giovedì 23 maggio 2013

[Intervista] - FRANCO LIMARDI, IL FILOSOFO E IL BRIGANTE...



Franco Limardi è un filosofo. Per sua stessa ammissione, ha svolto diverse professioni, dal libraio al conduttore radiofonico, fino alla professione di insegnante. Vive nella bella città di Viterbo e per un periodo ha fatto lo sceneggiatore. La sua notevole versatilità lo ha portato a spaziare dal noir (Anche una sola lacrima, Marsilio) al romanzo storico. Con “Il bacio del brigante” (Mondadori, omnibus) ci consegna un avvincente western ambientato nell’Ottocento.
Franco ha accettato di rispondere a questa intervista per gli amici de “La vibrazione nera”. 

Esordisci nel 2001, con il romanzo "L'età dell'acqua" (DeriveApprodi), che si classifica secondo al Premio Italo Calvino. Come hai iniziato a scrivere e come si è svolto il tuo incontro con il mondo editoriale italiano?

Ho iniziato a scrivere come sceneggiatore, seguendo una delle mie più grandi passioni, il cinema. 
Mi piaceva l’idea di raccontare storie, di scrivere i film che avrei visto volentieri in sala. I corsi di scrittura  creativa che ho seguito erano tutti finalizzati in quel senso, alla produzione di testi per lo schermo, mentre per la pagina scritta, per la narrativa, il mio è stato un percorso da autodidatta. negli anni Novanta, ho scritto un paio di testi teatrali, due commedie che furono messe in scena da compagnie amatoriali romane e che recentemente sono state riprese da gruppi teatrali di giovani appassionati. Ultimamente ho scritto altri due testi teatrali, due progetti nati per partecipare a due edizioni diverse del festival teatrale “Quartieri dell’Arte”. Uno era un lavoro che partiva da testi di canzoni “nere” per sviluppare dei monologhi; lo spettacolo si articolava su quattro testi scritti da Giancarlo De Cataldo, Luigi Bernardi, Gino Saladini e  me; il mio testo prendeva spunto da “Romeo is bleeding” di Tom Waits trasformando il protagonista della canzone, un chicano, in un piccolo malavitoso romano. L’altro testo, messo in scena in una edizione successiva del Festival invece era un dialogo che traeva spunto da un sonetto di Michelangelo Buonarroti.
La partecipazione al Calvino è frutto di una combinazione; avevo appena scritto il romanzo “L’età dell’acqua” e ne avevo parlato ad un amico il quale, dopo averlo letto, mi  consigliò di inviarlo al premio. La menzione speciale da parte della giuria, l’interessamento di Marcello Fois prima e di Luigi Bernardi poi che allora era il responsabile della collana “Vox noir” di “DeriveApprodi”, portò alla pubblicazione del romanzo. Spesso ho detto che il mio è stato un percorso editoriale fortunato e per certi versi continua ad esserlo.

Il tuo secondo romanzo "Anche una sola lacrima" (Marsilio, 2005), ha come protagonista un uomo, Lorenzo, roso da un'insanabile inquietudine che lo porterà a imbarcarsi in un'impresa folle. Il libro sembra collocarsi nell'ambito del glorioso genere "poliziottesco all'italiana": quali archetipi letterari/cinematografici hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Ad essere sinceri non ho mai amato quel genere, il “poliziottesco” degli anni ’70 e non riesco a rivalutarlo nemmeno ora, ad eccezione di pochi titoli, come “Milano calibro nove” che peraltro
è tratto da un ottimo romanzo di Scerbanenco. Preferisco rifarmi a titoli americani degli anni ‘40
come “La fiamma del peccato” “Il falcone maltese” “Il lungo addio” o “Il grande sonno” e “Viale del tramonto” anzi quest’ultimo è espressamente citato proprio nell’idea che è all’inizio del romanzo.
Tutti importanti romanzi e tutti grandi film. A questi aggiungerei “Getaway” di Sam Peckimpah
E almeno due film di Takeshi Kitano: “Hana bi” e “Brother”.
Lorenzo Madralta è sicuramente un uomo preda di un’inquietudine profonda, uno che non riesce a trovare il senso della propria vita, ma ha una propria etica, si può dire che appartiene alla schiera dei “losers” dei perdenti, ma quelli che pur rendendosi conto della prossima e definitiva sconfitta proseguono nel loro cammino perché non hanno alternative e perché voglio rimanere fedeli a se stessi, costi quel che costi.


Il tuo terzo romanzo "I cinquanta nomi del bianco" (Marsilio, 2009) racconta una storia di intrighi e violenza che si dipanano  mentre una intensa nevicata copre di bianco la città. Come nascono le tue ambientazioni?

All’origine di questo romanzo c’è una vera nevicata che qualche anno fa bloccò per alcuni giorni
Viterbo, la città in cui vivo da alcuni anni. L’ambiente urbano si era trasformato, si era quasi cristallizzato, con i ritmi abituali che erano divenuti rarefatti, rallentati al massimo; l’aria era cambiata, si era riempita di suoni diversi, inusuali e camminare per la città era diventato del tutto diverso da come si faceva abitualmente. Quella andatura forzatamente lenta, costringeva a prestare attenzione a particolari che altrimenti sarebbero sfuggiti: alle facce, ai gesti, ai luoghi. 
Mi era venuta in mente poi qualcosa che veniva dai testi di linguistica che avevo studiato all’università, una cosa che mi aveva particolarmente colpito già allora e cioè che le popolazioni che vivono all’estremo Nord possiedono nella loro lingua cinquanta parole circa per descrivere tutte le possibili sfumature del colore che domina il loro paesaggio, cioè il bianco.
Infine legai tra loro due cose apparentemente inconciliabili, il crimine a cui associamo abitualmente il colore nero e la neve, un simbolo per eccellenza della purezza. In questo modo la città diventava un teatro gelido e distaccato in cui si svolge una vicenda torbida e di una violenza estrema, ma quasi coperta, soffocata dalla coltre della neve.

Il tuo ultimo romanzo "Il bacio del brigante" (Mondadori, 2013) narra le vicende di Michele Pastorelli e della sua complessa e avventurosa cattura nell'Italia dell'Ottocento. Uno scenario desueto per un romanzo storico: come mai hai scelto il tema del brigantaggio e come si è svolto il lavoro di documentazione storica?

Uno scenario non troppo frequentato in effetti; il romanzo storico oggi si muove prevalentemente nelle vicende dell’antica Roma, repubblicana o imperiale oppure nel medioevo, dove si colora di elementi fantastici, misteriosi; eppure l’Italia degli ultimi anni dell’Ottocento, con le sue trasformazioni, contraddizioni  forti dal punto di vista sociale, economico e culturale, credo sia un terreno fertile per trovare storie, per ambientare  intrecci interessanti. Le vicende che racconto ne “Il bacio del brigante” sono estremamente romanzate, pur avendo alla loro base dei fatti storici realmente accaduti. I personaggi del romanzo sono ispirati a personaggi reali e qualche elemento vero spunta qui e là nella storia, per dare un sapore ancora più autentico. Quello che mi aveva colpito e interessato era stato un processo tenutosi a Viterbo nel 1893 in cui gli imputati erano addirittura 271, tutti accusati di essere “manutengoli”, cioè fiancheggiatori, del brigante Tiburzi; forse è stato il primo maxi processo della Storia d’Italia, eppure del brigantaggio nella Maremma si è sempre parlato poco. La natura del fenomeno è sicuramente molto diversa da quella del brigantaggio meridionale,che fu più esteso e più “politico”, tanto da configurare la sua repressione come una vera e propria guerra civile; però il brigantaggio sviluppatosi tra la Toscana e l’alto Lazio ha avuto caratteristiche interessanti, in un territorio particolare dal punto di vista naturalistico ed altrettanto particolare come panorama sociale e le piccole bande che percorrevano la Maremma e la Tuscia, spesso creavano dei sistemi criminali, con contatti col mondo politico e con i potentati economici che in parte ricordano i metodi della moderna criminalità organizzata.
Il lavoro di documentazione è avvenuto con lo studio del notevole materiale a disposizione della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, dove ho potuto anche accedere anche a copie anastatiche dei giornali di fine ‘800, grazie alla cortesia del personale della biblioteca. Poi ho visitato il Museo del brigantaggio che si trova a Cellere, paese natale del brigante Tiburzi e, infine, con lunghi trekking nella Riserva naturale di Monte Rufeno presso Acquapendente e la Riserva naturale Selva del Lamone nei pressi di Farnese, su quei percorsi che poi formano il cosiddetto “Cammino del brigante”.

"Il bacio del brigante" è anche una storia sull'onore, sul tradimento e sull'amicizia. Un intreccio di personaggi tra loro molto diversi: a quale ti sei maggiormente affezionato e per quale motivo?

Credo di poter ripartire il mio “affetto” tra molti dei personaggi del romanzo. Ci sono Luciano Fiorilli e il maggiore Carcano che sono due personalità forti, con storie personali diverse, entrambi con caratteri marcati ma ognuno con i propri dubbi, le proprie incertezze e i propri fantasmi. A loro aggiungerei Vincenzo Capotosti, che è un personaggio importante, sia per il ruolo che gioca nella vicenda, sia per il processo di maturazione e di cambiamento che produce nell’amico Luciano; Vincenzo impersona la speranza, la fiducia in un futuro diverso e un certo candore che ne fa un personaggio divertente e poetico. Poi ci sono le due signore del romanzo: Giuditta, la moglie di Luciano e la contessa Eleonora Berlioz Sarzani.  Sono donne profondamente diverse tra loro per condizione sociale e per il loro vissuto, ma entrambe hanno caratteri decisi, determinati che devono confrontarsi continuamente con un mondo maschile che spesso è pervaso di durezza, di cinismo e violenza. 

Ci racconti cosa "bolle in pentola"?

La pentola è grande e contiene molte cose; sono sempre un po’ restio a parlare dei progetti su cui sto lavorando, perché da una parte sono scaramantico e temo che qualcosa possa “bruciarmi” le idee, dall’altra non mi piace parlare di qualcosa, fino a quando non si è concretizzata veramente, perché non mi piace sembrare uno che millanti lavori che poi rimangono solo a livello di idee.
Comunque farò un piccolo strappo alle mie abitudini: mi piacerebbe seguire le vicende di alcuni dei personaggi de “Il bacio del brigante” anche dopo la conclusione della storia raccontata nel libro e sto già lavorando alla documentazione, c’è poi un altro progetto, questo ambientato in epoca contemporanea, che ha le caratteristiche della spy story; sono diversi progetti, parecchi,spero che mi basti il tempo per realizzarli tutti!  


Grazie a Franco, per la sua disponibilità. Per chi voglia contattarlo, può farlo sul suo sito personale. E, per concludere, una videointervista all'autore sul suo primo romanzo "L'età dell'acqua":



2 commenti:

  1. Bravissimi tutti e due, sia Franco sia l'intervistatore sempre attento e sul pezzo!
    Michela Martignoni

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  2. @Michela: doppiamente grazie, da parte mia e da parte di Franco!!!!

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