lunedì 17 maggio 2010

NERAINTERVISTA- Viviani Georgiadis, l'archeologia e i segreti di Raffaello



Viviani Georgiadis è nata e vive nella provincia di Latina.
Ha scelto di presentarsi al pubblico nell’anonimato di uno pseudonimo greco per omaggiare la passione di una vita. E, infatti, qui accanto non trovate la foto dell'Autrice, ma uno dei suoi disegni, con il quale ha deciso di rappresentarsi.
Da bambina affascinata dalla storia e dal mito greco, ha coltivato la sua passione culminata in una laurea in Lettere con indirizzo Archeologia Orientale. Dopo la Scuola di Specializzazione che le conferisce a tutti gli effetti il titolo di archeologa, si è dedicata, auto finanziandosi, a studi in materia di archeologia, architettura e di storia dell’arte.
Il diario di Raffaello (edizioni sabinae, 2009, 258 pp, 16 euro) è il primo romanzo di un ciclo che cercherà di dare al lettore una visione possibilista, realista e quotidiana dell’archeologia al di fuori dei contesti accademici.

1) Innanzi tutto, vuoi spiegare le ragioni del tuo pseudonimo: una forma di pudore, un alias letterario?
Una domanda difficile! Lo pseudonimo vuole omaggiare l’amore di una vita. Io ho studiato per diventare archeologa, sono cresciuta leggendo i dizionari di mitologia classica, sono stata educata più dal saggista Marcel Detienne che dai miei genitori, per questo motivo, non avendo un nome dall’armonico suono letterario, ho deciso di usare uno pseudonimo, che avesse un profondo un significato. Viviani nell’etimologia greca porta in sé un inno alla vita, quella che sembra sfuggirmi ogni giorno alla continua ricerca di un posto nel mondo. Georgiadis è il cognome di numerose persone greche che nel loro anonimo piccolo sono state in qualche modo utili al paese. E poi la ragione più banale è che volevo davvero restare anonima per non scatenare critiche in famiglia.


2) Vuoi spiegarci come sono nati i personaggi del tuo libro, Helia e Gwendal, e quanto c'è di te in loro?
Sono nati prima “iconograficamente”. La mia più grande passione, e credo il mio unico dono, è di avere una certa bravura nel disegno e lo dimostrano le oltre 400 tavole che ho sul mio sito web. E’ nato prima Gwendal per una fissazione che ho per i biondi dai capelli lunghi. Volevo che Gwendal avesse tutto ciò che io non ho e non sono. L’ho fatto ricco, bellissimo come un Apollo, assiduo lavoratore. Lavorando da quando avevo sedici anni come cameriera ho potuto osservare i “ricchi” e le loro stravaganze, per questo in lui ho catalizzato tutto di una persona senza limiti al portafogli. Auto, abiti, viaggi, gioielli e stravaganze archeologiche da mercato nero. Per Helia è stato diverso. Volevo un opposto e ho dovuto opporre prima di tutto il colore dei capelli. Il suo nero mediterraneo rispecchia la persona, cupa, solitaria, bello anche lui ci mancherebbe (nessuno mi convincerà mai a descrivere il brutto o il mediocre, io sono un’esteta e vivo dell’ottocentesca idea del bello), ma soprattutto una persona che ama e apprezza il silenzio e il suo valore. In tutti e due i protagonisti c’è molto di me, ma in Helia c’è tutto. I pregi fisici nascondono ovviamente difetti caratteriali, avventati, vanesi, arrivisti, presuntuosi, un po’ di tutto, la perfezione stancherebbe.

3) Il tuo romanzo "Il diario di Raffaello" è un thriller storico in cui i protagonisti lottano per fare emergere una misteriosa reliquia, legata alle vicende del celebre artista. Come hai gestito l'impianto storico del testo e come ti sei documentata?
L’idea di base è nata per caso e per gioco senza nessuna pretesa di pubblicazione. Passeggiavo per le vie di Roma in un week end senza università. Avevo circa 24 anni. La mia abissale ignoranza mi portò a “scoprire” la tomba di Raffaello e poi vagando per via dei Banchi Vecchi, che i romani conoscono e sanno quanto possa offrire, mi venne l’idea tra una libreria e l’altra, di inventarmi un diario di Raffaello. In quel momento di fulminea ispirazione tenevo in mano il mio taccuino nero (della marca famosa che tutti sanno!) e pensai che non sarebbe stata una cattiva idea fondere i disegni con la vena scrittoria. Così a Roma inizia il tutto e siccome come dice Camilleri, è difficile narrare di persone e luoghi che non si conoscono perché non se ne capiscono le vere sensazioni, allora ho deciso di rendere i personaggi l’uno inglese e l’altro scozzese (per una mia altra mania verso l’anglosassone e alcuni amici scozzesi), ma di farli incontrare a Roma, la città che stavo vivendo in quel momento della mia vita. Per otto anni ho vissuto nella Capitale, l’università non mi ha insegnato soltanto l’archeologia, ma mi ha insegnato a vivere e così ho portato tutto su carta. Luoghi e persone che si incontrano nel libro li ho visitati e conosciuti di persona, archeologi, direttori di musei, Carabinieri, tassisti, guide turistiche e studenti. La documentazione storica si è concentrata soprattutto nel flash-back al tempo di Raffaello. Ho letto alcune biografie, prime su tutte le due magnifiche del Prof. Forcellino su Raffaello e Michelangelo. Seppur disoccupata, mi reputo un’archeologa, ho guadagnato il titolo sul campo, per questo la ricerca di notizie storiche si è basata su testi scientifici universitari con lo stesso metodo che ho imparato liberando dalla terra cataste di anfore in frantumi e ossa da tombe medievali. Questo mi porterà sempre a scrivere di ricerche archeologiche possibili, mai troppo fantasiose e se talvolta al lettore alcune cose sembreranno assurde dovrà credere il contrario. È tutto documentato! Credo di esserci riuscita. Nonostante non volessi farlo ho dovuto cedere e leggendo alcuni commenti sul mio libro, trovo che il messaggio sia arrivato. L’impianto della trama segue lo stesso ragionamento di uno scavo in cantiere. Gli archeologi quando iniziano una ricerca lo fanno partendo da una fonte sicura, in genere un libro, una mappa, un’epigrafe. Da lì iniziano la ricerca senza sapere a cosa li porterà, prima in biblioteca e poi sul campo. Io sapevo di dover concludere col ritrovamento del diario di Raffaello ma non sapevo come arrivarci, perciò non avevo una trama prestabilita e non l’ho avuta per nessuno degli altri miei scritti. Ho iniziato seguendo un iter di ricerca standard per un archeologo, ho usato tutte le mie conoscenze, le possibilità storiche, le coincidenze, le assurdità e alla fine i conti sono tornati, per fortuna!

4) Quale rapporto hai con la scrittura e che parte occupa nella tua giornata?
Scrivere è vivere, scrivere sono i calli alle dita che ho fin da bambina, scrivere è per me e per il mio personaggio Helia, autore di professione, un modo per porsi al mondo, anche se si resta inascoltati, non letti, non importa. Ci sono tante voci mute nel mondo, io sono una di quelle. Scrivo e disegno sempre, a tutte le ore del giorno, e non vado a dormire se non ho almeno buttato giù una parola, fosse anche la lista della spesa, o un disegno, fosse anche uno scarabocchio. Impugnare la penna e lasciare un segno su qualcosa che prima era bianco e anonimo è la più grande soddisfazione che vivo ogni giorno. Accumulare montagne di carta sulle quali la fantasia prende forma, si rende visibile, per me è come respirare, non posso farne a meno.

5) Cosa bolle in pentola? Vuoi raccontarci i tuoi progetti letterari?
Questa è la seconda domanda più difficile. Di progetti letterari nel cassetto ne ho sei e tutti conclusi. Ho iniziato a scrivere un settimo romanzo per non pensare al fatto di dover affrontare un intervento chirurgico delicato. Ecco, la scrittura evita di pensare ai drammi della vita. Purtroppo i miei progetti letterari, ma credo quelli di tutti i piccoli scrittori, non trovano riscontro nei progetti degli editori. I miei romanzi sono pensati come parte di un ciclo, come Holmes e Watson, ma di gran lunga più umilmente Helia e Gwendal vivono in sette romanzi, legati tutti da un filo comune. Un filo comune la cui identità si scoprirà proprio nella storia che ho iniziato a scrivere un mese fa. Non saranno tutte rose e fiori, per usare un’espressione logora, ma loro vivranno il dolore fisico, interiore, l’amore, l’odio. Tutto quello che sperimento su me stessa diventa la loro identità. Spero di poter continuare, per poter dare un senso a quanto nel primo romanzo sembra non averne. Ho partecipato ad un concorso letterario della Perrone Editore arrivando tra i quattro finalisti con la nuova avventura di Helia e Gwendal e di un altro simpatico personaggio nel quale ho messo altro ancora di me stessa. Sono in attesa di giudizio per la pubblicazione. Chi lo sa cosa ne sarà. È difficile farsi ascoltare in questo mondo, dove tutti scrivono e pochi leggono, però sono dell’idea che a tutti deve essere concessa un’opportunità. La mia l’ho avuta anche se non so ancora come sta andando. Vorrei che i miei personaggi vivessero, sono come figli e credo che una madre vorrebbe vedere i propri figli vivere il più a lungo possibile.


Grazie, Viviani! Per chi volesse conoscere meglio l'Autrice, non solo per la sua produzione letteraria ma anche per la sua mano d'artista, può cliccare qui.
Questo, invece, è il booktrailer del romanzo:

1 commento:

  1. Bello pseudonimo, complimenti.
    Theodoros Georgiadis (non pseudo)

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