lunedì 11 gennaio 2010

IL CORPO E IL SANGUE DI EYMERICH



Durante il corso di Genetica, primo anno della Facoltà di Medicina, un professore illuminato, prima di spiegarci i geni coinvolti nella morfogenesi (cioè nello sviluppo del corpo), ci mostrò alcune tavole del pittore fiammingo Hieronymus Bosch. In una delle riproduzioni, Il carro di fieno, emergevano figure di uomini-mostri cioè creature ibride con il corpo umano e la testa animale. Ecco, i geni regolatori della morfogenesi consentono che ogni individuo di ogni specie acquisisca un preciso fenotipo, ovvero un preciso aspetto, invece di erronei assemblaggi, come nel caso degli uomini-mostro di Bosch.
Nelle opere di Valerio Evangelisti, e in particolare nel romanzo “Il corpo e il sangue di Eymerich”, l’ordine risulta sovvertito e l’umanità appare segnata, nel corpo e nel sangue appunto, come da un incacellabile peccato orginale.
Evangelisti appartiente alla corrente del New Weird, movimento che propone il superamento dei confini dei diversi generi letterari: horror, romanzo storico, noir, fantascienza, fantasy. Per cui nei suoi romanzi troviamo elementi di tutti questi generi, tra loro variamente intrecciati in un complesso quanto affascinante incastro fabulatorio. La vicenda, nel caso specifico de “Il corpo e il sangue di Eymerich”, si svolge su diversi piani paralleli. Nel XIV secolo, a Castres, in una Francia dilaniata dalla guerra dei Cent’anni, Nicolas Eymerich (personaggio storicamente esistito), inquisitore generale del Regno d’Aragona, viene convocato per indagare su una serie di strani fatti di sangue. Uomini e donne vengono trovati morti, dissanguati, nelle campagne. Forse è opera dei masc, una sorta di vampiri locali. Il puzzo di zolfo è forte e i potenti feudatari del luogo, i Montfort, sono sospettati di eresia. Eymerich è scostante, disprezza gli uomini e in generale l’imperfezione fisica e morale. Per perseguire la sua idea di giustizia, non esista ad accendere roghi purificatori. Parallelamente si svolgono le vicende ambientate in un passato prossimo (anni ’50) e in un presente distopico, fino all’inevitabile e direi diabolica confluenza dei diversi piani narrativi. A fronte della sua complessità strutturale, delle numerose citazioni e dei colti riferimenti storici, il romanzo si svolge senza nodi e contorsioni. Il lettore resta avvinto alla pagina, immerso e nello stesso tempo catapultato nelle diverse epoche. Una prova letteraria che, data alle stampe nel 1996, mantiente intatta la sua orginalità anche a distanza di più di un decennio. Da sottolineare, infine, l’epilogo del romanzo, splendido tributo a Edgar Allan Poe, praticamente un’abile trasmutazione letteraria del racconto “La maschera della morte rossa”.

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