domenica 7 ottobre 2012

[Intervista]- Con Veit Heinichen il meditterraneo si tinge di nero.


La strada che porta alla scrittura a volte è tortuosa. Veit Heinichen, per esempio, ha vissuto diverse vite in cui faceva altro, dal dirigente della Mercedes al libraio. Poi c’è stata una svolta e ha cominciato a mettere nero su bianco le avventure del suo personaggio, il commissario Proteo Laurenti.
Heinichen si è laureato in economia a Stoccarda, ottenendo una borsa di studio della Mercedes-Benz per la quale ha anche lavorato nella sede della direzione generale. Ha lavorato come libraio e ha collaborato con diversi editori. Dal 1997 vive a Trieste, una città di mare e di confine dove ha voluto ambientare i suoi romanzi, che sono tutti dei bestseller in Germania e Austria. A partire dal 2003 sono stati tradotti anche in italiano, olandese, francese, sloveno, greco, norvegese e spagnolo.
Il principale protagonista dei suoi libri gialli è la città di Trieste con le sue complessità, la bora, la sua multiculturalità. Di Heinichen abbiamo già parlato a proposito del suo primo romanzo I morti del Carso e della bella storia Danza Macabra
Veit ha accettato di rispondere a qualche domanda per La vibrazione nera:

1) Trieste, crocevia di cultura ed etnie. Come è nato il suo rapporto con questa città e quando ha deciso che sarebbe diventata la costante ambientazione delle sue storie?

Città di Basaglia, città di confine. Era il 2 gennaio del 1980 quando la mia curiosità mi portava per la prima volta a Trieste, volevo vedere questa città il cui nome era famoso in tutto il mondo per quattro motivi: la sua fortissima crescita economica e demografica nel suo passato più recente dopo il 1719, e nel 20° secolo il destino di essere diventata la città a sud della Cortina di ferro, il motore della riforma psichiatrica ed evidentemente la vera capitale della letteratura mondiale poiché la letteratura è sempre nata in tante lingue diverse: italiano, sloveno, tedesco, inglese, francese, serbo, greco ecc. Grandi nomi da Casanova a Sigmund Freud, da Jules Verne a Srečko Kosovel,  da James Joyce a Italo Svevo, Umberto Saba a Ivo Andrić, Richard Francis Burton a Boris Pahor e Magris.
Il mio primo approccio fu troppo rapido per capire granché. Essendo una persona avida di sapere (un gran rompiballe come dice qualcuna a me molto vicino, uno che chiede spesso “perché”), allora sono tornato dopo poco, inconsapevole di quello che sarebbe successo in seguito tra me e questa città. Dico sempre che il destino era più forte di me. In verità ho conosciuto gente con cui siamo diventati amici, e  questo mi ha spinto a tornare più frequentemente, finché sono diventato pendolare tra le mie varie realtà professionali al nord delle Alpi (ero editore, dirigente e anche fondatore di famose case editrici internazionali). Le compagnie aeree ne hanno approfittato bene, non esisteva ancora il Low cost. E dopo anni in cui sono vissuto con due identità mi sono deciso per quella più libera. Ho mollato tutto nella grande “Crucconia”, cambiato lato della scrivania e ho cercato di dare spazio a una passione che avevo avuto già da piccolo: scrivere. Era un altissimo rischio e dovevo farlo sotto gli occhi dei miei ex-colleghi, in parte invidiosi e in parte diffidenti. Ma se non rischi, non vinci. Così Trieste fortunatamente è diventata definitivamente la mia unica casa. Finalmente sono diventato stanziale dopo tredici traslochi per motivi di lavoro in quattro paesi europei.
Come dimostra la storia della letteratura di Trieste sembra che sia quasi impossibile non scrivere qui. È il luogo di massimi contrasti, contraddizioni, confini e anche dei ponti tra di essi. Trieste è una grande fornitrice di materia prima, un incubatore di storie. Qui l’Europa è a casa, oltre novanta etnie hanno contribuito allo sviluppo della città - e anche al suo declino. Non poteva essere diversamente: la città stessa è diventata uno dei protagonisti dei miei romanzi.

2) Il protagonista Proteo Laurenti è un partenopeo trapiantato al Nord. Legato alla famiglia, ma allo stesso tempo fedifrago, persegue la giustizia con metodi a volte poco ortodossi. Quanto c'è di Lei in questo personaggio?

Il commissario non è il mio alter ego! Iniziamo col fatto che lui ha una professione ben diversa della mia, che lui ha qualche anno più di me e tre figli; io no, è nato a Salerno con quattro fratelli. Beh, anch’io sono nato nell’estremo sud dalla Germania (e qualcuno per questo mi ha definito “terrone tedesco”). Poi io sono nato vicino a due confini, in quel triangolo tra la Francia e la Svizzera, ho avuto un’altra formazione, ho studiato economia, ho lavorato nella mia prima vita nella direzione generale della Mercedes, poi sono diventato libraio e dopo ancora editore, scrittore. Laurenti ed io condividiamo poche cose: primo, frequentiamo gli stessi bar e ristoranti (ma quando lui entra io esco, sono stufo di pagare sempre il suo conto, lui beve tanto e molto bene), e poi entrambi veniamo da “fuori” Trieste, e questo significa che non siamo cresciuti con le abitudini e i tabù della città in un modo che ci lascia la libertà di porre domande che l’autoctono non fa. Poi, certo, la testardaggine e il senso di giustizia, la curiosità e la flemma, la caparbietà e lo scetticismo nei confronti dell’informazione, della falsificazione della Storia, dell’amnesia collettiva, la resistenza nei confronti di autorità false.
Alla fine Laurenti e io siamo costretti a collaborare, ogni tanto lo facciamo bene e con piacere, ogni tanto lui diventa stronzo e cerca di delegare tutto a me. Lì si creano baruffe anche toste.
Ma la differenza fondamentale è l’obiettivo del nostro lavoro: lui indaga per portare delinquenti dietro le sbarre, io effettuo ricerche non meno profonde ma per narrare quel ritaglio del mondo che riesco capire –  come è sempre stato il ruolo del romanzo.

3) Il cibo triestino, anche se sullo sfondo, è costantemente presente nei suoi romanzi. Ci vuole spiegare il perché?

Non conosco proprio nessuno vivo che non mangi e non beva.
Come ho già accennato, oltre novanta etnie hanno lasciato le loro tracce in città, tutti quanti immigrati. Non esiste nessun albero di famiglia cosiddetto “puro” rispetto all’orgine triestina. E dove si rispecchiano le radici della gente? Nella cucina e nel dialetto. È una città di mare con il suo entroterra, il Carso  sta dietro casa. Abbiamo ogni volta l’imbarazzo della scelta tra piatti di mare o di terra. Il ricettario triestino è ricchissimo, ci sono influenze turche, meridionali, centro-europee, austriache, slovene ecc. Mangiare e bere a Trieste non diventa mai noioso o monotono.
E anche Laurenti e la sua famiglia lo godono, il figlio è apprendista cuoco nel più famoso ristorante di Trieste, da Scabar. Per altro con Ami Scabar, la chèf dell’omonimo ristorante, ho scritto un libro a quattro mani (“Trieste – Città dei venti”, Edizioni e/o) che è diventato un libro di viaggio, una storia culturale e culinaria che invita il lettore a un percorso in tutto questo contesto. La Storia degli ingredienti e della loro preparazione è la nostra storia e rispecchia la nostra cultura europea che si è miscelata nell’arco dei secoli, ma tutto è rintracciabile. A me piace imparare e godo di più se capisco cosa si trova sul piatto.

4) Il suo ultimo romanzo "Nessuno da solo" è incentrato su scandali internazionali che si intrecciano intorno al capoluogo giuliano. Come è nata l'idea alla base del romanzo?

È una città esemplare, un crocevia, tanto ogni cosa è concentrata qui e tutto quello che descrivo potrebbe succedere anche altrove. In una parte il ruolo di Trieste già predefinito dalla sua posizione geopolitica. Ci troviamo al centro dell’Europa, qui passa di tutto e di più. 
“Nessuno da solo” si svolge intorno a tre fattori che sono sempre più dominanti nella nostra vita e fortemente legati tra di loro:
la falsificazione della Storia, il potere delle immagini (sia televisivi, fotografiche, internet) e la concentrazione europea/mondiale dell’informazione in poche mani con una manipolazione dell’opinione pubblica sempre più evidente.
Qui sia chiara una cosa: il problema generale non è la bugia ma la mezza verità. Se una notizia o una parte di un fatto viene omessa, il resto diventa la verità totale e la base della notizia di domani. Trattare il passato in questo modo, la Storia, i delitti collettivi (guerre, oppressioni, sfruttamento, genocidio), i crimini economici (ci troviamo in mezzo a uno mostruoso), porta a effetti disastrosi: amnesia collettiva, stabilizzazione di casta, il pericolo di ripetizione, smontaggio di leggi e del contratto sociale. Se poi il crimine organizzato, che è il più grande consorzio multinazionale, s’impossessa di grosse aziende, dalle banche ai media, la manipolazione concertata non si lascia aspettare. L’informazione perde la sua anima e diventa un altro fattore economico. Questa concentrazione pericolosa la possiamo purtroppo osservare in tutta l’Europa. L’intreccio tra politica, economia e crimine organizzato è evidente.
Il carattere delle città sta cambiando, se c’erano una volta il commercio, la produttività e la cultura come base per lo sviluppo, quest’ultimo può anche essere bloccato di proposito. A Trieste c’è gente che ha il sospetto che la ‘città di frontiera’ durante la divisione dell’Europa in due blocchi ideologici si sia modificata da parecchio tempo in una “città strategica” per altri poteri che non vogliono lo sviluppo perché porterebbe a una forma di golpe contro la casta che tiene tanto alla tranquillità. Dietro le quinte si muove molto di più. 
Ma rimane sempre una città meravigliosa e civile con una qualità della vita molto alta, con una minima microcriminalità e con una massima densità di istituti finanziari. Honni soit qui mal y pense…

5) Nella sua produzione letteraria si è caratterizzato fortemente come Autore noir. Ci vuole spiegare i motivi di questa scelta: perché proprio la "crime story"? Si è mai cimentato con generi diversi?

Si, ho scritto un po’ di saggistica, storia culturale, ma quando viene pubblicato, spesso ho la sensazione che sia quasi sempre già superato della attualità galoppante.
Distinguerei tra “crime story” e “noir”. Esistono una marea di sottogeneri della “letteratura del mistero”. Da Agatha Christie alle sentenze in tribunale, dalla paranoia alla Stephen King fino alla Spy Story di Le Carré, dall'Horror o dalle storielle familiari fino ai veri peccati letterari o di fiction in ogni tipo di sceneggiato alla Derrick. Il Noir stesso è apparso la prima volta alla fine degli anni quaranta in Francia. Si distingue dai soliti “Who dunnit?”, quel genere che caccia solamente il cattivo per farlo fuori in qualche modo e garantire così il sonno tranquillo dei piccoli e grandi borghesi. Quando spengono la tv il mondo è di nuovo in ordine… Il noir invece non si limita a trattare esclusivamente i soliti tre gruppi coinvolti: il delinquente, la vittima e l’investigatore o inquirente. Perché c’è un quarto gruppo fortemente coinvolto. Noi tutti, la società che non è meno coinvolta, è la base di tutto. Su questo si interroga il genere del Noir, come tutti romanzi cerca di descrivere un’area e un’ epoca – e ha grandi libri della letteratura mondiale tra i suoi antenati: “Delitto e castigo”, “Il rosso e il nero” ecc. Ma c’è ancora una variante: il “Noir mediterraneo”. Ci ricordiamo del viaggio sanguinoso degli argonauti? O di un altro libro che è diventato la base della nostra cultura occidentale e che nella Genesi ci racconta di un fratricidio, Caino che uccide Abele. Un libro molto feroce in qui non mancano furti, incesto, tradimenti, cornuti, truffe, omicidi fino a bande a delinquere.
Direi che scrittori come Massimo Carlotto, Bruno Morchio, Petros Markaris, io stesso e tantissimi altri siamo solamente tornati alle radici. E purtroppo non viviamo nel mondo delle favole. Attualmente non esiste alcun altro genere per descrivere il nostro contesto odierno in modo migliore che il Noir mediterraneo.

6) Il suo prossimo romanzo? Ha già un'idea nel cassetto?
Il cassetto è vuoto, ho appena passato l’ultima stesura delle bozze. Uscirà a fine gennaio in tedesco e in prima estate in italiano. Il resto  lo tengo ancora per me.


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