lunedì 26 aprile 2010

NERAINTERVISTA- Francesco Barbi e il suo acchiapparatti

Nasce a Pisa nel 1975 e attualmente lavora come insegnante di matematica e fisica nella scuola secondaria superiore. Ha esordito nel 2007 con il romanzo L'acchiapparatti di Tilos (ed. Campanila). Nel 2010 il romanzo viene completamente riscritto e pubblicato dalla prestigiosa casa Baldini Castoldi Dalai con il titolo "L'acchiapparatti".
Francesco ha accettato di rispondere alle domande della neraintervista.

1- Il tuo romanzo, "L'acchiapparatti", sembra collocarsi a metà tra la favola noir e il più classico fantasy. Ci vuoi spiegare il perché di questa scelta narrativa?

Non è stata una scelta. In tutte le fasi dello scrivere ho bisogno e cerco di dare il maggior spazio possibile a libertà e creatività. Originalità, coerenza e verosimiglianza sono per me già sufficienti come vincoli. Non preparo schemi rigidi o scalette dettagliate, procedo “per situazioni” e mi faccio tentare dalle sperimentazioni e dalle soluzioni inconsuete. Insomma, mi sono 'ritrovato' a spaziare fra più generi.
E in effetti, anche se può essere catalogato come un libro low-fantasy, “L'acchiapparatti” presenta spunti e aspetti caratteristici di altri generi che lo rendono un romanzo un po' atipico. Alcuni tratti che lo riconducono a una favola noir (senza epica né eroi e che in alcuni punti forse sfocia nel genere horror) potrebbero essere questi: anti-eroi come protagonisti, l'attenzione alla psicologia dei personaggi, il finale non consolatorio e aperto alle interpretazioni, violenza e carneficine ad opera di una creatura mostruosa (questo rimanda un po' più al gotico), la presenza del conflitto tra bene e male più nel mondo interno dei personaggi piuttosto che nel mondo rappresentato e l'ambizione del 'cattivo' come tema filosofico di fondo, l'ambientazione cupa e tenebrosa, quasi grottesca...

2- Il protagonista del romanzo, Ghescik, è "l'ometto gobbo e storpio che vive nel cimitero". Come è nato questo personaggio e quanto di te c'è in lui?

Tutti i personaggi scaturiscono dalla mente, dalle emozioni, dai vissuti personali del loro autore e quindi gli sono in qualche modo legati. Ghescik è venuto fuori subito, come a dare voce ad una parte “consapevole” di me, gobbo, ambizioso e calcolatore; qualcuno l'ha definito anche un po' bastardo. Nel romanzo, però, i personaggi protagonisti sono due. Effettivamente non era affatto previsto che Zaccaria, lo squinternato acchiapparatti, divenisse un protagonista, ma la mia progressiva identificazione con lui, nello scrivere il libro, ha fatto sì che la vicenda prendesse pieghe inaspettate e adottasse come secondo personaggio principale proprio questo personaggio peculiare e “malmesso”. D’altra parte Zac è anche un po’ stregone e, per me, la magia nel mondo reale è la creatività. Man mano che scrivevo, dunque, mi avvicinavo a quel personaggio. Mi sento grato nei confronti di Zaccaria, attraverso le cui vicissitudini ho recuperato alcuni tratti del mio carattere e che dunque, per quel che mi riguarda, è stato davvero “magico”.
Sono comunque molto affezionato a entrambi e credo che i due, insieme, incarnino una parte davvero consistente di me. Ho detto 'insieme' perché i due personaggi sono allo stesso modo protagonisti, aspetti complementari forse di uno stesso individuo... Emblematica a questo proposito mi sembra la copertina: la figura alla finestra è stata ricavata da una mia fotografia. Eppure, così vicina al titolo, in quella casa-torre, sembrerebbe proprio alludere all'acchiapparatti. Ma è Ghescik quello con la gobba... Anche la storia e il suo finale sono decisamente permeati da questa separazione-fusione dei protagonisti.

3-
Qual è il ruolo della magia nel romanzo e quale il suo significato allegorico?

L'unico elemento propriamente magico-fantastico che compare ne “L'acchiapparatti” è incarnato nella creatura ancestrale rinchiusa nelle prigioni di Giloc. Creatura che è stata ispirata dalla personale e quasi atavica attrazione verso il mostruoso, generata da un conflitto irrisolto con il mio persecutore interno e legata, nel romanzo, al tentativo dall’esito catastrofico compiuto quattro secoli prima dallo stregone Ar-Gular di separare la parte più pura e sana della sua anima da quella più tetra, ombrosa. Le vicende ruotano proprio attorno a questo elemento soprannaturale o tema di fondo e, non a caso, i personaggi protagonisti del libro sono tutti in qualche modo caratterizzati dall’avere una macchia, fisica o psichica. Lo stregone aspirava, in modo utopico, a negare questa sfaccettatura o naturale impurezza e a raggiungere l’immortalità attraverso l’eliminazione di una parte di sé. Al contrario, il lato oscuro o caotico dei personaggi principali reca anche forze creative vivificanti (oltre che rendere ciascuno di essi, a mio modo di vedere, più umano e intrigante).
Al principio del romanzo, soltanto l’esistenza del mostro di Giloc, che è quasi un’incarnazione del male, fa sì che la magia in qualche modo sopravviva. La stregoneria, nelle Terre di Confine, è infatti ridotta a un eco dei tempi andati. Ma allorché le vicende dei protagonisti si intrecciano con quelle del boia di Giloc, si assiste ad un progressivo e presunto rinascere della magia, che coinvolge soprattutto il personaggio di Zaccaria. Questa rinascita è però così fievole da lasciare il lettore nel dubbio che a determinare e a caratterizzare alcuni episodi non sia la magia, ma il caso o le doti naturali e le capacità intuitive e folli dell'acchiapparatti. Centrale non è tanto la magia stessa quanto il credere nella magia, che rimane comunque un qualcosa che ha a che fare con l'interno, l'intimo dei personaggi, e non con il mondo esterno. Si tratta di un sesto senso, un'empatia con la natura e gli esseri, un potere che sa di preveggenza e che forse può in qualche modo suggestionare gli altri e influenzare il destino.
Per entrare nell'allegoria, la magia coinvolge doti spontanee e creative che certamente rimandano all'infanzia. Quando gli aspetti antichi (infantili) e magici vengono repressi, si trasformano in pericoli per la mente (all'inizio del romanzo Zaccaria è emarginato, ridotto ad acchiappare topi e a vivere in zone pericolanti e inutili della mia vita psichica, ripiegandosi su di sé fino a diventare spaventato e pazzo) o acquistano un potere onnipotente e distruttivo (il mostro).
Prima di mettermi a scrivere il romanzo, ero probabilmente più vicino a Ghescik e avevo un demone distruttore nel profondo. La scrittura ha senza dubbio avuto una forte valenza terapeutica e Ghescik, per fortuna, non è riuscito a vivere senza magia. Il mostro è uscito dal suo Buco, si è trovato libero e ha potuto dare sfogo alla sua brama distruttiva (il mio essere un fisico, ovvero un uomo razionale, è stato minato) finché... è entrato in ballo Zaccaria, l'unico, forse, in grado di ascoltare e comprendere il mostro. Il resto lo può scoprire ogni lettore, ma è stato proprio grazie al libro e alla creatività a cui ho potuto dare sfogo (così come al mostro) che ho ritrovato Zaccaria in me, e ho ritrovato la magia dell'infanzia nella mia vita.

4- Ci vuoi raccontare come ti sei avvicinato alla scrittura e quale spazio questa attività occupa nella tua giornata?

Circa quindici anni fa, durante gli anni di studio universitari, sentii l'improvviso bisogno di dare sfogo alla creatività e iniziai a scrivere dei racconti. Frequentai per un paio di anni dei corsi di scrittura creativa e qualche tempo dopo iniziai la stesura dell'acchiapparatti.
Scrivevo a “scappatempo”, o meglio a periodi alterni, perché ho sempre avuto bisogno di dedicare alla scrittura gran parte del tempo a disposizione in una giornata. Dovendo portare avanti le altre attività in cui ero impegnato, mi ci sono voluti diversi anni per terminare il libro.
Al momento non posso ancora dire di avere una routine collaudata da tempo. Dico però che nei periodi in cui scrivo dedico almeno una mezza giornata alla scrittura; e passo molte delle mie serate a ragionare su quel che sto scrivendo e a pensare a cosa scriverò nei giorni successivi.

5- Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

In questo periodo mi sto dedicando al seguito de “L'acchiapparatti”. Ho scritto prologo e una decina di capitoli. Spero di concludere la prima stesura entro l'autunno.
Da qualche tempo ho poi terminato un libro di racconti di fantascienza distopica dal titolo “Marchi indelebili”. Parlo di libro e non di raccolta perché si tratta di una serie di storie che si intrecciano e che hanno tutte come protagonista la società tetra e totalitaria che viene rappresentata. Forse prossimamente dovrò dedicarmi ad un'ultima revisione.
Per quel che riguarda invece il futuro meno prossimo, spero proprio di avere la possibilità di continuare a scrivere.


Grazie, Francesco! Per chi vuole conoscere meglio l'Autore, può cliccare sul suo sito. Per chi vuole sapere di più su "L'acchiapparatti" può cliccare qui sul blog dedicato al romanzo.

6 commenti:

  1. Sempre interessante sbirciare dietro le quinte di un'opera, ma anche dell'autore.

    In _mezzo_alla_segale

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  2. Ciao In_mezzo_alla_segale,
    e benvenuto!
    Concordo: l'intervista con l'autore offre la possibilità di sbirciare l'universo creativo che ha prodotto un'opera che amiamo, che ci incuriosisce.
    A presto!

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  3. Per Belzebù, ero io il protagonista! E poi ha il coraggio di dire che ci vuole bene a tutti e due, per giunta allo stesso modo... Come qualcuno ha fatto notare, allora perché nel titolo del libro c'è solo quell'altro?

    http://lacchiapparatti.bcdeditore.it/2010/04/neraintervista-con-illustrazione/

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  4. Ghescik, hai ragione! La par condicio non è stata affatto rispettata... almeno Francesco poteva intitolare il romanzo "L'acchiapparatti e lo strano gobetto" o qualcosa del genere, no?

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  5. Quale strano gobbetto?
    Altro che "L'acchiapparatti e lo strano gobbetto"... Lo doveva intitolare "Ghescik e l'acchiapparatti"... O forse "Ghesone, il becchino"... O forse "Ghesone, il trafugatore di tombe"... O forse ancora meglio "Le avventure di Ghesone"...
    E magari quel disgraziato lo poteva far finire anche in un altro modo...

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  6. Povero Ghescik! Nessuno riesce a darti la considerazione che meriti...

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