?

Sono venuto a contatto con la cultura sarda dopo aver conosciuto mia moglie. Prima non solo mi era del tutto sconosciuta, ma, come a molti, mi appariva misteriosa, se non addirittura minacciosa, Dessì, uno dei figli più illustri di quella Terra, diede questa definizione: … La Sardegna si muove in un tempo preistorico, ed è come un pezzo di luna caduto nel Mediterraneo....
Se vogliamo il suo fascino è già tutto lì.
Poi ci fu il 1968 e le cose presero a cambiare, in Italia come nel mondo (non per niente le mie storie sono ambientate proprio in quel periodo) e la Sardegna rappresenta, secondo me, il perfetto crogiolo di quei cambiamenti, perfino la cosiddetta resistenza dei sardi nei confronti di ciò che veniva da fuori, “la costante resistenziale sarda” famoso assioma del Lilliu, cominciò a scricchiolare, dando il perfetto segno dell'avvio di un cambiamento epocale. Il mio maresciallo si muove proprio sul crinale di quella trasformazione.


I
l tuo ultimo romanzo "La sconosciuta del lago" è ispirato a una vicenda realmente accaduta negli anni Cinquanta. Come ti sei imbattuto in questo episodio di cronaca e come è nata l'idea di scrivere un romanzo sull'argomento?

La donna uccisa si chiamava Antonietta Longo, veniva dalla Sicilia e a Roma faceva la donna di servizio. Il suo corpo decapitato fu trovato sulle sponde del lago di Castelgandolfo e per oltre un mese rimase senza nome. Né la testa, né il suo assassino furono mai rintracciati.
Fu una vicenda terribile che, secondo me, ha segnato la fine di un'epoca (insieme al delitto Montesi, al mostro di Nerola e a qualche altro episodio di cronaca): fu allora che i giornali cominciarono ad accorgersi degli orrori del quotidiano, dopo un lungo periodo “letargico” durante il quale erano stati costretti a non occuparsene, forse col gusto del macabro, ma è indubbio che le cronache di quei delitti registrarono anche la trasformazione in atto nella società italiana: da rurale a industriale. Furono, insomma, una specie di spartiacque.
Il mio romanzo segue la traiettorie di quelle indagini, le ricalca, per poi prendere una strada tutta sua, inventando personaggi e storie, persino il paese è immaginario, affinché, pur identificando vicenda e luogo, sia chiaro che ne prende le distanze. In fondo, come recita la bandella: è una storia di molte menzogne e poche verità.
Le storie nascono sempre da una suggestione, da un'immagine, la mia suggestione è venuta dall'immagine di quella donna senza testa buttata sulle sponde del lago come un manichino (non per niente l'incipit parte in questo modo), mentre attorno le accadevano le cose più strane, alcune paradossali, altre addirittura comiche. Mi sono chiesto che ne avrebbe pensato la diretta interessata se avesse avuto modo di domandarselo. Tutto si è messo in moto da lì. Ho pensato ai sogni, alle speranze di quella donna di provincia (siamo a metà degli anni '50: fotoromanzi e Cinecittà). Ho riflettuto sulla sua storia, su quello che ne veniva fuori dagli articoli dei giornali dell'epoca: la verità di chi indagava e di chi l'aveva conosciuta. Ma la sua verità? Quella di lei? La verità non è unica, è in ciascuno di noi (il cosiddetto soggettivismo della verità). Così la sua versione dei fatti si affianca a quella degli altri: la morta che parla e si rivolge al commissario. Un paradosso necessario. (Soltanto più tardi ho scoperto che lo stesso artifizio è stato usato dalla Sebold per il suo “Amabili resti”)
Ma non solo.
Stanco delle regole che imbrigliano il genere, ho cercato di raccontare un giallo che fosse allo stesso tempo un anti-giallo: in giro ci sono troppi commissari belli, fascinosi e, soprattutto, bravissimi ed ecco il mio Malerba diventare esattamente l'opposto. Il giallo è sempre consolatorio? e allora ecco che il mio, non prevedendo la consegna del colpevole alla giustizia, rifiuta quel buonismo un po' peloso. E poi la necessità più necessità di tutte: quella di tentare di raccontare gli angoli bui dell'animo umano. Michele Prisco, citando a sua volta un altro autore, scrisse: E' pericoloso scendere nel cuore umano a lume di candela, la fiamma potrebbe estinguersi per mancanza di aria pura.
Be', a me è piaciuto provare.

Leopardo Malerba, il protagonista de "La sconosciuta del lago", si potrebbe definire un anti-eroe: brutto, sporco e cattivo. E anche in controtendenza rispetto a certi stereotipi, visto che è soprannominato "mezzacanna", in riferimento ai suoi attributi virili. Pensi che Leopardo ritornerà in un sequel de "La sconosciuta"?

Ne ho già fatto cenno nella risposta precedente: il mio Leopardo Malerba non è bravo; non è bello; non è alto; non è magro; non è troppo intelligente; non è simpatico; non è moralmente integro. Insomma, nel mio personaggio i “non è” si sprecano. E per quanto riguarda i suoi “è”, non sono lusinghieri: è un opportunista; è un mediocre; è un amorale; è uno sconfitto. Ma non se ne rende conto. Non è un personaggio in cui viene voglia di identificarsi, ma ponendogli la giusta attenzione, potremmo accorgerci che, per certi versi, un po' ci assomiglia. Tutti, chi più chi meno, abbiamo dentro di noi un pizzico di Leopardo Malerba. Poi ci sono i freni inibitori. Si potrebbe dire: “l'inavvertibile senso” della normalità. Un male infido e irriconoscibile depositato nel fondo di ciascuno di noi: basterebbe scuoterci per far venire a galla quella feccia! Tutti i personaggi della mia storia hanno un lato oscuro di cui vergognarsi, pure la vittima, perché nessuno è immune al male.
Una delle peculiarità del giallo è quella che io definisco “l'identificazione per aspirazione”, nel mio romanzo dovrebbe esserci, invece, “il riconoscimento”. Più semplicemente. Ma anche più mortificante e terribile.
Nel campo degli indagatori, Malerba è il contrario di quei commissari che vanno tanto di moda e che Andrea Carlo Cappi, con l'intuizione e la sintesi dello scrittore, ha definito: commissari cliché. In definitiva il mio romanzo è un anti-giallo e il mio commissario un anti-personaggio. Ma non in senso negativo, tanto da diventare, comunque, un eroe, alla Diabolik, per intenderci. Ma neppure dispregiativo, ammesso che la normalità non sia intesa in questo senso.
Leopardo Malerba è quello che si è nella realtà: non esistono super eroi capaci di venirci in soccorso, ma soltanto degli uomini, a volte loro stessi bisognosi di soccorso. Del resto persino Sciascia nel suo “A ciascuno il suo” scrisse: gli elementi che portano a risolvere i delitti che si presentano con caratteristiche di misteri o di gratuità sono la confidenza diciamo professionale, la delazione anonima, il caso. E un po', soltanto un po', l'acutezza degli inquirenti.
E mica lo scrisse per denigrare la polizia.
Quanto a un suo possibile ritorno, ho in progetto un romanzo più ancora “oltranzista” de la “Sconosciuta”, dove mettere in campo i difetti veri della polizia, Leopardo Malerba dovrebbe avere un suo posto, non so ancora se primario o secondario.


Esiste un momento della giornata o uno stato d'animo che ti predispone alla scrittura?

No. Anche se, naturalmente, ci sono situazioni più proficue e altre meno. Quando lavoravo, per necessità mi dedicavo alla scrittura la sera e durante i fine settimana, adesso durante il giorno, d'altra parte, citando  Philip Roth: I dilettanti aspettano l'intuizione, i professionisti si rimboccano le maniche e lavorano.

E, infine, cosa bolle in pentola?

A parte il romanzo cui ho fatto cenno più sopra (e già avviato almeno in parte), un altro lavoro sul mio maresciallo Dioguardi: Sardegna luglio 1969, il giorno dell'allunaggio, una storia che ha radici più lontane, nel 1919. Un'opera in uno stadio molto avanzato. Altri progetti in studio.
Un paio di antologie di prossima uscita, entrambe con autori di maggiore fama che non la mia, una di fantascienza che vede la luce dopo molti anni e un'altra che prevede racconti-incastro, (o romanzo-mosaico come abbiamo voluto definirla), che danno origine a un'unica storia dagli aspetti giallo-noir. Un modo nuovo di formulare una raccolta di racconti. 

Grazie a Nicola per aver risposto alle nostre domande!



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