lunedì 1 marzo 2010

Recensione - "La voce dei Turchini", castrati e cicisbei alla corte dei Borboni


Oggi, come nei secoli passati, per definire le qualità morali, l’intraprendenza e il carisma di un uomo spesso si dice che questi “ha gli attributi”. E allora pensate quanto dovesse essere doloroso quando, per sfornare cantori per il melodramma e le messe papali, tali attributi venivano recisi prima della pubertà attraverso un intervento detto “orchiotomia”. Che è un termine tecnico per definire la castrazione. In questo modo le corde vocali non subivano le modificazioni tipiche della pubertà e le voci dei cantanti maschi rimanevano “bianche” ed erano in grado di eseguire i complessi registri dei sopranisti e dei contraltisti. Chi non ha mai sentito parlare del celeberrimo evirato Carlo Broschi, in arte Farinelli? A Napoli, addirittura, esistevano delle botteghe con la scritta “qui si castrano i fanciulli”. Per chi volesse approfondire l’argomento rimando all’articolo di Marina Pinto, che potete trovare qui, o al suo libro (basta ciccare qui).
Il tema della castrazione è il nucleo centrale del romanzo di Livio Macchi, “La voce dei Turchini”, edito da Piemme e recentemente proposto in versione tascabile. La vicenda prende le mosse da un concorso canoro: Sua Santità vuole i migliori cantori alla sua corte. La celebre e gloriosa scuola della “Pietà” dei Turchini (cosiddetta per il colore dell’abito degli allievi) è in gran fermento. I vincitori del concorso devono, assolutamente, provenire dal conservatorio della Pietà dei Turchini. Si scatenano rivalità e sordidi intrighi nel mondo del canto. La situazione precipita quando un allievo viene ritrovato morto nelle stanze del conservatorio. A questo primo delitto, ne segue un secondo. E poi un terzo. A indagare sulla vicenda viene chiamato il capitano Ferrante Chilivesto, rosso malpelo, cocciuto, ironico. Una storia complessa in cui si intrecciano tante vicende umane: quella di Ferrante, ma anche la storia d’amore tra l’affermata cantante Salvini e il giovane “turchino” Antonio Amendolano. Alla fine, dopo diversi depistaggi, Chilivesto riuscirà a scovare il colpevole e, al contempo, disvelerà il dramma di un'anima sofferente.
Un bel libro, che riesce a offrire un vivido affresco della Napoli del 1700, appena uscita dalla dominazione asburgica e scivolata in mano ai Borboni. Una scrittura sapida e ricca, quella di Macchi, spesso percorsa da un guizzo ironico con cui l’occhio distaccato dell’Autore osserva il destino dei suoi personaggi. A volte il descrittivismo prevale sulla sequenza degli eventi, togliendo “pathos” all’azione e allentando il clima tensivo. Ma il romanzo rimane un’opera di qualità, particolarmente gradevole per chi ama la lirica e la splendida città di Napoli.

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