domenica 28 ottobre 2012

[Intervista]- Giorgio Ballario e il fascino del Giallo Coloniale

Classe 1964, Giorgio Ballario è nato a Torino. Giornalista, ha lavorato per l'agenzia di stampa Agi, è stato corrispondente per svariati quotidiani nazionali (Il Messaggero, Il Giorno, L'Indipendente) e redattore del settimanale Il Borghese. Dal 1999 lavora a La Stampa, dove si è occupato di cronaca nera e giudiziaria.
Nel giugno del 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo, Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni), primo romanzo in cui compare il maggiore Morosini; il libro ha ottenuto un lusinghiero successo di critica e pubblico ed è stato ristampato a dicembre dello stesso anno. In seguito ha pubblicato Una donna di troppo (2009), sempre per i tipi Angolo Manzoni, secondo romanzo del ciclo di Morosini. Nel 2010 è uscito Il volo della cicala, di ambientazione contemporanea con il detective Hector Perazzo.
Nel 2012 esce il terzo romanzo della serie coloniale "Le rose di Axum", edito dalla Hobby&Work.
Giorgio è stato così gentile da rispondere ad alcune domande:

- Nei tuoi romanzi "Morire è un attimo", "Una donna di troppo", fino al recente "Le rose di Axum", hai scelto l'ambientazione coloniale. Piuttosto originale e poco trattata in ambito narrativo. Ci vuoi spiegare perché proprio questo scenario e come è nata l'idea?

Sono sempre stato attratto dall'Africa e dal passato coloniale italiano: da bambino sentivo spesso parlare di parenti che erano stati laggiù per la guerra, per lavoro o in veste di missionari. Ed esperienze analoghe possono vantare decine di migliaia di famiglie italiane, come ho potuto verificare andando in giro per l’Italia dopo aver pubblicato i primi romanzi: il passato coloniale, sia pure sotto traccia, appartiene ancora alla memoria collettiva del nostro Paese. Poi ho anche fatto un ragionamento: si tratta di un periodo e un ambiente poco sfruttati, non solo dalla narrativa ma anche da cinema e tivù. Per cui mi sono convinto che l’Africa orientale fosse una scelta originale, come cornice di un giallo. Sappiamo tutto della conquista del Far West americano e dell’epopea della Frontiera, piuttosto che del colonialismo inglese in India o in Kenya; e molti neppure conoscono la storia della presenza italiana in Africa. Trascurando così uno straordinario scenario per raccontare storie, la “nostra” frontiera.

- Come si è svolto il lavoro di documentazione: hai potuto accedere a qualche testimonianza "diretta"? Hai fatto dei sopralluoghi?
Nelle pagine dei miei romanzi “coloniali” mi interessa ricostruire non solo i fatti storici dell'epoca, ma anche – anzi, soprattutto - gli aspetti culturali e materiali, la vita quotidiana nelle Colonie e naturalmente un'adeguata cornice geografica e ambientale. Per documentarmi ho letto un po' di libri storici, ma soprattutto vecchi testi dell'epoca trovati sulle bancarelle dei libri usati. Sono state fondamentali un paio di guide del Touring Club degli anni Trenta, che mi hanno fornito informazioni dettagliatissime su qualsiasi aspetto: dalla topografia delle città alle notizie etnografiche sulle popolazioni locali, dalla flora alla fauna dell'Africa orientale. E poi è stato molto utile l’archivio online del giornale per cui lavoro, La Stampa, che ha messo in rete la versione digitale di tutti i giornali usciti dal 1867 ad oggi. Le edizioni degli anni Trenta, all’epoca della Guerra d’Africa, sono una miniera… Dopo i primi due romanzi, inoltre, ho fatto un viaggio in Eritrea e ho potuto vedere di persona scenari che avevo solo immaginato documentandomi sui libri.  

- Il maggiore Morosini è il protagonista della tua trilogia coloniale: sensibile al fascino femminile, legge Seneca e pare che utilizzi la logica più dell'azione nella risoluzione dei misteri. Quanto c'è di te in lui?

Mentirei se dicessi che il personaggio non ha nulla a che vedere con me, con le mie esperienze di vita e con la mia visione del mondo, però sarebbe anche falso dire che Morosini è il mio alter ego. Ci sono alcuni punti di contatto, ma poi il personaggio letterario va per conto suo. Anche perché, non dimentichiamolo, Morosini vive e pensa come un uomo degli anni Trenta: non c’è nulla di peggio, nei romanzi storici, di personaggi che si aggirano per i secoli con la forma mentis dell’uomo contemporaneo. Quanto al metodo investigativo di Morosini, non vorrei che si pensasse a una specie di Sherlock Holmes in divisa da carabiniere. E’ vero, non è un detective tutto muscoli e azione; ma neppure un genio cervellotico come tanti protagonisti di romanzi gialli, specie anglosassoni: nelle mie intenzioni è un uomo normale, simile a molti poliziotti e carabinieri “veri”, che a volte sbagliano, altre volte non sanno che pesci pigliare, e in generale risolvono i casi grazie all’esperienza, alla professionalità, alla tenacia e persino in virtù di inaspettate botte di fortuna.

- Nel 2010 è uscito il romanzo "Il volo della cicala", in cui troviamo il detective Hector Perazzo, italo-argentino, protagonista di un giallo ambientato a Torino. La città sabauda, con il suo velo malinconico e la sua anima fluviale, è considerata un luogo molto "noir". Quanto ha pesato questa atmosfera nella scelta dell'ambientazione di questo tuo romanzo?

Hector è un po’ l’altra faccia della medaglia rispetto al maggiore Morosini: è un solitario, un individualista anarchico sbruffone ma anche malinconico, cinico e bastian contrario, come si dice dalle mie parti. E si muove nella complessità del mondo contemporaneo e della società globalizzata. E’ un personaggio al quale sono molto affezionato, anche se per ora è uscito un solo romanzo che lo vede protagonista: ho un paio di altre storie nel cassetto, ma per ora non c’è stata occasione di tirarle fuori. A dir la verità “Il volo della cicala” è solo parzialmente ambientato a Torino, la maggior parte dell’azione si svolge in una Creta assai poco turistica: invernale, piovosa e tutt’altro che balneare. Però è vero che Torino è una città che ha molti aspetti “noir” e spero un giorno di poter scrivere qualcosa di ambientazione veramente “torinese”.
- Ci racconti che cosa bolle in pentola: ci sarà un seguito delle avventure di Morosini?

Sì, posso darti un’anticipazione visto che proprio nei giorni scorsi ho consegnato il nuovo manoscritto al mio editore, Hobby &Work, che ha pubblicato “Le rose di Axum” ed è rimasto soddisfatto di come è stato accolto il terzo romanzo del ciclo coloniale. La nuova indagine di Morosini (titolo provvisorio “Le nebbie di Massaua”) dovrebbe uscire la prossima primavera e rispetto al precedente ci saranno alcune differenze sia nella psicologia del personaggio, sia nelle modalità dell’indagine. Essendo arrivati al quarto capitolo della saga morosiniana ho cercato di introdurre elementi di novità che mi hanno intrigato: mi auguro possano essere ben accetti anche da parte dei lettori.  

Grazie a Giorgio per la sua disponibilità. Chi volesse maggiori informazioni, le può ottenere sul sito dell'autore.

2 commenti:

  1. Ciao, non lo conosco, in realtà io leggo pochissimi libri gialli, però lo trovo intrigante anche per l'ambientazione. e' vero la nostra storia coloniale è poco considerata come "ambientazione " di romanzi. Gli anni trenta mi hanno sempre affascinata, gli anni trenta nell'Africa orientale in pieno colonialismo italiano sono uno scenario perfetto. Grazie della bella segnalazione e intervista, a presto.
    Antonella

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  2. @Antonella: l'ambientazione è originale davvero! Devo dire che in questo caso al fascino del romanzo giallo si unisce quello di un terra selvaggia e piena di segreti... Io sto iniziando il primo romanzo "Morire è un attimo". Ti farò sapere!
    A presto

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