sabato 22 dicembre 2012

BUON NATALE DA "LA VIBRAZIONE NERA"

A tutti gli amici del blog "la vibrazione nera" tanti auguri di buon Natale e  felice anno nuovo. Ci vediamo nel 2013 con nuove recensione e nuove interviste!
Tanti auguri,




lunedì 19 novembre 2012

[Recensione]- Chiodo fisso di Emilio Martini, e l'insostenibile peso dell'ossessione

Arriva l’inverno anche per il commissario Berté. In “Chiodo fisso” (Corbaccio editore, 8,9 euro), ultimo libro del misterioso Emilio Martini, il simpatico vicequestore dal look anni Novanta (Berté è affezionatissimo alla sua coda di cavallo crespa, che costituisce anche una sua potente zona erogena) gioca in casa. Dopo le prime indagini ambientate in Liguria, nel paese di Lungariva, questa nuova storia ha come scenario Milano. 
Una Milano nera, con molti palazzi e tanto cemento, ma anche una Milano nostalgica, quella delle panchine e degli incontri, dei quartieri delimitati non solo dalle strade ma anche dall’aggregazione sociale. Berté decide di passare le ferie nel capoluogo lombardo, non va alle Maldive o a nuotare nel Mar Rosso. No, il nostro commissario vuole immergersi nel traffico e nello smog, vuole ritrovare le sue abitudini, dormire nel suo appartamento. Ma il Berté non riesce a stare lontano dai guai. Neanche a farlo apposta incappa nel cadavere di un suo vecchio amico, Valerio Brivio detto lo Svedese, pugnalato nella sua galleria d’arte. Benché in ferie, Gigi non può esimersi dall’intraprendere un’indagine privata. Un percorso che lo porta non solo sulle tracce dell’assassino, ma anche a ripescare il proprio passato. A fare i conti con il vecchio Gigi, il ragazzo delle panchine. E per fuggire alla rabbia degli ammazzati, per fare luce dentro di sé, il nostro eroe si getta anima e corpo nella scrittura. E anche in questo caso c’è un racconto che scorre parallelo all’indagine del commissario. “Maledetto Soloski”, questo è il titolo della novella, parla di un’ossessione. L’ossessione di un uomo qualunque, di un Signor Nessuno, per un pittore. Per Soloski. E questa passione violenta, incomprensibile, irrazionale, spinge il protagonista del racconto ai gesti più efferati. Anche Gigi dovrà fare i conti con un assassino insospettabile, un’ombra tra le ombre, un essere apparentemente insignificante divorato dal demone dell’ossessione.
In questa suo terzo romanzo, Emilio Martini conferma le sue doti di narratore, questa volta cimentandosi con un’ambientazione metropolitana, non meno suggestiva delle precedenti. La trama gialla è ben congegnata, il ritmo serrato, la prosa asciutta e curata. Il personaggio Berté si caratterizza ancora più nitidamente, con la sua passione per la scrittura, la sua incazzosità "a caldo", il suo debole per le belle donne e la sua avversione per il fitness modaiolo. Berté piace perché piacciono le sue contraddizioni (quando è a Lungariva rimpiange Milano, salvo poi fare il contrario appena arriva in Lombardia), e anche le sue debolezze (si strugge per la dolcezza della locandiera Marzia, ma cede agli assalti della carnale Patty, la sua ex).
Si conferma anche l’occhio attento di Martini alle tematiche più attuali, all’equilibrio precario in cui siamo immersi. Un equilibrio che facilmente può andare in frantumi e scivolare nella psicosi. Il grande merito di Martini è proprio la capacità di toccare i nervi scoperti del tessuto sociale, senza però far sussultare il lettore. Il  pregio di questa lettura è la leggerezza, come quella degli haiku che tanto appassionano il nostro commissario. 
E per citarne uno: “Noi due la vediamo/ Quest’anno è la stessa/ la neve che cade?”  

domenica 18 novembre 2012

[Segnalazione]- Mannaia e tacchi a spillo nella rete di Milanonera

Nella libreria virtuale di Amazon ci sono già. E la prossima settimana appariranno anche su BookRepubblic
Martedì troverete online Mannaia l'ebook (Milanonera editore) delle sorelle Elena e Michela Martignoni. Un racconto sincopato, intenso e profondamente noir. La trama:
"Un ritmo che non lascia respiro, un’ansia disperata, una tensione senza tregua. Così vive a Milano una donna che cerca disperatamente di accontentare tutti col risultato di avere i nervi a pezzi. 
Un giorno la sua buona fede viene usata. Qualcuno la truffa e la deruba. Il destino però le concede di vendicarsi, una vendetta mozzafiato, gelida come il freezer, grondante di sangue come una costata di manzo, affilata come la lama della mannaia che usa per tagliarla.
"
Il racconto io l'ho letto d'un fiato e devo riconoscere che le due sorelle milanesi hanno la penna davvero affilata. E c'era da aspettarselo, ecco quello che le Borgias' Sisters hanno detto nella loro intervista di giugno 2012 su questo sito:
"Abbiamo anche nel cassetto alcune novelle noir inedite che a volte rileggiamo per conto nostro e ci spaventiamo da sole. Dev'esserci qualche gene che fa sì che quando si scrive tra sorelle e fratelli si finisce nel noir: esempi? Le Giussani inventarono Diabolik, le Bronte... non scrivevano insieme ma anche separatamente non si facevano mancare il terrore, le Izner... e ci sono anche dei gemelli nel lecchese, ci sembra, che scrivono cose de paura..."
E il loro cassetto devono averlo aperto per pescare questa novella nera e molto metropolitana.



Devo ammettere che anche io ho ceduto alla tentazione del digitale. Su amazon trovate che il mio ebook "Rivincita mortale", sempre per i tipi di Milanonera. Ho cercato di sperimentarmi in una scrittura diversa, quella noir, provando a utlizzare un registro linguistico completamente diverso, più diretto. Il romanzo storico, per forza di cose, costringe ad utilizzare una costruzione più forbita, ma di certo non adatta a una novella noir. Per la trama ho rispolverato la mia antica passione per il poeta classico Catullo, e in particolare per il carme 51: l'ode della gelosia. Una passione tanto comune e incredibilmente violenta.
Il risultato, quale che sia, è ora nelle mani dei lettori.

Qui accanto trovate la bellissima copertina. Vi lascio anche la trama: 
"Immacolata è un’insegnante di liceo, la quarantina passata. La sua vita scorre monotona tra le versioni di latino e i pantagruelici pranzi della madre, la sora Cleofe, matrona trasteverina appassionata di coda alla vaccinara.
Ma l’arrivo di una email inattesa le sconvolge la vita. Uno spettro emerge dal passato. Seguendo il filo di una famosa ode di Catullo, la donna allestisce un diabolico piano di vendetta.
"


mercoledì 7 novembre 2012

[Segnalazione]- da domani in libreria la nuova avventura del commissario Berté: CHIODO FISSO

Domani giovedì 8 novembre approda in tutte le libreria Chiodo fisso la terza avventura del commissario con la coda: Gigi Berté. A differenza dei precedenti romanzi (ambientati in Liguria), il nuovo libro del misterioso Emilio Martini si preannuncia d'ambientazione milanese. In attesa di leggerlo e scrivere il mio commento, ecco la trama:

C’è chi durante le vacanze di Natale va in montagna (la maggioranza), chi va al mare ( pochi) e chi emigra verso paradisi esotici (i fortunati). Il vicequestore aggiunto Gigi Berté, invece, non sembra volersi identificare con nessuno di questi. Trasferito per ragioni disciplinari da Milano a Lungariva, in Liguria, ha deciso di tornare nella sua metropoli per capire se gli manca davvero. E se si aspettava una sorta di felliniano Amarcord, non immaginava certo di trovarsi catapultato nella Milano della sua giovinezza a causa di un omicidio. Appena arrivato, infatti, Berté incappa nel cadavere di un vecchio amico, uno dei ragazzi delle panchine di piazza Stuparich, con i quali aveva condiviso anni di scuola, di amori, di chiacchierate, di sogni… E benché ufficialmente in vacanza, il commissario non può restare con le mani in mano. Contatta i suoi amici di un tempo e, indagando, si accorge di quante cose possono cambiare in un quarto di secolo. E di quante, invece, resistono inalterate: passioni, ossessioni, proprio quelle da cui Berté prende spunto per i suoi racconti. Perché fanno parte dell’animo umano. Di quello delle vittime e di quello dei colpevoli. Nei libri come nella realtà.


domenica 4 novembre 2012

[Segnalazione] - il giallo è servito - cena letteraria con Sangue Giudeo

L'abbinamento tra la buona tavola e il delitto è cosa nota. Ce lo insegna Camilleri, con il suo celeberrimo commissario che, tra una tappa e l'altra delle sue indagini, si dedica agli arancini e al buon vino. Oppure il Proteo Laurenti di Veit Heinichen, amante della gastronomia a tal punto che nelle sue avventure si trovano costanti riferimenti alla cucina triestina. O il più recente Gigi Berté, commissario in esilio ligure, frutto della penna del misterioso Emilio Martini, che nelle suoi romanzi ci racconta anche la tradizione culinaria della Liguria.
Perciò sono molto felice di partecipare all'iniziativa di Gianluca Campagna, creatore dell'iniziativa Giallolatino, che ha organizzato un ciclo di cene lettarario nella splendida cornice del lido di Latina.
Copio e incollo dal sito della Ego edizioni:

Partono da sabato 3 novembre e fino a sabato 17 dicembre le cene letterarie presso l’Hotel Miramare di Latina Lido organizzate da Ego Edizioni. Una possibilità di gustare un menù a tema rispetto alle linee tracciate nei romanzi presentati e conoscere da vicino gli autori in una chiacchierata amabile e informale, considerato che a tavola è ammessa una singolare confidenza. Giallo e mistero a tavola. Non suona affatto strano, ma la letteratura gialla e noir spesso si è apparecchiata la tavola, si è seduta ed ha scelto pietanze che poi sono entrate nell’immaginario collettivo. «Investigazione e tavola sono un binomio che da sempre affascina cultori della tavola e della lettura: dal Pepe Carvalho di Manuel Vazquez Montalbàn al commissario Montalbano di Andrea Camilleri passando per Nero Wolfe di Rex Stout –ha detto Gian Luca Campagna, direttore artistico dell’evento-. I personaggi che popolano la letteratura gialla e noir mangiano e bevono, decisamente più degli altri. Poi, chi appartiene alla cultura mediterranea non si esime da assassinare senza essere prima passato a tavola. Orfani momentaneamente di Giallolatino, abbiamo pensato di trascorrere l’autunno e l’inverno in compagnia di buoni romanzi, di ottima cucina e di autori brillanti. Non ci fraintendete: con questa iniziativa non vogliamo incitare all’omicidio gastronomico, ma il nostro obiettivo è servire un saporito intrattenimento. E abbiate fiducia nello chef: le sue ricette non contengono arsenico tra gli ingredienti. O almeno lo crediamo».

Il giorno 10 novembre alle 20 e 30 presenterò il mio romanzo "Sangue giudeo" nel corso della cena letteraria. Qui a fianco trovate il menu... vi aspetto numerosi!

domenica 28 ottobre 2012

[Intervista]- Giorgio Ballario e il fascino del Giallo Coloniale

Classe 1964, Giorgio Ballario è nato a Torino. Giornalista, ha lavorato per l'agenzia di stampa Agi, è stato corrispondente per svariati quotidiani nazionali (Il Messaggero, Il Giorno, L'Indipendente) e redattore del settimanale Il Borghese. Dal 1999 lavora a La Stampa, dove si è occupato di cronaca nera e giudiziaria.
Nel giugno del 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo, Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni), primo romanzo in cui compare il maggiore Morosini; il libro ha ottenuto un lusinghiero successo di critica e pubblico ed è stato ristampato a dicembre dello stesso anno. In seguito ha pubblicato Una donna di troppo (2009), sempre per i tipi Angolo Manzoni, secondo romanzo del ciclo di Morosini. Nel 2010 è uscito Il volo della cicala, di ambientazione contemporanea con il detective Hector Perazzo.
Nel 2012 esce il terzo romanzo della serie coloniale "Le rose di Axum", edito dalla Hobby&Work.
Giorgio è stato così gentile da rispondere ad alcune domande:

- Nei tuoi romanzi "Morire è un attimo", "Una donna di troppo", fino al recente "Le rose di Axum", hai scelto l'ambientazione coloniale. Piuttosto originale e poco trattata in ambito narrativo. Ci vuoi spiegare perché proprio questo scenario e come è nata l'idea?

Sono sempre stato attratto dall'Africa e dal passato coloniale italiano: da bambino sentivo spesso parlare di parenti che erano stati laggiù per la guerra, per lavoro o in veste di missionari. Ed esperienze analoghe possono vantare decine di migliaia di famiglie italiane, come ho potuto verificare andando in giro per l’Italia dopo aver pubblicato i primi romanzi: il passato coloniale, sia pure sotto traccia, appartiene ancora alla memoria collettiva del nostro Paese. Poi ho anche fatto un ragionamento: si tratta di un periodo e un ambiente poco sfruttati, non solo dalla narrativa ma anche da cinema e tivù. Per cui mi sono convinto che l’Africa orientale fosse una scelta originale, come cornice di un giallo. Sappiamo tutto della conquista del Far West americano e dell’epopea della Frontiera, piuttosto che del colonialismo inglese in India o in Kenya; e molti neppure conoscono la storia della presenza italiana in Africa. Trascurando così uno straordinario scenario per raccontare storie, la “nostra” frontiera.

- Come si è svolto il lavoro di documentazione: hai potuto accedere a qualche testimonianza "diretta"? Hai fatto dei sopralluoghi?
Nelle pagine dei miei romanzi “coloniali” mi interessa ricostruire non solo i fatti storici dell'epoca, ma anche – anzi, soprattutto - gli aspetti culturali e materiali, la vita quotidiana nelle Colonie e naturalmente un'adeguata cornice geografica e ambientale. Per documentarmi ho letto un po' di libri storici, ma soprattutto vecchi testi dell'epoca trovati sulle bancarelle dei libri usati. Sono state fondamentali un paio di guide del Touring Club degli anni Trenta, che mi hanno fornito informazioni dettagliatissime su qualsiasi aspetto: dalla topografia delle città alle notizie etnografiche sulle popolazioni locali, dalla flora alla fauna dell'Africa orientale. E poi è stato molto utile l’archivio online del giornale per cui lavoro, La Stampa, che ha messo in rete la versione digitale di tutti i giornali usciti dal 1867 ad oggi. Le edizioni degli anni Trenta, all’epoca della Guerra d’Africa, sono una miniera… Dopo i primi due romanzi, inoltre, ho fatto un viaggio in Eritrea e ho potuto vedere di persona scenari che avevo solo immaginato documentandomi sui libri.  

- Il maggiore Morosini è il protagonista della tua trilogia coloniale: sensibile al fascino femminile, legge Seneca e pare che utilizzi la logica più dell'azione nella risoluzione dei misteri. Quanto c'è di te in lui?

Mentirei se dicessi che il personaggio non ha nulla a che vedere con me, con le mie esperienze di vita e con la mia visione del mondo, però sarebbe anche falso dire che Morosini è il mio alter ego. Ci sono alcuni punti di contatto, ma poi il personaggio letterario va per conto suo. Anche perché, non dimentichiamolo, Morosini vive e pensa come un uomo degli anni Trenta: non c’è nulla di peggio, nei romanzi storici, di personaggi che si aggirano per i secoli con la forma mentis dell’uomo contemporaneo. Quanto al metodo investigativo di Morosini, non vorrei che si pensasse a una specie di Sherlock Holmes in divisa da carabiniere. E’ vero, non è un detective tutto muscoli e azione; ma neppure un genio cervellotico come tanti protagonisti di romanzi gialli, specie anglosassoni: nelle mie intenzioni è un uomo normale, simile a molti poliziotti e carabinieri “veri”, che a volte sbagliano, altre volte non sanno che pesci pigliare, e in generale risolvono i casi grazie all’esperienza, alla professionalità, alla tenacia e persino in virtù di inaspettate botte di fortuna.

- Nel 2010 è uscito il romanzo "Il volo della cicala", in cui troviamo il detective Hector Perazzo, italo-argentino, protagonista di un giallo ambientato a Torino. La città sabauda, con il suo velo malinconico e la sua anima fluviale, è considerata un luogo molto "noir". Quanto ha pesato questa atmosfera nella scelta dell'ambientazione di questo tuo romanzo?

Hector è un po’ l’altra faccia della medaglia rispetto al maggiore Morosini: è un solitario, un individualista anarchico sbruffone ma anche malinconico, cinico e bastian contrario, come si dice dalle mie parti. E si muove nella complessità del mondo contemporaneo e della società globalizzata. E’ un personaggio al quale sono molto affezionato, anche se per ora è uscito un solo romanzo che lo vede protagonista: ho un paio di altre storie nel cassetto, ma per ora non c’è stata occasione di tirarle fuori. A dir la verità “Il volo della cicala” è solo parzialmente ambientato a Torino, la maggior parte dell’azione si svolge in una Creta assai poco turistica: invernale, piovosa e tutt’altro che balneare. Però è vero che Torino è una città che ha molti aspetti “noir” e spero un giorno di poter scrivere qualcosa di ambientazione veramente “torinese”.
- Ci racconti che cosa bolle in pentola: ci sarà un seguito delle avventure di Morosini?

Sì, posso darti un’anticipazione visto che proprio nei giorni scorsi ho consegnato il nuovo manoscritto al mio editore, Hobby &Work, che ha pubblicato “Le rose di Axum” ed è rimasto soddisfatto di come è stato accolto il terzo romanzo del ciclo coloniale. La nuova indagine di Morosini (titolo provvisorio “Le nebbie di Massaua”) dovrebbe uscire la prossima primavera e rispetto al precedente ci saranno alcune differenze sia nella psicologia del personaggio, sia nelle modalità dell’indagine. Essendo arrivati al quarto capitolo della saga morosiniana ho cercato di introdurre elementi di novità che mi hanno intrigato: mi auguro possano essere ben accetti anche da parte dei lettori.  

Grazie a Giorgio per la sua disponibilità. Chi volesse maggiori informazioni, le può ottenere sul sito dell'autore.

giovedì 11 ottobre 2012

[Segnalazione]- Presentazione in Tuscia di Sangue giudeo e il Premio Europeo di Letteratura Gialla.

Per me è un grande piacere segnalare che il mio romanzo "Sangue giudeo"  verrà presentato il 13 ottobre 2012 alle ore 17,30 presso il Salone del Quarto Stato del Museo Delle Tradizioni Popolari di Canepina. I relatori saranno: Prof. Enzo Palmisciano (Università della Tuscia), Prof. Quirino Galli (Direttore del Museo), Dott. Francesco Corsi (Delegato alla cultura del Comune di Canepina).
Canepina è un paese in provincia di Viterbo, la cue fondazione alcune fonti fanno risalire all'anno 1058. Ogni anno organizza dei magnifici festeggiamenti in occasione delle Giornate della Castagna. Qui a lato vedete il suggestivo castello degli Anguillara che domina il paese.

Un'altra segnalazione, di tutt'altro genere, riguarda invece il Premio Europeo di Letteratura Gialla.
Dal 15 settembre al 10 novembre 2012, in vari città della Germania settentrionale, si terrà il più grande festival internazionale della letteratura gialla, che conta sulla presenza di autori "top", sia nazionali che internazionali. Il 10 novembre si svolgerà la terza edizione del Premio Europeo Letteratura Gialla che darà un riconoscimento all'autore la cui opera dimostra una particolare responsabilità, che abbia contribuito allo sviluppo di questo genere letterario e che abbia raggiunto una particolare accoglienza a livello europeo.  

Partecipate al voto finale Ripper Award 2012 - European Crime Fiction Star Award -------------------------------------------------  
Tre sono gli scrittori finalisti per il "Ripper Award 2012":

Veit Heinichen
Petros Markaris
Fred Vargas

I tre sono stati scelti da una giuria di sette scrittori europei. Ma il voto finale per lo scrittore favorito spetta al pubblico, al quale è chiesto di participare numeroso sul sito. Per votare basta cliccare qui.
A presto!

domenica 7 ottobre 2012

[Intervista]- Con Veit Heinichen il meditterraneo si tinge di nero.


La strada che porta alla scrittura a volte è tortuosa. Veit Heinichen, per esempio, ha vissuto diverse vite in cui faceva altro, dal dirigente della Mercedes al libraio. Poi c’è stata una svolta e ha cominciato a mettere nero su bianco le avventure del suo personaggio, il commissario Proteo Laurenti.
Heinichen si è laureato in economia a Stoccarda, ottenendo una borsa di studio della Mercedes-Benz per la quale ha anche lavorato nella sede della direzione generale. Ha lavorato come libraio e ha collaborato con diversi editori. Dal 1997 vive a Trieste, una città di mare e di confine dove ha voluto ambientare i suoi romanzi, che sono tutti dei bestseller in Germania e Austria. A partire dal 2003 sono stati tradotti anche in italiano, olandese, francese, sloveno, greco, norvegese e spagnolo.
Il principale protagonista dei suoi libri gialli è la città di Trieste con le sue complessità, la bora, la sua multiculturalità. Di Heinichen abbiamo già parlato a proposito del suo primo romanzo I morti del Carso e della bella storia Danza Macabra
Veit ha accettato di rispondere a qualche domanda per La vibrazione nera:

1) Trieste, crocevia di cultura ed etnie. Come è nato il suo rapporto con questa città e quando ha deciso che sarebbe diventata la costante ambientazione delle sue storie?

Città di Basaglia, città di confine. Era il 2 gennaio del 1980 quando la mia curiosità mi portava per la prima volta a Trieste, volevo vedere questa città il cui nome era famoso in tutto il mondo per quattro motivi: la sua fortissima crescita economica e demografica nel suo passato più recente dopo il 1719, e nel 20° secolo il destino di essere diventata la città a sud della Cortina di ferro, il motore della riforma psichiatrica ed evidentemente la vera capitale della letteratura mondiale poiché la letteratura è sempre nata in tante lingue diverse: italiano, sloveno, tedesco, inglese, francese, serbo, greco ecc. Grandi nomi da Casanova a Sigmund Freud, da Jules Verne a Srečko Kosovel,  da James Joyce a Italo Svevo, Umberto Saba a Ivo Andrić, Richard Francis Burton a Boris Pahor e Magris.
Il mio primo approccio fu troppo rapido per capire granché. Essendo una persona avida di sapere (un gran rompiballe come dice qualcuna a me molto vicino, uno che chiede spesso “perché”), allora sono tornato dopo poco, inconsapevole di quello che sarebbe successo in seguito tra me e questa città. Dico sempre che il destino era più forte di me. In verità ho conosciuto gente con cui siamo diventati amici, e  questo mi ha spinto a tornare più frequentemente, finché sono diventato pendolare tra le mie varie realtà professionali al nord delle Alpi (ero editore, dirigente e anche fondatore di famose case editrici internazionali). Le compagnie aeree ne hanno approfittato bene, non esisteva ancora il Low cost. E dopo anni in cui sono vissuto con due identità mi sono deciso per quella più libera. Ho mollato tutto nella grande “Crucconia”, cambiato lato della scrivania e ho cercato di dare spazio a una passione che avevo avuto già da piccolo: scrivere. Era un altissimo rischio e dovevo farlo sotto gli occhi dei miei ex-colleghi, in parte invidiosi e in parte diffidenti. Ma se non rischi, non vinci. Così Trieste fortunatamente è diventata definitivamente la mia unica casa. Finalmente sono diventato stanziale dopo tredici traslochi per motivi di lavoro in quattro paesi europei.
Come dimostra la storia della letteratura di Trieste sembra che sia quasi impossibile non scrivere qui. È il luogo di massimi contrasti, contraddizioni, confini e anche dei ponti tra di essi. Trieste è una grande fornitrice di materia prima, un incubatore di storie. Qui l’Europa è a casa, oltre novanta etnie hanno contribuito allo sviluppo della città - e anche al suo declino. Non poteva essere diversamente: la città stessa è diventata uno dei protagonisti dei miei romanzi.

2) Il protagonista Proteo Laurenti è un partenopeo trapiantato al Nord. Legato alla famiglia, ma allo stesso tempo fedifrago, persegue la giustizia con metodi a volte poco ortodossi. Quanto c'è di Lei in questo personaggio?

Il commissario non è il mio alter ego! Iniziamo col fatto che lui ha una professione ben diversa della mia, che lui ha qualche anno più di me e tre figli; io no, è nato a Salerno con quattro fratelli. Beh, anch’io sono nato nell’estremo sud dalla Germania (e qualcuno per questo mi ha definito “terrone tedesco”). Poi io sono nato vicino a due confini, in quel triangolo tra la Francia e la Svizzera, ho avuto un’altra formazione, ho studiato economia, ho lavorato nella mia prima vita nella direzione generale della Mercedes, poi sono diventato libraio e dopo ancora editore, scrittore. Laurenti ed io condividiamo poche cose: primo, frequentiamo gli stessi bar e ristoranti (ma quando lui entra io esco, sono stufo di pagare sempre il suo conto, lui beve tanto e molto bene), e poi entrambi veniamo da “fuori” Trieste, e questo significa che non siamo cresciuti con le abitudini e i tabù della città in un modo che ci lascia la libertà di porre domande che l’autoctono non fa. Poi, certo, la testardaggine e il senso di giustizia, la curiosità e la flemma, la caparbietà e lo scetticismo nei confronti dell’informazione, della falsificazione della Storia, dell’amnesia collettiva, la resistenza nei confronti di autorità false.
Alla fine Laurenti e io siamo costretti a collaborare, ogni tanto lo facciamo bene e con piacere, ogni tanto lui diventa stronzo e cerca di delegare tutto a me. Lì si creano baruffe anche toste.
Ma la differenza fondamentale è l’obiettivo del nostro lavoro: lui indaga per portare delinquenti dietro le sbarre, io effettuo ricerche non meno profonde ma per narrare quel ritaglio del mondo che riesco capire –  come è sempre stato il ruolo del romanzo.

3) Il cibo triestino, anche se sullo sfondo, è costantemente presente nei suoi romanzi. Ci vuole spiegare il perché?

Non conosco proprio nessuno vivo che non mangi e non beva.
Come ho già accennato, oltre novanta etnie hanno lasciato le loro tracce in città, tutti quanti immigrati. Non esiste nessun albero di famiglia cosiddetto “puro” rispetto all’orgine triestina. E dove si rispecchiano le radici della gente? Nella cucina e nel dialetto. È una città di mare con il suo entroterra, il Carso  sta dietro casa. Abbiamo ogni volta l’imbarazzo della scelta tra piatti di mare o di terra. Il ricettario triestino è ricchissimo, ci sono influenze turche, meridionali, centro-europee, austriache, slovene ecc. Mangiare e bere a Trieste non diventa mai noioso o monotono.
E anche Laurenti e la sua famiglia lo godono, il figlio è apprendista cuoco nel più famoso ristorante di Trieste, da Scabar. Per altro con Ami Scabar, la chèf dell’omonimo ristorante, ho scritto un libro a quattro mani (“Trieste – Città dei venti”, Edizioni e/o) che è diventato un libro di viaggio, una storia culturale e culinaria che invita il lettore a un percorso in tutto questo contesto. La Storia degli ingredienti e della loro preparazione è la nostra storia e rispecchia la nostra cultura europea che si è miscelata nell’arco dei secoli, ma tutto è rintracciabile. A me piace imparare e godo di più se capisco cosa si trova sul piatto.

4) Il suo ultimo romanzo "Nessuno da solo" è incentrato su scandali internazionali che si intrecciano intorno al capoluogo giuliano. Come è nata l'idea alla base del romanzo?

È una città esemplare, un crocevia, tanto ogni cosa è concentrata qui e tutto quello che descrivo potrebbe succedere anche altrove. In una parte il ruolo di Trieste già predefinito dalla sua posizione geopolitica. Ci troviamo al centro dell’Europa, qui passa di tutto e di più. 
“Nessuno da solo” si svolge intorno a tre fattori che sono sempre più dominanti nella nostra vita e fortemente legati tra di loro:
la falsificazione della Storia, il potere delle immagini (sia televisivi, fotografiche, internet) e la concentrazione europea/mondiale dell’informazione in poche mani con una manipolazione dell’opinione pubblica sempre più evidente.
Qui sia chiara una cosa: il problema generale non è la bugia ma la mezza verità. Se una notizia o una parte di un fatto viene omessa, il resto diventa la verità totale e la base della notizia di domani. Trattare il passato in questo modo, la Storia, i delitti collettivi (guerre, oppressioni, sfruttamento, genocidio), i crimini economici (ci troviamo in mezzo a uno mostruoso), porta a effetti disastrosi: amnesia collettiva, stabilizzazione di casta, il pericolo di ripetizione, smontaggio di leggi e del contratto sociale. Se poi il crimine organizzato, che è il più grande consorzio multinazionale, s’impossessa di grosse aziende, dalle banche ai media, la manipolazione concertata non si lascia aspettare. L’informazione perde la sua anima e diventa un altro fattore economico. Questa concentrazione pericolosa la possiamo purtroppo osservare in tutta l’Europa. L’intreccio tra politica, economia e crimine organizzato è evidente.
Il carattere delle città sta cambiando, se c’erano una volta il commercio, la produttività e la cultura come base per lo sviluppo, quest’ultimo può anche essere bloccato di proposito. A Trieste c’è gente che ha il sospetto che la ‘città di frontiera’ durante la divisione dell’Europa in due blocchi ideologici si sia modificata da parecchio tempo in una “città strategica” per altri poteri che non vogliono lo sviluppo perché porterebbe a una forma di golpe contro la casta che tiene tanto alla tranquillità. Dietro le quinte si muove molto di più. 
Ma rimane sempre una città meravigliosa e civile con una qualità della vita molto alta, con una minima microcriminalità e con una massima densità di istituti finanziari. Honni soit qui mal y pense…

5) Nella sua produzione letteraria si è caratterizzato fortemente come Autore noir. Ci vuole spiegare i motivi di questa scelta: perché proprio la "crime story"? Si è mai cimentato con generi diversi?

Si, ho scritto un po’ di saggistica, storia culturale, ma quando viene pubblicato, spesso ho la sensazione che sia quasi sempre già superato della attualità galoppante.
Distinguerei tra “crime story” e “noir”. Esistono una marea di sottogeneri della “letteratura del mistero”. Da Agatha Christie alle sentenze in tribunale, dalla paranoia alla Stephen King fino alla Spy Story di Le Carré, dall'Horror o dalle storielle familiari fino ai veri peccati letterari o di fiction in ogni tipo di sceneggiato alla Derrick. Il Noir stesso è apparso la prima volta alla fine degli anni quaranta in Francia. Si distingue dai soliti “Who dunnit?”, quel genere che caccia solamente il cattivo per farlo fuori in qualche modo e garantire così il sonno tranquillo dei piccoli e grandi borghesi. Quando spengono la tv il mondo è di nuovo in ordine… Il noir invece non si limita a trattare esclusivamente i soliti tre gruppi coinvolti: il delinquente, la vittima e l’investigatore o inquirente. Perché c’è un quarto gruppo fortemente coinvolto. Noi tutti, la società che non è meno coinvolta, è la base di tutto. Su questo si interroga il genere del Noir, come tutti romanzi cerca di descrivere un’area e un’ epoca – e ha grandi libri della letteratura mondiale tra i suoi antenati: “Delitto e castigo”, “Il rosso e il nero” ecc. Ma c’è ancora una variante: il “Noir mediterraneo”. Ci ricordiamo del viaggio sanguinoso degli argonauti? O di un altro libro che è diventato la base della nostra cultura occidentale e che nella Genesi ci racconta di un fratricidio, Caino che uccide Abele. Un libro molto feroce in qui non mancano furti, incesto, tradimenti, cornuti, truffe, omicidi fino a bande a delinquere.
Direi che scrittori come Massimo Carlotto, Bruno Morchio, Petros Markaris, io stesso e tantissimi altri siamo solamente tornati alle radici. E purtroppo non viviamo nel mondo delle favole. Attualmente non esiste alcun altro genere per descrivere il nostro contesto odierno in modo migliore che il Noir mediterraneo.

6) Il suo prossimo romanzo? Ha già un'idea nel cassetto?
Il cassetto è vuoto, ho appena passato l’ultima stesura delle bozze. Uscirà a fine gennaio in tedesco e in prima estate in italiano. Il resto  lo tengo ancora per me.


venerdì 5 ottobre 2012

[Recensione]- Farfalla nera di Emilio Martini, ovvero il vizio di insabbiare la verità.


Non c’è pace per il commissario Gigi Berté, protagonista di “Farfalla nera” (Corbaccio, 8 euro) secondo romanzo del misterioso Emilio Martini.
Dopo la movimentata estate, che lo ha visto alle prese con il delitto de "La regina del catrame", Gigi vorrebbe godersi il soggiorno a Lungariva. Nella piccola località sulla riviera Ligure, il vicequestore con la coda è stato confinato dopo aver combinato un non meglio specificato “casino” a Milano.
E invece l’autunno si tinge di sangue. In un vicolo del paese viene trovato il cadavere di Adelaide Groppini, preside di un esclusivo liceo privato di Genova. Gigi, mezzo calabrese e mezzo meneghino, è risucchiato dal vortice di un’indagine che si preannuncia difficile, e molto delicata. La Groppini ha molti amici tra coloro che contano, e la sua morte alza un gran polverone. E il nostro poliziotto non ama né essere delicato, né trovarsi sotto i riflettori. Come non bastasse, alla pensione Aurora, dove Gigi ha trovato alloggio, si è invaghito della locandiera, la bella e formosa Marzia. “La Marzia”, come la chiama lui, sembra ricambiarlo. Peccato che lei sia (felicemente?) sposata. Peccato anche che il legittimo consorte, comandante di lungo corso, abbia fatto ritorno a casa.
Insomma, troppe complicazioni per il commissario Berté. E così, tra emicranie lancinanti e indigestioni di focaccia ligure, lui si sfoga scrivendo racconti. Una passione segreta, che ritorna con prepotenza ogni volta che Gigi è sotto pressione.
Mentre si dipana l’indagine sulla preside, parallelamente leggiamo la storia di Farfalla nera, una giovane donna africana, creata dalla fantasia del commissario. Una donna che troppo presto impara quanto possa essere dura la vita.
A Lungariva l’assassinio della preside scoperchia un vaso di Pandora. Dietro la sua esistenza apparentemente irreprensibile, Adelaide nasconde un mondo sotterraneo, fatto di sotterfugi e squallidi compromessi. E' una donna abituata a insabbiare la verità e a vivere solo di apparenze. E così, proprio come una farfalla bruciata dal fuoco, Adelaide trova nella morte la nemesi ai suoi ingiustificati silenzi.
Ottima questa seconda prova di Martini. Il personaggio del commissario-scrittore appare ancor meglio delineato, con le sue introversioni e le sue istintive antipatie, ma anche con un’autenticità e uno slancio che non possono non farcelo amare. La trama gialla è ottimamente congegnata e rivelata al lettore passo dopo passo. Godibile la carrellata degli archetipi della provincia: il genero che campa a spese della suocera, il marito cornuto che cerca inutili rivalse in amori a pagamento, i ragazzini viziati del liceo.
Il valore aggiunto del romanzo sta tuttavia nel coraggio con cui, nelle ultime pagine, la risoluzione del caso scioglie un grumo di sofferenza e di silenzi. Un epilogo amaro, in cui convergono le due storie – l’indagine sulla preside e la novella del commissario-, ma anche un monito per tutti noi. Apriamo gli occhi per seguire il volo delle nostre farfalle.
Bella prova, misterioso Martini, ora aspettiamo l’inverno del commissario Berté, la terza puntata: “Chiodo fisso”, atteso per novembre.

mercoledì 3 ottobre 2012

[Segnalazione]- La biblioteca perduta dell'alchimista di Marcello Simoni. Da domani in libreria.

I fan  (moltissimi, a giudicare dalla pagina FB) sono in fibrillazione. Dopo il successo de "Il mercante di libri maledetti" domani 04 ottobre esce in tutte le librerie di Italia "La biblioteca perduta dell'alchimista", secondo episodio delle avventure del mercante Ignazio da Toledo. Un appuntamento da non perdere per chi ha apprezzato l'esordio esplosivo dello scrittore comacchiese, classe 1975, vincitore del 60° premio Bancarella.

Ecco la trama: È la primavera del 1227 e la regina di Castiglia è scomparsa in modo misterioso. Strane voci corrono per il regno e alcuni parlano di un intervento del Maligno. L’unico in grado di risolvere l’enigma è Ignazio da Toledo, grande conoscitore dei luoghi e delle genti grazie ai suoi numerosi viaggi tra Oriente e Occidente e alla sua capacità di risolvere arcani e antichi misteri. A Córdoba, dove Ignazio viene convocato, incontra un vecchio magister che gli parla di un libro che tutti stanno cercando e che potrebbe dargli indizi sull’accaduto. Ma il giorno dopo verrà trovato morto avvelenato. Le ricerche del mercante di reliquie partono subito fino al rinvenimento del mitico Turba philosophorum, un manoscritto attribuito a un discepolo di Pitagora, che conserva l’espediente alchemico più ambito al mondo: la formula per violare la natura degli elementi. L’incontro poi con una monaca e con un uomo considerato da tutti un posseduto, ma in verità affetto da saturnismo, indirizzeranno Ignazio verso il castello di Airagne e dal suo misterioso signore, il Conte di Nigredo. Qui è custodito un terribile segreto, ma non sarà facile mettersi in salvo dopo averlo scoperto…

domenica 30 settembre 2012

[Segnalazione]- Dissonanze di Massimo J. D'Auria

Con grande piacere vi annuncio l'uscita della nuova raccolta di novelle noir del giovane autore Massimo Junior D'Auria, già recensito su questo blog per la sua raccolta "Nero n.9".
La nuova antologia, sempre edita dai tipi della Sogno edizioni, si caratterizza per lo stile pulito e diretto di Massimo. Un'ispirazione che sembra tratta dall'osservazione del mondo reale in cui, molto spesso, la vita di tante persone deraglia verso il delitto proprio per un'ennessima, insopportabile, stonatura nella trama della quotidianità.
Anche in quest'occasione ho avuto il privilegio di scrivere la prefazione per Massimo. Ecco un assaggio della mia introduzione:

Le note si fondono, trovano un accordo, creano una melodia. E la musica comincia a fluire, limpida, con il suo timbro a volte grave a volte allegro. Fino a quando, improvvisa, non si fa strada quell’alterazione, all’inizio appena percettibile ma poi destinata a crescere, anzi a prendere il sopravvento e a corrompere la perfezione del suono. La dissonanza. Ed è proprio di “dissonanze” che è fatta questa raccolta di racconti di Massimo Junior D’Auria. Un’antologia di particolari apparentemente trascurabili, ma che emergono dallo sfondo della narrazione per diventare – a un tratto – dominanti. Sul palcoscenico di queste storie troviamo una varietà di anime nere, corrotte o corruttibili, anime che si sono macchiate di colpe che hanno tentato di seppellire, ma che poi finiscono per tornare a galla. Ma anche poveri diavoli che trascinano ferite insanabili. Come il protagonista della prima novella “Incontro al bivio”: Giacomo è un senzatetto, abituato a vivere ai margini di una società che lo evita e tenta di affondarlo sempre più nella sua misera condizione. Un individuo che facilmente si potrebbe etichettare come “irrecuperabile” e che spesso perde quelle connotazioni fondamentali per essere definito “umano”. E invece, con perizia chirurgica, l’Autore si insinua tra le pieghe della storia di Giacomo, recuperando un passato fatto di dolore e marchiato da una perdita insanabile. Proprio quando il protagonista è a un passo dalla fine, ecco che prevale il riscatto, il desiderio di affermare la propria dignità umana.

giovedì 27 settembre 2012

[Segnalazione]- Da oggi in libreria LA FARFALLA NERA di Emilio Martini

Per chi ha amato la prima avventura del commissario con la coda (che peraltro potete leggere cliccando qui). 
Per chi non lo conosce ancora, ma ama la riviera ligure, le focacce e il pesto. Per quelli che non sanno resistere a una trama ben congegnata, a un vero  noir "all'italiana".
Da oggi sbarca in libreria il nuovo episodio della saga di Gigi Berté: "La Farfalla nera" (Corbaccio, 8 euro). 
Vicequestore milanese di orgini calabre, in esilio nel paesino di Lungariva dopo aver combinato un non meglio specificato "casino" nel capoluogo lombardo, amante della buona tavola.
Inoltre Gigi Berté ha una passione (quasi) segreta: scrive racconti. E a volte è proprio questa vena creativa a metterlo sulle tracce dell'assassino.
Presto avrete la recensione, intanto la trama: 

Gigi Berté, vicequestore aggiunto di origine calabrese, di residenza milanese e di... esilio ligure credeva di dover espiare le sue colpe nell'atmosfera sonnacchiosa di Lungariva sedando risse fra ragazzotti in vacanza e dirimendo annose vertenze sull'appropriazione indebita di una cabina da spiaggia. Ebbene, si sbagliava. È arrivato da pochi mesi ed è già al secondo caso di omicidio. E questa volta si tratta di una celebrità del luogo: la professoressa Adelaide Groppini, preside del liceo San Giorgio di Genova, ritrovata con il cranio spaccato vicino a un cassonetto della spazzatura. Una donna, come ben presto scoprirà Berté, dalla vita all'apparenza specchiata, ma con tanti lati oscuri. Come del resto tutto il suo entourage, rivestito di perbenismo, ma traboccante di ipocrisie, tradimenti e desideri di vendetta. Quel che ci vuole al commissario Berté, non solo per dimostrare di che pasta è fatto, ma anche per ritrovare quell'ispirazione a scrivere che gli viene dalla rabbia per i morti ammazzati e per prendere le distanze dalla Marzia, la proprietaria della pensione in cui Berté abita, che lui sente già come un po' sua e che invece è irrimediabilmente sposata...

sabato 22 settembre 2012

[Recensione]- Il senso del dolore di Maurizio de GIovanni


"il bambino morto stava all'impiedi, fermo all'incrocio tra Santa Teresa e il Museo"  questo l'incipit folgorante, che racchiude un ossimoro e insieme il cuore dell'intero romanzo "Il senso del dolore" di Maurizio de Giovanni. Protagonista del racconto è il commissario Luigi Alberto Ricciardi, nato barone e diventato poliziotto, nato tra i ricchi e finito a rimestare tra le passioni dei poveri. 
Il commissario Ricciardi ha un dono e una condanna. Il dono, che lui chiama semplicemente "il fatto", consiste nella facoltà di vedere le vittime di morte violenta. Immagini che trattengono l'ultimo barbaglio dell'anima del trapassato, e che sbiadiscono, lentamente, confondendosi tra le nebbie dei ricordi. Ma questo potere è anche la sua condanna, alla solitudine, al sentirsi incompreso. 
Siamo a Napoli, negli anni '30. Gli anni del Regime. In questa storia il commissario dagli occhi di cristallo verde deve indagare su un delitto che sconvolge tutta l'Italia. Al teatro San Carlo viene trovato nel suo camerino, sgozzato come un cane, il grande tenore Arnaldo Vezzi. L'ugula d'oro, il cantante preferito dal Duce.
Vezzi è stato assasinato metre si preparava a interpretare il ruolo di Canio ne I Pagliacci. Accanto al cadavere Ricciardi vede un'ombra diafana, con un braccio alzato, le lacrime che rigano il volto, intenta a cantare sempre lo stesso verso di un'aria lirica. 
Proprio l'indizio fornito dal Fatto riuscirà a mettere il commissario sulle tracce dell'assassino, in un percorso di indagine che lo porterà nei vicoli di Napoli, nei Quartieri Spagnoli, tra povera gente che muore di fame e d'amore.
E mentre investiga Luigi Ricciardi deve fare i conti con la vedova del tenore, la bella e indomita Livia Lucani. Livia ha rinunciato alla sua carriera per essere la moglie del grande Vezzi e ora vorrebbe prendersi una rivincita sul famoso e ormai defunto consorte, dedito con spensieratezza all'adulterio. Livia, insomma, vorrebbe consolarsi con Ricciardi, che sembra indifferente alle avances della vedova.
Un libro struggente e bellissimo, uno dei migliori che abbia letto negli ultimi anni. Questo commissario, dotato di una sensibilità sovrannaturale, con fatica e dolore si carica sulle spalle le sofferenze degli altri. E' difficile non affezionarsi a Ricciardi, che nello stesso tempo suscita tenerezza e una sorta di soggezione. Così ascetico e chiuso, il protagonista sembra lontano dal flusso delle miserie mortali. 
Luigi ci sembra prigioniero in un inverno di lacrime e vento, forse in attesa che arrivi una stagione migliore.

L'autore Maurizio de Giovanni è nato a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 esce il primo racconto che ha per protagonista il commissario Ricciardi, racconto che è ambientato a Napoli negli anni Trenta. Il commissario Ricciardi diventa protagonista di una trilogia. Il primo romanzo, Il senso del dolore, è stato pubblicato in Germania e in Francia.

domenica 2 settembre 2012

[Segnalazione]- I DIAVOLI DELLA ZISA, MARTEDI' IN EDICOLA CON LIBERO A SOLI 80 CENT!!!

La copertina non sarà quella che vedete qui accanto, ma il contenuto - vi assicuro - è lo stesso. Il mio cortoromanzo d'esordio "I diavoli della Zisa" verrà distribuito in edicola con il quotidiano Libero, a soli 80 centesimi + il prezzo del quotidiano.
Per chi fosse curioso, vi rinfresco la trama:

Si racconta che un preziosissimo tesoro è sepolto qui, in questo palazzo. Nessuno può calcolare il numero dei demoni dipinti nell’affresco, così come sono innumerevoli i denari del tesoro. Contare i diavoli della Zisa porta sfortuna, o almeno così narra la leggenda.» Palermo, XIV secolo: re Pietro II s’innamora perdutamente della splendida contessina Bianca. La ragazza è però la figlia del conte di Ventimiglia, nemico giurato del sovrano. Mentre i due amanti consumano la loro passione proibita nel castello della Zisa, l’ombra di una sanguinosa congiura si allunga sulla Corona di Sicilia. Palermo, XXI secolo: il sepolcro di Federico ii viene aperto da un’équipe di giovani scienziati. Nella tomba vengono rinvenuti anche il feretro di Pietro ii e il corpo di un terzo individuo sconosciuto. Un noir carico di violenza, silenzi e segreti; la storia di un antico intrigo su cui la moderna scienza tenta di fare luce.

E per concludere, una videorecensione di Salvatore Spoto :


sabato 25 agosto 2012

[Recensione]- Sotto questo sole tremendo di Carlos Busqued

Non poté trattenere un brivido quando lesse, dipinto sul cuore di latta: "Daniel Molina 2.12.1972/10.4.1973". Guardò sua madre. Lei fissava la terra sprofondata.
-Poverino. Tutti questi anni sotto un sole tremendo.- [cit. pag 54]

In copertina c'è un mostro. Il mostro è un polipo gigante e nell'iride fissa della bestia sembra di scorgere un'istintiva ferocia, mentre dipana una moltitudine di tentacoli verso il lettore. 
Di mostri ce ne sono parecchi in questo romanzo, "Sotto un sole tremendo" (Bajo este sol tremendo), opera d'esordio dell'argentino Carlos Busqued e recentemente proposto nella traduzione italiana dalla casa editrice Atmosphere libri.
Cetarti, il protagonista del romanzo, è un misantropo, che ama trascorrere le proprie giornate a guardare documentari e a fumare erba. Questa statica esistenza viene scossa da una notizia tremenda. La madre di Cetarti è stata assassinata dal suo secondo marito, e insieme a lei è morto anche il fratello del protagonista. Una volta compiuta la strage, l'assassino si è a sua volta tolto la vita. A comunicare la notizia all'apatico Cetarti è Duarte, ex commilitone del patrigno omicida. 
Duarte vuole coinvolgere Cetarti in una truffa per ricavare un po' di grana da questo massacro. Gli altri due personaggi che completano il quadro sono la prima moglie del patrigno di Cetarti e il figlio di lei, Danielito. Una adolescente abulico e (anche lui) incline alla marijuana. 
Per concludere le pratiche dell'affare-truffa, Cetarti si trasferisce a Lapachito e va ad abitare nella casa del fratello scomparso. Il protagonista esce pochissimo, sembra quasi inserrato nel suo bunker, mentre fuori imperversa un sole tremendo che brucia tutto. Il paesaggio stesso è marcio e pestilenziale, popolato da creature estreme. Lo stesso Duarte, che è un po' il deus ex machina di questa vicenda, è una figura che oscilla tra il grottesco e l'osceno, con la sua insana passione per una certa pornografia perché vuole conoscere fino a quali limiti (in termini anche di elasticità) può spingersi il corpo umano.
Questo romanzo potrebbe essere a ragione categorizzato come libro noir, o per dirla con i sudamericani, come "novela negra".
Eppure, al di là della trama che pure scorre con un buon ritmo, quello che colpisce di più è proprio lo sfondo, immoto eppure così potente, di un'Argentina dai bordi erosi dalla calura e devastati dalla povertà. In questi margini si muovono figure mostruose, come il polipo gigante della copertina, che appaiono cristalizzate in una immobilità malsana e irreversibile.
Come la salamandra nella teca di vetro, l'unica amica di Cetarti, che riappare nel finale del romanzo, mentre inconsapevole, inerte, perde il suo inconsistente peso per scivolare nel nulla.

martedì 7 agosto 2012

[Recensione + Intervista]- Baraonda! di Vincenzo di Pietro, cortoromanzo pulp... Molto pulp!


Ormai è diventato un appuntamento fisso. Ogni martedì, in allegato al quotidiano Libero, c'è un piccolo romanzo. Un'opera minore di un Autore famoso (come Boito, Pirandello, Kafka, Verga) o  un racconto  di scrittore a cui la Leone editore, coraggiosamente, ha voluto dare voce.
Mi ha folgorato il cortoromanzo Baraonda! del pescarese Vincenzo di Pietro. Prima di tutto, perché è un cortoromanzo "pulp". Ma questa volta non si tratta di una storia di gangster americani o un sanguinoso racconto di vendetta alla "Kill Bill". Il romanzo è ambientato in Italia, a Pescara. Città di mare, ma anche luogo mistico in cui si incrociano i destini di cinque individui. Cinque vite apparentemente slegate, parallelle, ma che inaspettatamente trovano un punto di ancoraggio, l'una all'altra. E allora si annodano, si intrecciano, si avviticchiano in un caos crescente, inarrestabile e direi irreversibile. 
Il racconto prende le mosse dalla fuga disperata, a perdifiato, di Giallucchetto, che si è a caro prezzo liberato dal peso di un'ingombrante e tardiva verginità, e che viene tallontato da una Mercedes nera.
Gialluccheto sul suo motorino si trascina appresso una variegata umanità. Come il bestiale Mariano, appena uscito dal carcere e padre gelosissimo della lardosa Romina; ci sono poi il viveur Franco, indebitato fino al collo, l'agguerrito pensionato Mimmo e l'operaio sull'orlo del licenziamento, Pasquale. 
Tutti questi personaggi, a loro modo estremi, vengono risucchiati in una vicenda descritta dalla penna felice e straordinariamente lieve di Vincenzo. Un vortice che s'ingigantisce, pagina dopo pagina, fotogramma dopo fotogramma, fino alla pirotecnica nemesi finale.
Vincenzo, compagno di cordata alla "Leone editore", ha accettato di rispondere a qualche domanda. 

1. Come nasce l'idea di Baraonda e come hai proceduto alla stesura: sei andato a braccio o hai usato la famosa "scaletta"?

Baraonda! nasce con l’idea di tentare l’impossibile: trasformare Pescara, la mia città, in un teatro alla Quentin Tarantino, meno macabro e assolutamente ironico. E’ un minestrone di personaggi caratterizzati all’estremo, che pescano i difetti e i pregi del “pescarese” tipo e che scorazzano nelle vie a me familiari. Per questa storia, come per le altre, non ho usato nessuna scaletta: sono un impulsivo pazzo e aspetto che il racconto sfondi la porta a spallate, sperando di non ferirmi con le schegge…  

2. Nel tuo cortoromanzo "pulp" Baraonda ci sono le storie di alcuni personaggi, tutti a loro modo estremi, che alla fine si intrecciano e direi quasi si annodano fino alla esplosiva nemesi finale. Come sono venuti fuori il bestiale Mariano, il viveur Franco, la gigantesca Romina e insomma tutta la fauna che popola il romanzo? Quanta fantasia e quanto osservazione della realtà?

Tutti i personaggi sono estremizzati al massimo. Ciascuno di loro, tuttavia, ha un fondo di caratteristiche verosimili: c’è il cosiddetto “pigro”, ossia il pregiudicato stanco, ozioso, che pensa di risolvere tutto menando le mani… c’è il “rivierasco” piacione che dedica tutte le sue energie allo spasso; poi il ragazzo deluso della periferia che si rifugia nelle pasticche e nell’alcool e così via. Insomma, sono figure che ho “metabolizzato” essendone circondato fin da piccolino.

3. Il cortoromanzo sembra costruito con rapide scene in sequenza, con un'impostazione molto cinematografica. Ci sapresti suggerire una colonna sonora da abbinare alla lettura di Baraonda?

Sembra una coincidenza ma, proprio in questi giorni, pensavo a una serie di reading che avessero un sottofondo musicale adeguato… Non so, penso a qualcosa degli Afterhouse o dei Baustelle. Ma non ho ancora le idee chiare. Suggerimenti?

4. Anche se in chiave umoristica, il tuo racconto sfiora temi di grande attualità: il bullismo che porta Giallucchetto, un po' sfigato, a finire nei guai nel tentativo di uniformarsi al gruppo, Romina trascinata alla festa perché la sua bruttezza fa comodo alle amiche, lo strozzino che tallona l'indebitato playboy. E il tuo ultimo libro pubblicato con la "Leone editore", "Senza te", parla di un amore diverso e difficile, tra due donne. Credi in una funzione sociale della letteratura?

Ah, si e no. Nel senso che, leggendo alcuni autori emeriti, si scopre quella capacità di insegnare a vivere che non è poi cosa comune. Mi riferisco a scrittori del calibro di Josè Saramago o agli italiani di inizio e metà novecento. Per me, al di là di paragoni insostenibili, direi che la letteratura rappresenta un modo per “piegare” la realtà ai propri desideri e alle proprie idealità. Poi, metti in conto che difficilmente scrivo storie dello stesso genere: “Senza te”, che tu hai citato, è un cioccolatino al rum venuto fuori per l’esigenza di mostrare il lato notturno e intensamente romantico di una ragazza che deve sostenere il peso del mondo.

5. Che cosa bolle nel tuo calderone? Quali sono i tuoi progetti?

Come tu sai, i progetti personali e le aspettative sono sempre inscindibilmente legati al percorso del “nostro” editore. Quello che è certo è che a settembre, dopo il debutto sul quotidiano “Libero”, ci sarà la versione di Baraonda! per le librerie e, nel duemilatredici (non è ancora stato fissato il periodo esatto), uscirà qualcosa di molto simile alle tue storie. Si tratterà di un corposo romanzo gotico, noir che, mettendo insieme numerosi eventi realmente accaduti, cercherà di spaventare i lettori, convincendoli che l’impossibile, in realtà, è vicino di casa del probabile.

domenica 22 luglio 2012

[Recensione]- "La regina del catrame": un commissario che scrive racconti e uno scrittore che ama gli haiku.

Lo ammetto. Questo commissario Berté (che poi è in realtà un vice questore aggiunto) mi sta simpatico.
Protagonista del romanzo "La regina del catrame" (Corbaccio,pagine 120, euro 8,9), Luigi Berté mi piace perché sfugge agli stereotipi, che lo vorrebbero in giacca e cravatta oppure, per converso, con la barba ispida e un’insana passione per l’alcol. Invece Luigi, che si fa chiamare Gigi, è un capellone, con tanto di coda di cavallo, forse un nostalgico degli anni Novanta. 
Un uomo introverso ma non scontroso. Mezzo milanese e mezzo calabrese, non riesce a scollarsi di dosso la fama del terrone che si trascina dietro e alla quale, in fondo in fondo, è anche affezionato.
Mi è simpatico perché guarda le donne, ma non con sfacciataggine, anzi sembra avere una sorta di ritrosia, di timidezza, anche nei confronti della locandiera Marzia, vedova bianca con marito in mare e tanta voglia di compagnia. 
Ma soprattutto Berté mi piace perché scrive. Avevamo già conosciuto commissari fascinosi e amanti della buona tavola, ispettori maldestri e sboccati, ma un vicequestore aggiunto con la passione per i racconti noir e che legge Conrad, non s’era mai visto.
Per scacciare la malinconia e scaricare la tensione delle indagini, il nostro Gigi sta scrivendo un racconto sul personaggio del Comandante Vasco Barbagelata. Il quale, mentre cerca di salvare l’imbarcazione in preda ai marosi, si trova a fronteggiare un assassino, uno tra i suoi uomini, che comincia a fare a pezzi l’equipaggio. Così la vicenda di Barbagelata scorre parallela a quella di Berté, il quale ha ricevuto il trasferimento da Milano al paese di Lungariva, dopo aver combinato “un casino” nel capoluogo lombardo. Teme di morire di noia, tra villeggianti e piccoli reati, e invece una donna viene trovata morta ammazzata sugli scogli dei Bagni Medusa. 
Lidia Angelici, questo è il nome della vittima, è una di quelle donne sole di mezza età, che se ne vanno in villeggiatura per sfoggiare la bigiotteria e rimorchiare qualcuno con cui passare la serata. Viene soprannominata “la regina”, per il comportamento altero e noncurante dei pettegolezzi. Di uomini, la Lidia, ne ha collezionati parecchi. Spesso maschi ammogliati, un po’ animaleschi, annoiati dalla routine matrimoniale. Che sia finita vittima di qualche moglie gelosa? 
Il commissario Berté si mette sulle tracce dell’assassino. Non è facile, ma alla fine il nostro segugio dai modi ruvidi ma efficaci riesce a venire a capo dell'intricata faccenda.
Anche Vasco Barbagelata trova il suo assassino, in mezzo ai flutti, ed è peggio di quanto possa immaginare. Perché la realtà, come si dice, supera sempre la fantasia.

Lettura piacevole, prosa diretta e asciutta, trama avvincente, un protagonista simpatico e credibile. Cosa si può chiedere di più al giallo dell'estate?

L'Autore: Emilio Martini. Un giallo parallello riguarda l'identità dello scrittore. Sappiamo che quello sulla copertina del romanzo "La regina del catrame" è un nom de plume. Ci viene detto che il nome (Emilio) è un omaggio a Salgari, mentre il cognome (Martini) è un tributo al famoso spumante italiano senza il quale non c'è "party". Pare che anche alla Corbaccio si stiano lambiccando il cervello per risalire all'identità del creatore del personaggio del commissario Berté. C'è chi comincia a fare qualche nome, ma il mistero rimane fitto.
Una cosa è certa: a ottobre, il fantomatico giallista tornerà in edicola con una nuova avventura di Berté: La farfalla nera.
Io posso darvi solo un indizio. Per vie traverse, ho avuto il privilegio di ricevere una copia con un biglietto autografato dall'Autore (di cui continuo ad ignorare l'identità). Ad accompagnamento un haiku del poeta Yosa Buson:
"Pioggia di primavera - colui che non può scrivere - come diventa triste!"
Anche su questo, caro Martini (chiunque tu sia), ci troviamo d'accordo.