martedì 25 maggio 2010

Recensione - Livio Macchi e la formula dell'Arcanum


Una spy story dal ritmo serrato
Una formula segreta
Gli splendori della Napoli borbonica


Si può uccidere per una ceramica? Se la domanda vi pare assurda o evoca l'immagine di massaie assatanate per accaparrarsi le fragili statuette, non avete letto "La formula dell'Arcanum" (Piemme) dell'autore Livio Macchi, già noto agli amici di blog per "La voce dei turchini".
La vicenda de "La formula dell'Arcanum" si propone come ideale sequel del precedente romanzo. Il protagonista è sempre l'orginale Ferrante Chilivesto, qui alle prese con un assassino astuto e quasi trasformista, il sedicente Jacopo Testi. Nell'incipit del libro il misterioso Testi si trova a mercanteggiare con il re Carlo di Borbone in persona per l'acquisto delle celebri porcellane. Il sovrano borbonico e la sua teutonica consorte, la regina Maria Amalia di Sassonia, nutrivano una passione maniacale per la famosa ceramica di Capodimonte, tanto da alloggiare in una parte della Reggia la Real Fabbrica.
Ma Testi non si limita ad acquistare statuine di porcellana a prezzi esorbitanti.

ritratto della regina Maria Amalia (Museo del Prado)


Testi è deciso, infatti, a carpire ai napoletani il segreto dell'impasto a pasta tenera a cui si deve l'aspetto indefinito e poetico della produzione partenopea. Per riuscire nella sua impresa commetterà un omicidio e rapirà uno degli addetti alla fabbricazione delle statuette, il decoratore Gricci. Il quale sa disegnare opere superbe ma non è in grado di realizzare alcunché. Il decoratore, infatti, nulla sa della formula della porcellana. La formula dell'Arcanum, appunto.
Chilivesto si muove sulle tracce del criminale, iniziando un lungo viaggio che lo porterà addirittura nella freddissima San Pietroburgo, alla corte dell'eccentrica zarina Elisabetta.
Qui, il capitano riuscirà a scovare il rapito e il rapitore, eviterà un incidente internazionale e troverà una persona che credeva ormai persa per sempre, e che gli era rimasta nel cuore.
Insomma, un'affascinante spy story, in cui la suspance è alimentata dalla doviziosa scrittura di Macchi. Il romanzo illumina un'epoca piena di contraddizioni e di eccessi, come la splendida indolenza della corte borbonica. O la bizzarria di quella russa, composta da nobili piovuti dalla campagna. Una corte, quella dei Romanov, che tendeva ad uniformarsi all'etichetta europea attraverso l'imposizione di un rigidissimo protocollo.
Un bel romanzo, sostenuto da una solida ricerca storica, e ravvivato da episodi avventurosi e da una nota di romanticismo.

giovedì 20 maggio 2010

Recensione - Alfredo Colitto e il cuore palpitante dell'alchimia


Un segreto di valore incalcolabile
uomini disposti a tutto per impadronirsene
un medico e un cavaliere templare sulle tracce della verità


L'aforisma è noto, e si trova anche citato su Wikipedia: l'alchimia è l'arte di discriminare il vero dal falso. Lo ha detto Paracelso, e avrà avuto i suoi buoni motivi. Si troverà d'accordo, con ogni probabilità, anche Alfredo Colitto, autore del romanzo storico "Cuore di ferro" (Piemme, 11 euro).
Il romanzo prende le mosse da una misteriosa missiva che viene inviata contemporaneamente a tre cavalieri templari. Nella lettera si accenna a un misterioso delitto, a un segreto di incalcolabile valore. Ancor più importante: la lettera è accompagnata da un dono quanto mai originale. Un dito umano, scarnificato, percorso da un reticolo metallico di arterie e vene.
I tre cavalieri templari, spaventati e nello stesso tempo bramosi di carpire il segreto della trasmutazione metallica, partono contemporaneamente, ma inconsapevoli l'uno dell'altro, alla volta di Bologna.
Siamo nel 1311 e Bologna è città di grande fermento intellettuale. Vi insegna Mondino de'Liuzzi, medico anatomista realmente esistito, e protagonista delle vicende narrate da Colitto. Mondino si trova coinvolto, quasi suo malgrado, in un intrigo e nella caccia a un assassino spietato. Uno dei suoi allievi, infatti, altri non è che un cavaliere templare, Gerardo da Castelbretone, e porta al suo magister il cadavere di un altro cavaliere, trovato morto ammazzato, con il torace aperto e il cuore trasformato in un blocco di ferro. Gerardo chiede aiuto al magister per venire a capo di quella morte misteriosa.
Mondino intravede subito le implicazioni scientifiche di un tale potere trasmutativo. Trasformare in metallo arterie e vene vorrebbe dire rendere finalmente mappabile, intellegibile il sistema circolatorio. Avido di sapere, il medico dovrà fare i conti con chi vuole arrivare al segreto prima di lui, per scopi molto meno nobili, e si troverà braccato dall'inquisitore Uberto da Rimini, che lo accusa di eresia.
Un romanzo colto, interessante, sostenuto da una scrittura piana, curata e mai banale. L'autore riesce a mantenere ben saldo l'equilibrio tra la propensione didascalica e il ritmo narrativo. Il nucleo fondamentale della storia è rappresentato dal clima tensivo. Non ci troviamo di fronte a un mistery classico. In questo caso si perviene alla soluzione del "giallo" non tanto grazie alle capacità investigative di Mondino, quanto per un naturale concatenarsi degli eventi che porta l'assassino a rivelare la propria identità. Non mancano, anche se abilmente tenute in secondo piano, le vicende amorose del protagonista e della sua "spalla" Gerardo. Insomma tutti gli ingredienti per un godibilissimo feuilleton medievale che tiene con il fiato sospeso fino all'ultima pagina.
Vi lascio, infine, il link di un'intervista dell'Autore sul sito NonsoloMozart.
Chi, invece, volesse contattare Alfredo Colitto può andare a curiosare nel suo sito.

lunedì 17 maggio 2010

NERAINTERVISTA- Viviani Georgiadis, l'archeologia e i segreti di Raffaello



Viviani Georgiadis è nata e vive nella provincia di Latina.
Ha scelto di presentarsi al pubblico nell’anonimato di uno pseudonimo greco per omaggiare la passione di una vita. E, infatti, qui accanto non trovate la foto dell'Autrice, ma uno dei suoi disegni, con il quale ha deciso di rappresentarsi.
Da bambina affascinata dalla storia e dal mito greco, ha coltivato la sua passione culminata in una laurea in Lettere con indirizzo Archeologia Orientale. Dopo la Scuola di Specializzazione che le conferisce a tutti gli effetti il titolo di archeologa, si è dedicata, auto finanziandosi, a studi in materia di archeologia, architettura e di storia dell’arte.
Il diario di Raffaello (edizioni sabinae, 2009, 258 pp, 16 euro) è il primo romanzo di un ciclo che cercherà di dare al lettore una visione possibilista, realista e quotidiana dell’archeologia al di fuori dei contesti accademici.

1) Innanzi tutto, vuoi spiegare le ragioni del tuo pseudonimo: una forma di pudore, un alias letterario?
Una domanda difficile! Lo pseudonimo vuole omaggiare l’amore di una vita. Io ho studiato per diventare archeologa, sono cresciuta leggendo i dizionari di mitologia classica, sono stata educata più dal saggista Marcel Detienne che dai miei genitori, per questo motivo, non avendo un nome dall’armonico suono letterario, ho deciso di usare uno pseudonimo, che avesse un profondo un significato. Viviani nell’etimologia greca porta in sé un inno alla vita, quella che sembra sfuggirmi ogni giorno alla continua ricerca di un posto nel mondo. Georgiadis è il cognome di numerose persone greche che nel loro anonimo piccolo sono state in qualche modo utili al paese. E poi la ragione più banale è che volevo davvero restare anonima per non scatenare critiche in famiglia.


2) Vuoi spiegarci come sono nati i personaggi del tuo libro, Helia e Gwendal, e quanto c'è di te in loro?
Sono nati prima “iconograficamente”. La mia più grande passione, e credo il mio unico dono, è di avere una certa bravura nel disegno e lo dimostrano le oltre 400 tavole che ho sul mio sito web. E’ nato prima Gwendal per una fissazione che ho per i biondi dai capelli lunghi. Volevo che Gwendal avesse tutto ciò che io non ho e non sono. L’ho fatto ricco, bellissimo come un Apollo, assiduo lavoratore. Lavorando da quando avevo sedici anni come cameriera ho potuto osservare i “ricchi” e le loro stravaganze, per questo in lui ho catalizzato tutto di una persona senza limiti al portafogli. Auto, abiti, viaggi, gioielli e stravaganze archeologiche da mercato nero. Per Helia è stato diverso. Volevo un opposto e ho dovuto opporre prima di tutto il colore dei capelli. Il suo nero mediterraneo rispecchia la persona, cupa, solitaria, bello anche lui ci mancherebbe (nessuno mi convincerà mai a descrivere il brutto o il mediocre, io sono un’esteta e vivo dell’ottocentesca idea del bello), ma soprattutto una persona che ama e apprezza il silenzio e il suo valore. In tutti e due i protagonisti c’è molto di me, ma in Helia c’è tutto. I pregi fisici nascondono ovviamente difetti caratteriali, avventati, vanesi, arrivisti, presuntuosi, un po’ di tutto, la perfezione stancherebbe.

3) Il tuo romanzo "Il diario di Raffaello" è un thriller storico in cui i protagonisti lottano per fare emergere una misteriosa reliquia, legata alle vicende del celebre artista. Come hai gestito l'impianto storico del testo e come ti sei documentata?
L’idea di base è nata per caso e per gioco senza nessuna pretesa di pubblicazione. Passeggiavo per le vie di Roma in un week end senza università. Avevo circa 24 anni. La mia abissale ignoranza mi portò a “scoprire” la tomba di Raffaello e poi vagando per via dei Banchi Vecchi, che i romani conoscono e sanno quanto possa offrire, mi venne l’idea tra una libreria e l’altra, di inventarmi un diario di Raffaello. In quel momento di fulminea ispirazione tenevo in mano il mio taccuino nero (della marca famosa che tutti sanno!) e pensai che non sarebbe stata una cattiva idea fondere i disegni con la vena scrittoria. Così a Roma inizia il tutto e siccome come dice Camilleri, è difficile narrare di persone e luoghi che non si conoscono perché non se ne capiscono le vere sensazioni, allora ho deciso di rendere i personaggi l’uno inglese e l’altro scozzese (per una mia altra mania verso l’anglosassone e alcuni amici scozzesi), ma di farli incontrare a Roma, la città che stavo vivendo in quel momento della mia vita. Per otto anni ho vissuto nella Capitale, l’università non mi ha insegnato soltanto l’archeologia, ma mi ha insegnato a vivere e così ho portato tutto su carta. Luoghi e persone che si incontrano nel libro li ho visitati e conosciuti di persona, archeologi, direttori di musei, Carabinieri, tassisti, guide turistiche e studenti. La documentazione storica si è concentrata soprattutto nel flash-back al tempo di Raffaello. Ho letto alcune biografie, prime su tutte le due magnifiche del Prof. Forcellino su Raffaello e Michelangelo. Seppur disoccupata, mi reputo un’archeologa, ho guadagnato il titolo sul campo, per questo la ricerca di notizie storiche si è basata su testi scientifici universitari con lo stesso metodo che ho imparato liberando dalla terra cataste di anfore in frantumi e ossa da tombe medievali. Questo mi porterà sempre a scrivere di ricerche archeologiche possibili, mai troppo fantasiose e se talvolta al lettore alcune cose sembreranno assurde dovrà credere il contrario. È tutto documentato! Credo di esserci riuscita. Nonostante non volessi farlo ho dovuto cedere e leggendo alcuni commenti sul mio libro, trovo che il messaggio sia arrivato. L’impianto della trama segue lo stesso ragionamento di uno scavo in cantiere. Gli archeologi quando iniziano una ricerca lo fanno partendo da una fonte sicura, in genere un libro, una mappa, un’epigrafe. Da lì iniziano la ricerca senza sapere a cosa li porterà, prima in biblioteca e poi sul campo. Io sapevo di dover concludere col ritrovamento del diario di Raffaello ma non sapevo come arrivarci, perciò non avevo una trama prestabilita e non l’ho avuta per nessuno degli altri miei scritti. Ho iniziato seguendo un iter di ricerca standard per un archeologo, ho usato tutte le mie conoscenze, le possibilità storiche, le coincidenze, le assurdità e alla fine i conti sono tornati, per fortuna!

4) Quale rapporto hai con la scrittura e che parte occupa nella tua giornata?
Scrivere è vivere, scrivere sono i calli alle dita che ho fin da bambina, scrivere è per me e per il mio personaggio Helia, autore di professione, un modo per porsi al mondo, anche se si resta inascoltati, non letti, non importa. Ci sono tante voci mute nel mondo, io sono una di quelle. Scrivo e disegno sempre, a tutte le ore del giorno, e non vado a dormire se non ho almeno buttato giù una parola, fosse anche la lista della spesa, o un disegno, fosse anche uno scarabocchio. Impugnare la penna e lasciare un segno su qualcosa che prima era bianco e anonimo è la più grande soddisfazione che vivo ogni giorno. Accumulare montagne di carta sulle quali la fantasia prende forma, si rende visibile, per me è come respirare, non posso farne a meno.

5) Cosa bolle in pentola? Vuoi raccontarci i tuoi progetti letterari?
Questa è la seconda domanda più difficile. Di progetti letterari nel cassetto ne ho sei e tutti conclusi. Ho iniziato a scrivere un settimo romanzo per non pensare al fatto di dover affrontare un intervento chirurgico delicato. Ecco, la scrittura evita di pensare ai drammi della vita. Purtroppo i miei progetti letterari, ma credo quelli di tutti i piccoli scrittori, non trovano riscontro nei progetti degli editori. I miei romanzi sono pensati come parte di un ciclo, come Holmes e Watson, ma di gran lunga più umilmente Helia e Gwendal vivono in sette romanzi, legati tutti da un filo comune. Un filo comune la cui identità si scoprirà proprio nella storia che ho iniziato a scrivere un mese fa. Non saranno tutte rose e fiori, per usare un’espressione logora, ma loro vivranno il dolore fisico, interiore, l’amore, l’odio. Tutto quello che sperimento su me stessa diventa la loro identità. Spero di poter continuare, per poter dare un senso a quanto nel primo romanzo sembra non averne. Ho partecipato ad un concorso letterario della Perrone Editore arrivando tra i quattro finalisti con la nuova avventura di Helia e Gwendal e di un altro simpatico personaggio nel quale ho messo altro ancora di me stessa. Sono in attesa di giudizio per la pubblicazione. Chi lo sa cosa ne sarà. È difficile farsi ascoltare in questo mondo, dove tutti scrivono e pochi leggono, però sono dell’idea che a tutti deve essere concessa un’opportunità. La mia l’ho avuta anche se non so ancora come sta andando. Vorrei che i miei personaggi vivessero, sono come figli e credo che una madre vorrebbe vedere i propri figli vivere il più a lungo possibile.


Grazie, Viviani! Per chi volesse conoscere meglio l'Autrice, non solo per la sua produzione letteraria ma anche per la sua mano d'artista, può cliccare qui.
Questo, invece, è il booktrailer del romanzo:

martedì 11 maggio 2010

Recensione - Delitto all'ombra del vulcano


In tempi in cui il traffico aereo è stato più volte sospeso per le bizze eruttive del vulcano Eyjafjallajkull in Islanda, il tema mi pare quanto mai attuale. Infatti il romanzo "Rosso pompeiano" di Nino Marino, autore di commedie di grande successo, è ambientato nel 79 d.c. a Pompei, alla vigilia dell'eruzione più famosa di tutti i tempi.
Marco Holconio, duoviro in odore di rielezione, è indaffarato a preparare un banchetto con il quale dovrà guadagnarsi il favore di tutta la gente che conta a Pompei. Ma proprio mentre si affanna affinché tutto sia perfetto, la città viene sconvolta dal più efferato dei delitti. La bellissima Emilia Prisca, figlia adolescente di Saturnino, l'uomo più potente e ricco della città, viene trovata morta ammazzata. Il duoviro è costretto a interrompere i preparativi della cena e a scovare l'assassino. Emilia Prisca era l'emblema della purezza, tanto colta e raffinata quanto avvenente nell'aspetto esteriore. Chi può aver voluto la sua morte?
Marco dovrà sbrogliare un'intricata matassa in cui si intrecciano le mire ambiziose della splendida Zmirina, la meretrice più famosa di Pompei, le rivendicazioni di Eumachia femminista ante litteram, e il desiderio di libertà di un giovane e colto schiavo greco.
La soluzione del mistero si disvela poco a poco, facendo emergere un grumo di desideri repressi, di passioni nascoste.
In clima in cui tutto sembra sospeso, come in attesa di un giudizio universale, il vulcano si prepara a consegnare la città di Pompei alla storia e a seppellire ogni colpa e ogni rimpianto sotto la cenere.
Il romanzo offre una interessante ricostruzione storica, unitamente a una trama gialla ben congegnata. Marco Holconio è un personaggio efficace, preso a districarsi tra la fascinazione esercitata dagli occhi smeraldini di Zmirina e la gelosia furiosa della moglie.
L'agilità del volume aiuta il lettore a non perdere il filo degli eventi. A volte, l'Autore eccede nella descrizione degli usi e dei costumi dell'epoca, con un effetto di "diluizione" non sempre piacevole. Ma aldilà di questo peccato veniale, il romanzo resta una lettura interessante e consigliata.
E, per finire, vi lascio questo link, in cui potete vedere un'animazione che ricostruisce l'eruzione del Vesuvio.

giovedì 6 maggio 2010

Recensione- L'impero dei lupi di Jean Cristophe Grangé


Una donna che non riconosce il proprio volto, o forse quello di chi le sta accanto
Una serie di orrendi omicidi nel quartiere turco di Parigi
Due poliziotti sulle tracce dell'assassino


Thriller ad alta tensione per "L'impero dei lupi" (Rizzoli, superpocket, euro 5,9) opera del noto e apprezzato autore francese Jean Christophe Grangé.
Anna Heymes ha un problema. Nella sua vita perfetta e borghese di moglie di un alto funzionario della Polizia tutto è perfetto. Tranne il fatto che le capita, sempre più spesso, di non riconoscere il volto delle persone a lei più vicine, primo fra tutti suo marito. Per indagare le origini della sua malattia si sottopone all'esame PET, in un oscuro ospedale militare, dove è seguita da un inquietante neurologo.
Il suo cervello non lavora come dovrebbe, forse ha una lesione e sta diventando pazza. Anna deve sottoporsi a una biopsia. Ma l'idea dell'ago che penetra nel suo cervello la terrorizza. E allora, come molti pazienti delusi dal neurologo, salta il fossato e si rivolge ad uno psichiatra. Anzi, ad una psichiatra: Mathilde Wilcrau. Fragile, nervosa creatura dalle labbra color papavero.
Parallelamente, due poliziotti indagano su una serie di omicidi nella comunità turca di parigi. Tutte le vittime sono giovani donne, dai capelli rossi e le carni doviziose. Tutte senza permesso di soggiorno. Ombre di passaggio in cerca di una stagione migliore, sfruttate come operaie e costrette a vivere al limite della sussistenza. Le vittime sono state massacrate barbaramente, sfigurate secondo un macabro rituale. I due sbirri che svolgono le indagini non potrebbero essere più diversi. Il giovane Paul Nertelaux, l'uomo che crede nella giustizia immacolata, e Jean-Louis Schiffer, detto il Cifra, un uomo duro, ambiguo, avezzo a metodi brutali.
Le due storie convergenti si snodano in una Parigi cupa, battuta da un pioggia che sembra nascondere ogni elemento in un'atmosfera liquida. Un susseguirsi serrato di colpi di scena disvela un verità inquietante: dietro agli efferati omicidi non c'è la mano di un singolo uomo, ma si cela una setta estremista: i "lupi grigi". E Anna scopre di avere un legame intimo, un legame di sangue, con questa organizzazione.
La scrittura di Grangé, autore di grande successo e noto al grande pubblico per il best seller "I fiumi di porpora", è uno spettacolo, una visione. Anche grazie alla sapiente traduzione di Alessandro Perissinotto, il lettore viene avvinto da una prosa intensamente evocativa, che non perde occasione per suggerire immagini, in un incessante gioco di suggestione ipnotica. Ogni pausa descrittiva è perfettamente misurata per non togliere ritmo all'azione. L'incalzare del climax tensivo è anche favorito dal cambiamento del "setting" narrativo che ci porta da una Parigi inedita, quasi bicefala (da una parte quella borghese dei caffè e dall'altra quella oscura e sotterranea del quartiere turco), fino al languido splendore di Instabul e ai ghiacciai dell'Anatolia.
Un thriller di grande livello, capace di regalare emozioni intense.

Dal romanzo è stato tratto un film, per la regia Chris Nahon (2005).
Se volete vedere il trailer in italiano, basta andare sul sito dedicato al film, cliccando qui.
Io vi lascio con il movie-video della colonna sonora, Kill Everithing di Skin:

mercoledì 5 maggio 2010

Segnalazione- L'arcano della Papessa e un contest su altezzareale.com


Cari amici, vi segnalo un'iniziativa presa in collaborazione con la giornalista Marina Minelli, amministratrice del sito altezzareale.

Abbiamo lanciato un contest sul romanzo. Chiunque potrà lasciare in questo spazio un commento inerente al contesto (ai Borgia, al romanzo storico, o alla sua copertina). Fino al 16 maggio.

Poi estrarremo a sorte un commento fra tutti coloro che avranno scritto e invieremo a casa del "vincitore" una copia del romanzo.

Tentate la sorte!

lunedì 3 maggio 2010

NERAINTERVISTA- Rita Charbonnier e la sua "strana giornata di Alexandre Dumas"


Scrittrice e sceneggiatrice, è nata a Vicenza e ha vissuto a Matera, Mantova, Roma.
Giornalista pubblicista, ha frequentato la Scuola di Teatro dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa e il Corso di sceneggiatura della Rai. Ha svolto un’intensa attività di attrice teatrale per poi dedicarsi prevalentemente alla scrittura.
Nel 2006 ha esordito con il romanzo storico
La sorella di Mozart (Corbaccio), pubblicato in 12 nazioni, e nel 2009 ha pubblicato La strana giornata di Alexandre Dumas (Piemme).
Dal 2006 cura il blog
Non solo Mozart.
Rita è stata così gentile da rispondere alle domande della neraintervista.


1. Maria Stella Chiappini, la protagonista de "La strana giornata di Alexandre Dumas", è una figura storica realmente esistita, famosa nel suo paese natale Modigliana, ma che il tuo libro ha contribuito a rendere noto a molti lettori. Come hai incontrato Maria Stella e come hai deciso che sarebbe diventata il tuo "personaggio in cerca d'Autore": folgorazione o lunga meditazione?

Folgorazione. Ero ancora al lavoro sul mio primo romanzo, “La sorella di Mozart”, e mi trovavo in una biblioteca quando nello sfogliare una vecchia enciclopedia musicale incontrai una voce su questa tal Maria Stella Petronilla Chiappini. Una cantante d’opera che visse a cavallo tra ‘700 e ‘800 e “che fu scambiata nella culla, lei di nobili origini, con un neonato di vile condizione”. Il neonato divenne re dei Francesi, rubandole la vita, e lei venne a scoprire tutta la vicenda quando era già grande e lottò duramente per ottenere il riconoscimento delle sue vere origini.
L’idea di raccontare il mondo dell’opera mi affascinò, ma ancor più mi colpì la questione dello scambio nella culla. Credo che scoprire, una volta adulti, di non essere figli dei propri genitori sia uno choc in grado di far vacillare la personalità di chiunque. Siamo figli di chi ci genera o di chi ci alleva? – mi sono chiesta. Se fossimo stati allevati da qualcun altro, saremmo persone diverse? Per questo, fondamentalmente, ho voluto occuparmi di lei.

2.
Un tema molto importante nel romanzo è il rapporto tra Maria Stella e la madre Vincenza, tra le due sembra non riuscire mai a stabilirsi il rapporto viscerale madre-figlia. Quanto conta, in questa incociliabilità, la voce del sangue e quanto pesano le diversità umane?

Né l’una né le altre contano molto; la chiave del loro rapporto conflittuale è piuttosto diversa. Vincenza e Maria Stella non sono biologicamente madre e figlia. Vincenza lo sa e Maria Stella no. Vincenza inizialmente non ama quella bambina che, ogni volta che la guarda, le ricorda il figlio vero che le è stato sottratto. Maria Stella fa di tutto per farsi amare da lei, ma viene respinta. In seguito, quando Vincenza cercherà di riaccostarsi a lei, sarà troppo tardi. E così via, verso una nuova trasformazione del loro rapporto...
Devo dire che non credo molto nella “voce del sangue”. E neppure nell’esistenza di attitudini comportamentali in larga misura congenite. Per me il nostro comportamento, la nostra stessa personalità, è il risultato di un processo in continua evoluzione, fatto di interazione con l’ambiente umano che ci circonda.

3. La storia e il romanzo; la vicenda di Maria Stella si snoda in più nazioni: lo Stato della Chiesa, il Granducato di Toscana, l'Inghilterra e la Russia. Quanto è stato impegnativo il lavoro di documentazione/ ricostruzione e come si è svolto?

Il lavoro più impegnativo, per me, non è quello della documentazione storica, ma è quello di ricerca psicologica. E’ molto più complesso (e gratificante) creare un mondo umano credibile e coerente che non leggere testi d’epoca e prendere appunti. Il mio scopo è comunicare, non dimostrare che ho studiato la storia. Credo inoltre che non esista nulla di “reale” in una ricostruzione storica. Il racconto della Storia, anche quello che viene fatto dallo storico, non è che il racconto di un punto di vista sulla Storia stessa.
Ovviamente sono andata a
Modigliana, dove non ero mai stata, mi sono procurata il maggior numero possibile di antichi testi sulla vicenda del baratto di neonati e li ho letti, ma il vero lavoro è cominciato quando li ho messi da parte e mi sono occupata dei personaggi.

4. In entrambi i tuoi libri, "La sorella di Mozart" e "La strana giornata di Alexandre Dumas", la musica ha un ruolo centrale. Qual è il rapporto tra la tua scrittura e la musica? Esiste una melodia che favorisce la tua creatività?

Ho studiato musica fin da piccola e tuttora ho un pianoforte, anche se non riesco più a suonare tutti i giorni. Ma non potrei mai vivere in una casa nella quale non ci fosse un pianoforte. Non mi sembrerebbe una casa. Io devo sapere che il piano è lì per me, se ho bisogno di lui.
Ascolto musica di diversi generi, ma mai quando scrivo. So che alcuni amano avere un sottofondo musicale, ma per me la musica rappresenterebbe invece una distrazione potentissima. Soltanto in un caso la ascolto: se quel che sto scrivendo riguarda uno specifico brano musicale e quindi il mio obiettivo è trasferire l’esperienza della musica sulla pagina scritta. In quel caso programmo la ripetizione continuata del brano, magari mi siedo al piano e suono qualche nota, poi torno al computer e butto giù a ruota libera le immagini che mi appaiono davanti agli occhi...

5.
Quali sono i tuoi progetti per il fututo... ci puoi rivelare qualcosa del tuo "work in progress"...?

Con piacere. Il mio nuovo romanzo sarà pubblicato sempre da
Piemme. La protagonista è, per la prima volta, un personaggio di pura invenzione: una ragazza meno che ventenne che vive a Roma nel 1931 e si convince pian piano di essere la reincarnazione di Anita Garibaldi. E per questo finisce in una clinica psichiatrica; e si convince che il suo medico è la reincarnazione di Giuseppe Garibaldi. L’epilogo sarà sorprendente. Non posso dire molto di più... molte grazie, comunque, caro Luca, della domanda e dell’intervista intera.

Grazie Rita! Per chiunque avesse voglia di approfondire, rimando al sito ufficiale dell'Autrice (basta cliccare qui).
Se siete amanti della grafologia e pensate di poter estrapolare qualcosa della personalità di Maria Stella dalla sua scrittura,
qui trovate una sua missiva autografa.
E vi lascio il booktrailer del romanzo: