lunedì 1 novembre 2010

Segnalazione - intervista sul blog di Viviani Georgiadis


Mi scuso per la lunga assenza... tornerò spero presto a postare con una certa regolarità...

Nel frattempo, cari amici di blog, vi segnalo l'intervista che l'amica scrittrice Viviani Georgiadis ha pubblicato sul suo blog.

Viviani, già protagonista in questo blog con una neraintervista, è l'autrice del romanzo Il diario di Raffaello, edito da edizioni Sabinae.

Ecco il link da cliccare per leggere la mia intervista!

Grazie Viviani!

giovedì 7 ottobre 2010

Recensione - La lunga estate di Charitos ovvero l'indolenza dei levantini



Ce lo immaginiamo grondante di sudore sotto il sole implacabile della Grecia estiva, il commissario Kostas Charitos mentre è intento a sciogliere enigmi e a scovare assassini. Nato dalla fervida fantasia dello scrittore Petros Markaris, questo piedipiatti ellenico è un incrocio tra Montalbano e Maigret, con delle note squisitamente originali.

In questo romanzo La lunga estate del commissario Charitos (traduzione Andrea Di Gregorio), si intrecciano due plot paralleli. Il primo riguarda il sequestro e dirottamento, da parte di un gruppo di terroristi, di una nave da crociera. Il caso sembrerebbe non riguardare Charitos, visto che si occupa della sezione omicidi. Ma proprio sull'imbarcazione dirottata viaggia Katrina, l'adorata figlia del poliziotto. Proprio nel bel mezzo di questa sciagura famigliare, Charitos è richiamato ad Atene perché un efferato serial killer sta decimando i volti noti della pubblicità. Attori, modelle, giornalisti. Insomma, una vera strage del piccolo schermo.

Le due trame apparentemente indipendenti scorrono paralleli fino a quando, nell'epilogo, si intuisce lo stretto legame degli eventi che porta le vicende a convergere tra loro.
Una lettura scorrevole, a tratti divertente per l'involontaria ironia di Charitos, uomo maturo tutto d'un pezzo, apparentemente refrattario alle novità introdotte dalla modernizzazione dei costumi ellenici. Le sue schermaglie con la moglie Adriana, petulante comare, sono davvero memorabili.


Quanto all'aspetto propriamente noir, il romanzo non riesce a decollare, si dipana a scatti e si risolve in modo quasi frettoloso nel finale. Il lato veramente pregevole di questo libro è la capacità di evocare una terra mistica, arsa dal sole e bagnata dall'acqua.

Vi lascio un piccolo video introduttivo sullo scrittore greco e sul personaggio da lui creato:


martedì 21 settembre 2010

Recensione - Dannata per troppo amore: la Caterina de'Medici di Jeanne Kalogridis


Dopo il successo dei precedenti romanzi storici ad ambientazione rinascimentale (Alla corte dei Borgia e L'enigma della Gioconda), la versatile autrice statunitense Jeanne Kalogridis torna alla carica, con il romanzo "La regina maledetta".
Ormai abituale frequentatrice delle corti europee, la Kalogridis ci propone la biografia romanzata della discussa regina nera di Francia, Caterina de'Medici, sposa di
Enrico di Valois. Il racconto, che si svolge secondo la collaudata (nei precedenti libri) formula della narrazione in prima persona, abbraccia il vasto arco temporale che va dall'infanzia di Caterina fino al massacro della notte di San Bartolomeo.

Caterina nasce a Firenze nel 1512, figlia di Lorenzo II de'Medici (duca di Urbino) e di Madeleine de La Tour d'Auvergne. Per linea paterna, dunque, Caterina discende direttamente da Lorenzo il Magnifico. La madre, che muore nel darla alla luce, è di altissimo lignaggio e proviene da una delle più illustri famiglie di Francia. Vittima delle agitazioni fiorentine contro i Medici, la futura sovrana viene catturata e tenuta in cattività nel convento delle Murate. Viene liberata quando ormai ha quattordici anni. Per diritto di nascita, sarebbe destinata a governare Firenze. Invece, lo zio papa Clemente VII (al secolo Giulio de'Medici) mette sul trono della città toscana Alessandro il Moro, fratellastro di Caterina o, secondo alcune fonti, figlio dello stesso Clemente.
La giovane viene data in sposa al principe Enrico di Valois, suo coetaneo, all'epoca secondo in linea di successione al trono di Francia. Il romanzo prosegue raccontando le iniziali difficoltà di Caterina alla corte dei Valois, gli intrighi e le macchinazioni. Alla morte del fratello Francesco, Enrico diviene delfino di Francia, cioè erede al trono e futuro sovrano. Non tutti i nobili gradiscono Caterina, considerata "la straniera" e di basso rango, non all'altezza di un principe del sangue. Si comincia a parlare di mesalliance, cioè di nozze morganatiche. A peggiorare le cose, per dieci anni il ventre di Caterina rimane sterile e non riesce a concepire un erede.
La famiglia dei duchi di Guisa è decisa a indurre il re a ripudiare Caterina e per farlo di serve di madame de Poitiers, la stagionata ma fascinosissima ( e molto influente) favorita di Enrico di Valois.
Insomma, in un primo momento, Caterina sembra spacciata, destinata a fare i bagagli e lasciare la corte del Louvre. Invece...
Invece, tutto si ribalta. Caterina riesce ad avere, nei successivi dieci anni di matrimonio, dieci figli e a conquistare un sempre più solido posto al fianco del re. Per spiegare questo "ribaltone" del destino, la Kalogridis rispolvera il mito della Regina Nera. Insomma, la sovrana sarebbe ricorsa ai talenti del mago astrologo Cosimo Ruggieri per invocare forze demoniache e rendere fertile il suo ventre.
Ma questo sovverimento della natura non può avvenire senza conseguenze, ed ecco che il filo rosso del dramma riparatore si dipana, rendendo dannata la progenie della regina di Francia.
Un romanzo poderoso, in cui la ricostruzione storica è, come sempre nelle opere della Kalogridis, molto accurata. L'Autrice introduce alcune semplificazioni, per esempio non menzionando alcuni figli della coppia reale (ovvero Claudia, duchessa di Lorena, e Francesco, l'ultimo figlio maschio, duca d'Alençon). Una scelta di certo condivisibile, per evitare di appesantire la narrazione.
La Kalogridis, non nuova ai racconti gotici/ horror (è autrice di una trilogia sui vampiri), enfatizza gli interessi alchemici e esoterici della regina, con delle pagine che appaiono assolutamente degne di un romanzo horror. Indulge un po' troppo, tuttavia, nella descrizione dei rituali, nella creazione dei talismani, e nelle elucubrazioni sui temi natali, con una tendenza alla ripetitività che si fa sentire soprattutto verso la fine del romanzo.
Il libro rimane comunque una lettura scorrevole e avvincente, e consente di approfondire, con la leggerezza del racconto, il tema della lotta tra ugonotti e cattoloci che sfociò, proprio sotto la reggenza di Caterina, nel già menzionato massacro della notte di San Bartolomeo.
Vi lascio con con video della Reine Margot, in cui Virna Lisi dà vita a una spledinda Caterina de'Medici.





lunedì 13 settembre 2010

Neraintervista - Alessandro Perissinotto e il ruolo sociale del noir

Alessandro Perissinotto nasce a Torino nel 1964. Si laurea in Lettere con una tesi sulla semiotica e attualmente insegna "Teorie e tecniche della scrittura" presso l'Università di Torino. Approda alla narrativa nel 1997, con il romanzo storico L'anno che uccisero Rosetta. Seguono poi La canzone di Colombano e Treno 8017.

Nel 2004 esce il romanzo epistolare Al mio giudice, premio Grinzane Cavour 2005 per la narrativa italiana. I successivi tre romanzi (Una picccola storia ignobile, L'ultima notte bianca, e L'orchestra del Titanic) sono incentrati sulla figura di Anna Pavesi, psicologa che si ritrova, quasi suo malgrado, detective alla ricerca di persone scomparse.
Nel 2009, pubblica il suo ultimo lavoro Per vendetta. Ha curato la traduzione di alcuni romanzi di Jean Christophe Grangé ed è autore di saggi.
Alessandro ha accettato di rispondere ad alcune domande della neraintervista:


1. Nel tuo romanzo d'esordio "L'anno che uccisero Rosetta", in cui un commissario deve indagare su un omicidio avvenuto durante gli anni venti, scegli un'ambientazione quasi surreale, un piccolo paese bloccato dalla neve, come a creare una sorta di "camera chiusa". Ci puoi raccontare qualcosa sulla genesi del tuo primo lavoro?

L’anno che uccisero Rosetta nasce dalla voglia di raccontare il paese di montagna nel quale sono cresciuto, di raccontare un mondo arcaico che lì è sopravvissuto fino agli anni ’70. Per raccontare questo mondo ho deciso di utilizzare la formula del poliziesco, ma più che il centro della narrazione, il crimine mi sembrava un pretesto per raccontare quella mia personalissima “Macondo”.

2. Nella trilogia di Anna Pavesi (Una piccola storia ignobile, L'ultima notte bianca, L'orchestra del Titanic), scende in campo un'insolita investigatrice: una psicologa quarantenne, delusa dalla vita e dai sentimenti, che si trova detective quasi per caso. Uno scrittore che narra in prima persona le vicende di una donna. E' stato difficile il processo di immedesimazione con questo personaggio? Esiste, secondo te, un modo di pensare maschile e uno femminile?

Per rispondere a queste domande devo innanzitutto chiarire che io non credo che esista un prototipo di femminilità e un prototipo di mascolinità: esistono donne e uomini, singoli, unici, irripetibili. Quindi, nel creare Anna Pavesi non ho cercato di calarmi nei panni “delle donne”, ma di una donna specifica. Il processo di immedesimazione è stato dunque difficile, ma lo è sempre quando devi calarti nei panni di un personaggio, maschile o femminile che sia. Molte lettrici mi hanno detto che avevo descritto perfettamente la psicologia femminile, perché loro, in quelle circostanze si sarebbero comportate come la mia protagonista; altre mi hanno detto (e più spesso scritto sui blog) che non avevo capito niente della psicologia femminile perché loro, nelle stesse circostanze, si sarebbero comportate diversamente. Anch’io tendenzialmente mi comporto differentemente da Berlusconi, ma è assurdo stabilire chi dei due interpreti il pensiero maschile.

3. Nella trilogia di Anna Pavesi, pur dando alla narrazione u'impronta molto sciolta, quasi da articolo di nera, affronti tematiche molto delicate: la vita degli extracomunitari, il burnout degli operatori sanitari, e l'indifferenza del consumismo più spinto (per esempio quello dei villaggi turistici). Il noir può rappresentare un "pretesto letterario" per aprire uno squarcio sul sociale?

Io ho sempre creduto al ruolo sociale del noir e ritengo che la storia letteraria del periodo 1990-2007 ci abbia fornito ottimi esempi di poliziesco impegnato; negli ultimi anni però, mi sembra che a conquistare i gusti del pubblico sia nuovamente il poliziesco di puro intrattenimento. E’ un peccato.

4. Integri la tua attività di scrittore con quella di docente universitario. Quanto influisce quest'ultimo lavoro sulla tua produzione letteraria e sulla tua "ispirazione"?

L’insegnamento e la ricerca mi danno alcuni strumenti di analisi del testo e mi aiutano ad essere consapevole dei registri e dello stile che impiego. Insegnando “Teorie e tecniche delle scritture” non posso accontentarmi di scrivere qualcosa perché mi nasce dentro così, mi devo interrogare circa i meccanismi della scrittura per fare in modo da poterli spiegare ai miei studenti.

5. Nel tuo romanzo "Per vendetta" abbandoni il noir classico per un romanzo che affronta temi scottanti, come il rapporto tra il Vaticano, la P2 e la dittatura argentina degli anni 70. Come nasce questa nuova storia?

L’idea è nata in Argentina, guardando un manifesto che, a distanza di trent’anni dalla fine della dittatura, denunciava ancora un torturatore impunito. Ho cercato di raccontare una storia che fosse esemplare della condizione in cui si trova chi non ha ottenuto giustizia per i torti subiti. Per raccontarla ho dovuto per forza scavare nella memoria è far riemergere vecchie colpe mai pagate, come quelle dei vertici vaticani che hanno dato un grande contributo al genocidio argentino; o come quelle degli italiani iscritti alla P2, i quali, dopo aver aiutato i torturatori sudamericani, siedono ancora oggi su poltrone di prestigio.
Grazie ad Alessandro Perissinotto! Per chi vuole approfondire, lascio qui il link al sito dell'Autore.
Questo, invece, è il booktrailer di Per vendetta:

lunedì 6 settembre 2010

Recensione- L'ultima notte bianca di Alessandro Perissinotto


Le avevo quasi dimenticate, in questa continua fuga in avanti, le olimpiadi invernali del 2006. Quelle di Torino. E invece, prendendo in mano questo romanzo di Alessandro Perissinotto, ci sono ricascato in pieno, in un risucchio spazio-temporale e con un brivido. Primo, perché in quel periodo c'ero, a Torino, anche se per tutte altre ragioni. Ricordo un freddo pazzesco, e una carrellata di immagini, a volte sfocate, della città sabauda. Secondo, perché il 2006 è un anno importante per me: è nato mio figlio. Che, guarda caso, si chiama Alessandro.
Quindi mi sono accostato con un po' di sentimentalismo a questo romanzo, seconda puntata della trilogia dedicata alla psicologa investigratrice, Anna Pavesi (per chi si fosse perso la prima puntata, può trovare la recensione cliccando qui).
Quarentenne, reduce da un divorzio, Anna si sta appena riprendendo. Ha lasciato Torino per Bergamo e qui vive con la sua gatta Morgana. Ha messo in piedi una storia clandestina con Marco, medico e sposato. Improvvisamente, viene chiamata da una sua ex collega, la Piera, la quale è allarmata per la scomparsa di Germana, un'operatrice socio-sanitaria che lavora di notte, per il recupero dei tossicodipendenti. Insomma, Piera chiede alla psicologa di indagare, di aiutarla a scoprire che fine abbia fatto Germana.
Per la Pavesi non è facile. Deve ritornare a Torino, affrontare l'ex-marito, tirare fuori vecchi scheletri nascosti nell'armadio. Non è facile, ma decide di andare, di offrire il suo aiuto.
Inizia una vera e propria discesa nei ricordi, e nella città. E' incredibile quanti temi siano abilmente condensati in questo volumetto che scorre leggero e veloce tra le dita.
Si parla di burnout, il dramma che a volte colpisce chi opera nel sociale e nella sanità. Ma anche di tossicodipendenza e in alcuni quartieri sembra di rivedere la Berlino di Christiane F.
Soprattutto, in questo libro, c'è la città, quella segreta e nascosta dietro le quinte di cartapesta innalzate per le Olimpiadi. La città "garbata" in cui le buone maniere sembrano attuttire ogni rumore, ogni palpito. La città con il suo fiume, lento e onnivoro, pronto a inghiottire e occultare quello che la società rifiuta.
Un bel romanzo e una bella protagonista. Perché Anna, incredibilmente e contrariamente a molti "archetipi" letterari, non fa sempre la cosa giusta. Ovvero, non necessariamente decide di rispettare e di adottare le regole della comune morale. Non incline a condannare, la sua indagine è in primo luogo una ricerca delle motivazioni. E quando queste sono umane, anzi umanissime, la nostra Pavesi rimane quasi annichilita, esterefatta, di fronte alla miseria della vita.


lunedì 30 agosto 2010

WRITING - IL ROMANZO STORICO 1


Cari amici di blog, ho pensato di inaugurare un nuovo spazio, diciamo una sorta di dialogo virtuale, sulla mia/vostra esperienza di scrittura. In particolare, sulle difficoltà (anche appassionanti) che si incontrano nell'approcciare il genere del Romanzo Storico. Innanzi tutto, già la definizione di questo genere letterario è quanto mai complessa e controversa. A tale proposito, gli interessanti possono leggere gli interventi sul pregevolissimo blog Letteratitudine, il cui curatore Massimo Maugeri, ha aperto un Dibattito sull'argomento.


Personalmente trovo azzeccatissima la definizione sul sito "Historical Novel Society":
"Per essere definito storico un romanzo deve essere stato scritto 50 anni dopo gli eventi narrati o essere stato scritto da qualcuno che non era vivo al momento degli accadimenti descritti"(traduzione aribitraria, ma diciamo che rende il concetto).
Premessa indispensabile per ogni autore è quella di essere, ed essere stato, un accanitissimo lettore (meglio onnivoro), ma comunque almeno del genere nel quale vuole cimentarsi. Per cui, chi voglia avvicinarsi al genere storico, non potrà prescindere dai libri di grandi Maestri come Giulio Leoni, Danila Comastri Montanari, Afredo Colitto o Valeria Montaldi.

IL PERIODO STORICO - LA DOCUMENTAZIONE
Ho notato che se un Autore sceglie un certo periodo storico per ambientare una storia difficilmente lo abbandona nella produzione successiva. In effetti, basti pensare a Jeanne Kalogridis che dopo Alla corte dei Borgia e L'enigma della Gioconda, in questi giorni è uscita in libreria con la sua ultima fatica La regina maledetta, sempre ambientata nel Rinascimento. Naturalmente non è una regola universale ed esistono numerose eccezioni.
Sembra esistere una sorta di legame sotterraneo tra l'Autore e l'epoca di ambientazione della sua storia.
La scelta del periodo storico va fatta, a mio avviso, "di pancia" e cioè con una motivazione essenzialmente sentimentale. Il processo di documentazione richiede un'immersione profonda e deve andare oltre il mero nozionismo. Chi scrive deve riuscire a "respirare" nei secoli e nei luoghi in cui si muovono i suoi personaggi.
Ma come procurarsi la documentazione?
Nel mio caso, per "L'arcano della Papessa" sono stati molto utili i saggi storici (strumento imprescindibile) e la lettura di biografie romanzate. Non posso non citare la produzione della grande Maria Bellonci. E' stata una vera emozione trovare, in fondo a una vecchia edizione della sua "Lucrezia Borgia", una raccolta di missive autografe, vergate dalla mano di Alessandro VI e di sua figlia.
Ma esiste anche una sorta di attività sul campo. Entrare in un castello o in una chiesa e immaginare come doveva essere cinque secoli fa, senza l'artificio dell'illuminazione elettrica, senza il tepore del riscaldamento. O ancora, provare a ripercorrere la stesse strade dei nostri personaggi, cercando di sfrondare il paesaggio e di ricostruire, almeno nella nostra testa, l'aspetto che doveva avere ai tempi della nostra narrazione.
Il processo di documentazione può richiedere (o dovrebbe richiedere) la visita a bibilioteche e archivi, in cui si possono reperire testi antichi e carteggi inediti. Anche internet è un ottimo strumento, su google books si possono trovare interi testi scannerizzati e accessibili.
Infine, è sempre possibile ricorrere all'aiuto di "esperti" del settore, per un consiglio o nel caso si cerchi di ottenere un testo di non facile reperimento. Gli storici che ho contattato si sono sempre dimostrati estremamente disponibili e collaborativi.
Quindi, non resta che rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare...

domenica 22 agosto 2010

Recensione - La Mirabile Fantasia di Giulio Leoni

Un Genio Folle e una Dark Lady
Uno scrittore alla ricerca di una storia
Una formula prodigiosa

In un momento in cui tutto è digitale o digitalizzabile, in cui la massima aspirazione della vincita facile è costituita dal grattaevinci, dal poker online, dal televoto nelle trasmissioni televisive, Giulio Leoni ci propone un romanzo sul fascinoso mondo della roulette (La Sequenza Mirabile, Oscar Mondatori euro 9,50). Immaginate il tavolo verde, eleganti giocatori azzimati e odorosi di tabacco, e splendide donne ammantate di pellicce e profumate di spezie lontane. Supponete che qualcuno, un matematico geniale per esempio, abbia trovato un modo, una criptica formula matematica, per vincere sistematicamente e togliere la proverbiale benda alla Dea Fortuna. Ecco, questa è "la Sequenza Mirabile" del romanzo, e per rintracciare la formula segreta, Ermete Cimbro e la figlia Amaranta sembrano disposti a tutto. Anche a rivolgersi a uno svaporato scrittori di gialli, lo stesso Leoni!, per indagare su una intricata vicenda. Una storia in cui trovano posto i Sette Nani, acrobati circensi famosi all’inizio del secolo scorso, e un altro Cimbro, Evandro, che – si pensa – abbia ammazzato i Nani per impadronirsi della Sequenza. Insomma, un vero rompicapo per il povero scrittore, peraltro in crisi creativa e alle prese con non ben ponderati investimenti finanziari, e che – tuttavia – accetta di indagare, intravedendo nella questione un’insperata fonte di guadagno e ispirazione. Giulio Leoni, o meglio il suo alias narrativo, si trova invischiato in una storiaccia: una società segreta,la Vegliante" che si ispira addirittura all’impresa fiumana di d’Annunzio, loschi individui mossi da vili interessi, e gli stessi Cimbro, che nascondono ben più di quanto si possa immaginare. Il percorso di indagine porterà il protagonista nei vicoli di Roma, nel quartiere di San Lorenzo, tra le calli di Venezia, fino alla risoluzione del mistero, che affonda le sue radici negli ultimi giorni dell’ardita impresa del Vate.
Leoni è considerato uno dei nostri più grandi Autori e non a torto, chi ha letto i suoi romanzi lo sa bene. In quest’ultima prova si apprezza la prosa leggera, che si snoda con sapiente misura attraverso vicende ora divertenti, ora drammatiche e grottesche. Molto intensa la protagonista femminile, Amaranta, che con la sua chioma fulva e i tratti marcati, quasi in chiaroscuro, sembra una diva d’altri tempi. Ammantata di una luce sulfurea, oscillante tra guizzi di sensualità e sfinimenti languidi, sembra proprio una di quelle creature che tanto piacevano a Gabriele d’Annunzio. Una lettura avvincente e piacevole, consigliata agli amanti del mistero e ai nostalgici della Belle époque.
Sul blog dell’Autore le prima pagine del romanzo, basta ciccare qui.

mercoledì 28 luglio 2010

Recensione - A nozze col delitto di Lucia Tilde Ingrosso


Che il matrimonio sia uno stress micidiale è risaputo. Organizzare l’”evento”, cercando di programmare ogni minimo particolare (la seduta ai tavoli, le fotografie, gli abiti, i paggetti, le bomboniere) e di tamponare ogni possibile imprevisto (e se piove? E se poi viene quella zia vecchia e logorroica… accanto a chi la metto?), assorbe tutte le energie degli sposi. Che spesso sembrano sul punto di esalare l’ultimo respiro proprio sull’altare, nel giorno del fatidico “sì”.
Un matrimonio andato all’aria è al centro del romanzo “A nozze col delitto” (Feltrinelli economica universale, 9 euro) dell’autrice milanese Lucia Tilde Ingrosso (ciccare qui per la sua Neraintervista).
I due promessi sono giovani, belli e ricchi. Lei, Ludovica, è una rampante giornalista. Lui, Vittorio, è il rampollo di una notabile famiglia meneghina. Poche ore prima della cerimonia, lo sposo viene trovato cadavere, nella sua casa, trafitto da una coltellata. A sbrogliare l’intricata matassa viene chiamato l’ispettore Sebastiano Rizzo, supportato dal suo fido vice De Carlo. Durante l’indagine viene scoperchiata una realtà molto più complessa, e molto meno rosea, di quanto all’inizio ci si aspetti: segreti, bugie, vecchi rancori e antichi amori che emergono dal passato. Un groviglio tanto fitto da celare, nel suo nucleo, il movente che ha fatto scattare l’istinto omicida.
Un classico giallo alla Christie, in cui la rosa dei sospettati è piuttosto ristretta e limitata, sostanzialmente, ad amici e parenti dei futuri coniugi. Il primum movens del delitto scaturisce, dunque, dalle sotterranee, reiterate rivalità e frustrazioni del quotidiano. Come viene confermato dalla cronaca, la mano che uccide appartiene spesso a chi è più vicino alla vittima. Man mano che il dramma si snoda, l’Autrice riesce a mantenere il ritmo serrato e il tono lieve, quasi ironico a volte. La dimensione più propriamente “noir” viene solo accennata, rimane ai margini del campo. Lo stesso Rizzo, in fondo, è un personaggio positivo, interessante e attuale per le sue contraddizioni (salutista ma fumatore, indipendente nello spirito ma di fatto ancora legato alla madre), ma certo non una figura cupa o tormentata.
Il libro, pur inserendosi nel filone del “nero italiano”, tende a focalizzarsi sui conflitti della high society. I personaggi, con le loro esistenze dorate, sembrano schiacciati da un vuoto esistenziale e affettivo, in cui ogni rapporto è improntato all’interesse e alla superficialità. Alla fine la protagonista sembra trovare una sorta di conforto proprio nel recupero della sua parte più autentica, che aveva deciso di seppellire e di dimenticare.
Un romanzo godibile, uno spaccato della Milano dei rotocalchi rosa, una lettura scorrevole e accattivante.

mercoledì 14 luglio 2010

Recensione - La Papessa Giovanna, tra leggenda e verità storica


Una donna sul trono di Pietro
L'eresia della Papessa Giovanna


Romanzo di grande successo, la Papessa, uscito con il titolo originale Pope Joan, e affronta un tema tra i più controversi: la presunta storicità della vicenda di Giovanni Anglico, donna travestita da prete, assurta al soglio di Pietro nel IX secolo d.C.
L'autrice Donna Woolfolk Cross ha speso ben sette anni in ricerche per ricostruire la complessa trama storica in cui affonda la figura della protagonista. Alcuni storici ritengono che la Papessa sia un'invenzione della critica antipapale, mentre la Woolfolk Cross sembra convinta del contrario, come afferma in una lunga postfazione.
Johanna nasce a Ingelheim, terzogenita di un prete di campagna e di una donna sassone, troppo presto strappata all'innocenza della sua religione pagana.
Contro il volere di un padre severo e assolutamente convito dell'intrinseca inferiorità della donna, Johanna decide di coltivare la sua intelligenza e di dedicarsi allo studio. Inizierà un lungo e difficile percorso che la porterà lontano, a studiare presso la scuola della cattedrale di Dorstadt. Qui incontrerà il conte Gerardo, di cui Johanna si innamorerà, ricambiata.
L'incursione dei sassoni sconvolge il piccolo feudo. Per sfuggire, Johanna prende l'identità del fratello morto in battaglia e veste l'abito talare. Entra in monastero, con il nome di Giovanni l'Anglico.
Trascorrerà molti anni, anni di studio in cui Giovanni si costruirà una solida fama come grande erudito e ottimo speziale. In seguito a varie peripezie, si troverà a Roma.
In un periodo di conflitto tra Impero e Papato, e in un momento in cui l'elezione avviene per acclamazione, Giovanni viene proclamato Pontefice della Chiesa di Roma.
La fine del pontificato di Giovanni/ Johanna è nota e ce la raccontano diversi cronisti medievali, ecco la versione di Martino Polono:
"durante il pontificato fu resa incinta da un suo familiare. Non conoscendo il tempo del parto, mentre era diretta da S. Pietro verso il Laterano, trovandosi pressata (dalla folla) partorì tra il Colosseo e la chiesa di S.Clemente, quindi morì e qui stesso, come si racconta, fu sepolta"
la papessa partorisce durante la processione
Un godibile "polpettone" di circa 500 pagine, in cui si intrecciano tutti gli elementi del feuilleton: intrighi, amore, potere, e solo in ultimo, e piuttosto trattenuto, un po' di erotismo.
Dal libro è stato tratto anche un film, la cui protagonista, neanche a farlo a posta si chiama Johanna.
Ecco il trailer:






mercoledì 7 luglio 2010

Neraintervista - Lucia Tilde Ingrosso e l'insospettabile leggerezza del noir


Per essere eclettica, lei lo è di sicuro. La sua produzione spazia dal giallo al romanzo rosa, con interessanti incursioni nella scrittura umoristica. Penna lieve anche nelle tematiche più strettamente “noir”, Lucia Tilde Ingrosso nasce a Milano. Si laurea in Economia Aziendale presso l'Università Commerciale Luigi Bocconi con una tesi sul marketing librario. Dal 2001 è giornalista professionista e lavora nella redazione del mensile Millionaire.
Con lo pseudonimo di Assunta Di Fresco è co-autrice di libri umoristici sui curriculum. Partecipa a varie antologie di racconti fra cui Scontrini (Baldini Castoldi Dalai, 2004), Pallafatù (Teseo, 2005) e Suicidi falliti per motivi ridicoli (Coniglio, 2006). Il suo racconto Il nemico è fra i vincitori della terza edizione del concorso Lama e Trama e pubblicato nell’antologia omonima.
Nel 2005 pubblica La morte fa notizia, il suo primo giallo ambientato a Milano, con protagonista il poliziotto Sebastiano Rizzo. Seguono A nozze col delitto (Kowalski 2007, Feltrinelli Ue 2008), Io so tutto di lei (Kowalski 2008, Feltrinelli Ue giugno 2010) e Nessuno, nemmeno tu (Kowalski 2010).
Lucia è stata così gentile da rispondere alla neraintervista.

1. Come è nato il personaggio "seriale" di Sebastiano Rizzo, protagonista del filone noir della tua produzione letteraria? E quanto pesa il tuo essere donna nel raccontare un personaggio maschile?
E’ nato da solo e ora vive di vita propria. Rappresenta un poliziotto che, prima di tutto, è una persona normale. Né carogna, né super eroe. Dedito al proprio lavoro, che pure gli va un po’ stretto. Con le sue passioni (l’Inter, la corsa, la lettura…) e le sue avversioni (la tecnologia, i legami, la “Milano ancora da bere”…). Rizzo è fascinoso e tormentato, profondo ed egoista, donnaiolo e irrisolto. E’ il tipo di uomo di cui ogni donna si è innamorata, almeno una volta. Ma guai a sposarli, uomini così. Io lascio che mi faccia compagnia, ma senza farmi coinvolgere troppo! Raccontare un uomo, poi, per una donna è una sfida. La porta a esplorare un universo diverso e affascinante. E a non essere troppo autoreferenziale.

2. Pur essendo alle prese con temi profondamente "noir", il tuo protagonista sembra celare una sorta di pudico ottimismo. Che cosa rappresenta per te il "noir"?
Dare definizioni è sempre difficile, ma io direi che scrivo gialli. Il mio modello è Agatha Christie. Rispetto le regole del genere, metto tutti gli ingredienti (omicidio, sospettati, indagini, indizi, colpi di scena…) e alla fine “consolo” il lettore, facendogli scoprire l’assassino. Nei miei romanzi, l’esistenza di un delitto rende necessari anche cattiveria, dolore e sofferenza. Ma io non eccedo in particolari macabri e scene pulp. Niente schizzi di sangue o esecuzioni efferate. Anche gli assassini sono molto “educati”. Il noir c’è, ma è una componente non un’atmosfera. Ogni personaggio, anche il più positivo, ha una sua zona d’ombra. Ma a tutti, anche all’omicida, cerco sempre di dare una via di redenzione. E, alla fine, è il bene a trionfare (il più delle volte, almeno). Amo poi raccontare anche gli intrecci sentimentali, per dimostrare che nella vita anche gli eventi più oscuri e dannati possono portare incontri e conseguenze piacevoli.

3. Su una cosa Sebastiano Rizzo appare in completa antitesi rispetto ai protagonisti di tanti gialli nostrani e non. Il cibo. Penso, per esempio e non solo, al Montalbano di Camilleri. O al commissario Laurenti di Veit Heinichen. Tu dichiari che Rizzo "mangia poco e male (e detesta cucinare)". Come mai questa scelta in controtendenza?
Questa notazione mi rende felicissima (bravo!!!). Credo che sia difficile raccontare personaggi immuni da clichè. Alcuni sono necessari: un detective deve essere arguto (sennò non trova il colpevole), attraente e possibilmente non accasato (così si crea un subplot sentimentale), deve avere qualche vizio e qualche stranezza (altrimenti lo si confonde con gli altri). Come dicevo, Rizzo sta prendendo vita da solo e così molte caratteristiche sono una la conseguenza dell’altra. Lui è un tipo più cerebrale che fisico. Il cibo non lo interessa, anche se alcune volte si fa delle belle mangiate. Lo infastidisce il “dovere” di mangiare a certe ore. E’ il vezzo di sua madre, che gli stipa il frigo di manicaretti. Lui è uno spirito libero. A mezzogiorno si prende un cappuccio e, se l’indagine lo richiede, salta i pasti con facilità. Con grande dispiacere del suo vice, che invece è un tipo molto normale e decisamente “fisico”. Anche del sesso (pur apprezzandolo) può fare a meno, se non particolarmente motivato. Alla corsa, invece, non sa rinunciare: è la sua valvola di sfogo preferita. E poi è anche un fumatore. E' figlio delle proprie contraddizioni.

3. La tua produzione letteraria è piuttosto eclettica: spazi dall'umorismo al noir e a settembre uscirà il tuo primo romanzo rosa con la nota casa Piemme. Dove trovi tutta questa ispirazione e come "coltivi" la tua parte creativa?
Io sono nata scrittrice, anche se ci ho messo un bel po’ per convincere il mondo! Sin da ragazzina, scrivevo racconti sulla mia macchina per scrivere. Scrivere bene è un dono, ma poi bisogna coltivarlo. Ho sempre letto tanto, di tutto. Anche fantasia e creatività sono doni e attitudini. Il materiale dove lo trovo? Ovunque, sempre. Si dice che gli scrittori siano ladri delle vite altrui. Io ascolto, prendo nota, immagino. Rubo storie agli amici e ai colleghi, alla cronaca nera e a quella rosa, a chi incontro sul tram, ad altri scrittori. La magia è poi creare storie nuove, credibili, emozionanti e di interesse per i lettori. L’ispirazione la alimento anche grazie al mio lavoro di giornalista. Intervisto e conosco molte persone, che mi danno materiale sempre nuovo! Per me la scrittura è una straordinaria e multiforme forma espressiva, che non deve avere confini. Rido e perciò scrivo libri umoristici. Amo e perciò ho scritto un libro “al femminile”, “Uomo giusto cercasi”, a cui tengo molto e in cui c’è molto di me. Cerco di “scrivere per immagini” e così realizzerò a breve la sceneggiatura dei miei gialli, da cui sarà tratta una fiction prevista su Mediaset. Il problema non è trovare l’ispirazione, ma il tempo…

4. Progetti per il futuro? Dopo il tuo ultimo romanzo "nessuno nemmeno tu" ci saranno nuove avventure per Sebastiano Rizzo?
Quest’estate finirò il nuovo episodio della serie Rizzo, in uscita l’anno prossimo. Ne ho in mente almeno un altro paio. Oltre a risolvere nuovi misteri, lui si evolverà sul piano personale e professionale. Arriverà anche a cambiare lavoro… Intanto, tre dei libri usciti con Kowalski-Feltrinelli sono stati acquistati i diritti televisivi. Sarà realizzata un fiction, in cui avrò un ruolo attivo. In uscita anche una raccolta di racconti noir ispirati a fatti di cronaca veri accaduti a Milano (dall’arciere di San Siro all’omicidio Jucker). Scritto con mio marito Giuliano Pavone (scrittore anche lui; esce a settembre il suo primo romanzo “L’eroe dei due mari”, con Marsilio), edito da Newton Compton. Sempre con l’editore romano uscirà nel 2011 “101 cose da fare in gravidanza e con un bambino piccolo”, sempre scritto con Giuliano e ispirato alla nascita di nostra figlia. Perché alla fine la vita vera rimane la prima fonte di ispirazione.


Grazie, Lucia! Per chi volesse approfondire, il sito dell'Autrice è ricco di informazioni sui libri e sulle iniziative; per raggiungerlo basta cliccare qui.
Vi lascio il trailer della presentazione dell'ultimo romanzo Nessuno, nemmeno tu:

giovedì 1 luglio 2010

Segnalazione- Intervista sul blog "il libro eterno"

Torno a parlarvi di questo blog letterario, visto che la curatrice, Ivana, è stata così gentile da farmi qualche domanda. Per leggere l'intervista basta cliccare qui.
A presto!

lunedì 28 giugno 2010

Recensione - "Sultana" del principe Michele di Grecia



Una giovane ereditiera francese
nella prigione dorata dell'harem
è destinata a divenire la Sultana Bianca


Lo ammetto, sono di parte. Data la mia inspiegabile e tuttavia incoercibile fascinazione per le questioni dinastiche e le famiglie reali (vedi la mia partecipazione al sito Altezza Reale), provo un’istintiva simpatia per il principe Michele di Grecia. Primo, per le sue vicende personali. Nato a Roma nel 1939, rinuncia ai suoi diritti al trono per convolare a giuste nozze con Marina Karella, artista greca senza una goccia di sangue blu. Secondo, per la sue scelte “professionali”. Invece di intrallazzi politici e/o partecipazioni a programmi televisivi e festival canori, lui si è dedicato alla storia e alla cultura. Michele è un principe- scrittore, autore di romanzi storici e di interessanti saggi.
Così, quando ho trovato una copia del libro (ormai credo fuori catalogo)
Sultana, non ho potuto resistere e l’ho preso.
Sultana” fu un grande successo editoriale degli anni ’90. Il romanzo si basa sulla leggenda di
Aimée du Buc de Rivéry (leggenda peraltro piuttosto diffusa in Turchia), ereditiera francese e cugina della futura imperatrice Giuseppina di Beauharnais.

Aimée du Buc de Rivery, divenuta la leggendaria sultana bianca Nakshidil


Aimée cresce nelle colonie francesi in Martinica. Raggiunta l’adolescenza viene inviata in madrepatria per il suo debutto nella società. La giovane ha appena il tempo di assaporare la dolcezza del bel mondo parigino. Siamo alla fine del XVIII secolo, e la Rivoluzione è alle porte. Preoccupati per le continue rivolte che agitano la Francia, i parenti decidono di rispedire Aimée in Martinica, dove il clima politico è molto più tranquillo. Ma durante il viaggio di ritorno, la nave su cui si trova la nobile fanciulla viene attaccata dai pirati. Aimée viene tradotta al cospetto del sovrano di Algeri. Quest’ultimo, dopo un veloce esame, decide: la bella francese è un bottino veramente prezioso. Così prezioso che può essere inviato come regalia al sultano ottomano, il potente Abdul Hamid I.
Di nuovo, neanche fosse un pacco postale, Aimée viene rimessa su una nave e inviata a Costantinopoli, cuore dell’Impero. La fanciulla conoscerà i torbidi inganni, i privilegi e le bassezze che agitano l’harem, una vera e propria città brulicante di donne e eunuchi al servizio del piacere imperiale.
Grazie alla propria forza di carattere, la giovane, divenuta poi la
kadin (una delle mogli del sultano) Nakshidil Haseki, riuscirà a scalare la gerarchia dell’Impero. Si troverà al fianco del successore di Abdul Hamid, l’introverso principe Selim, e poi regnerà, ella stessa, come Sultana Validè.
Un vero e proprio feuilleton, con una trama che definire prevedibile è dire poco (i pirati, gli intrighi dell’harem, la scalata di Aimée).
Tuttavia, la penna lieve e straordinariamente felice di Michele di Grecia riesce ad avvincere il lettore e a trasportarlo nell’esotismo più intenso e suggestivo, in un Oriente ancora non globalizzato, in un mondo carico di fascino e mistero. Nonostante la non trascurabile mole del volume, la lettura è stata agile. Il racconto si snoda attraverso un arco temporale che abbraccia la rivoluzione francese, l’ascesa e la caduta di Napoleone, la disfatta della campagna in Russia, la rivalità tra i Romanov e i sultani per il controllo della strategica area balcanica. Insomma, un amalgama ben riuscito di informazione storica e vicende romanzesche.
Per i cinefili, dal romanzo è stato tratto un film dal titolo italiano “La favorita”, regia di Jack Smight con un intensissimo (e giovane)
Fahrid Murray Abraham nella parte del sultano Abdul.
Ecco il trailer della versione americana (Intimate Power):



mercoledì 23 giugno 2010

Rassegna Stampa - Nuova Recensione de "I diavoli della Zisa" sul blog il libro eterno e... un'intervista firmata Viviani Georgiadis!


Tra le grandi opportunità offerte dal web una delle più importanti è, senza dubbio, la possibilità di favorire il libero scambio di idee. Se ne è occupata anche l'amica Rita Charbonnier, nota scrittrice della scuderia della Piemme, sul suo blog e in un recente post ha segnalato il fiorire di una grande quantità di siti letterari. Molti si occupano con passione e competenza di recensire e commentare romanzi, poesie, raccolte antologiche. Una vera manna dal cielo.
Dunque, con grande piacere segnalo la recensione apparsa sul blog il libro eterno. La curatrice, Ivanalessia, si definisce una appassionata lettrice. La veste grafica del sito è molto curata e gradevole. Il contenuto non è da meno, con recensioni e interviste a giovani autori.
Recentemente Ivanalessia si è occupata anche del mio romanzo breve (cortoromanzo) "I diavoli della Zisa" e potete leggere la sua bella recensione cliccando qui.

Sulla scia de il libro eterno, segnalo un'iniziativa dell'amica autrice Viviani Georgiadis, già passata da queste pagine per una Neraintervista. Viviani mi ha proposto di rispondere a una interessante intervista pubblicata sul suo blog.
Per leggerla, basta cliccare qui.

lunedì 21 giugno 2010

NeRoStOrIa- Agnès Sorel e la maledizione della bellezza


La bellezza porta sfortuna. Forse questo è stato l'ultimo pensiero che ha attraversato la mente di Agnès Sorel, la donna più avvenente del XV secolo. Tanto bella da conquistare il cuore di Carlo VII, re di Francia, e meritarsi l’appellativo di Dame de Beauté, Signora di bellezza.
Diede al re tre figli. Incinta del quarto, decise di raggiungere Carlo sulle coste della Normandia, in pieno inverno. Si ammalò poco dopo il suo arrivo. E in pochi giorni, morì. Correva l’anno del Signore 1450, e lei, Agnès, aveva solo ventotto anni.
La causa del decesso, almeno secondo l’archiatra di corte, fu “flusso dal ventre”. Il che, tradotto in termini più attuali, corrisponderebbe a un attacco di dissenteria. Tuttavia quella morte fulminea destò diversi sospetti. A distanza di oltre cinque secoli, un team di ricercatori francesi, coordinato dal medico legale
Philippe Charlier, ha riesumato il feretro di Agnès Sorel. I resti della Dame de Beauté sono stati passati al vaglio dei più moderni strumenti della Scienza.
Cranio, capelli, frammenti di pelle e anche una sostanza dal nome poco allettante, il cosiddetto “liquido di putrefazione”, sono stati attentamente analizzati. Innanzi tutto i capelli: Agnès li aveva biondi, secondo l’iconografia del tempo, mentre quelli rinvenuti nella tomba sono indiscutibilmente bruni. Questo cambiamento di colore è stato attribuito alle leghe di piombo del sarcofago.
Minuscoli frammenti di pelle e di capelli sono stati analizzati con una tecnica estremamente raffinata: la luce di sincrotrone. Il sincrotrone è un acceleratore di particelle che permette di ottenere fasci di luce monocromatica, utilissima per le analisi tossicologiche. Lo studio ha rivelato una abnorme concentrazione di mercurio (precisamente il cinabro, ovvero il solfuro di mercurio) nei tegumenti della favorita.
Per spiegare l’eccesso di metallo si possono formulare diverse ipotesi. Primo, l'anomala concentrazione è dovuta a una contaminazione durante il procedimento di mummificazione della salma. Questa tesi verrebbe confutata dalla assenza di mercurio nelle cavità nasali. Seconda teoria: il mercurio poteva essere stato assunto a scopo curativo. E in effetti, si è scoperto che la favorita soffriva di una parassitosi intestinale, l’
ascariasi. Si tratta di un’infestazione causata da vermi biancastri, che possono provocare diarrea e dolori addominali. Il mercurio era contenuto nei trattamenti antiparassitari. Tuttavia, ci dice il dottor Charlier, il contenuto di mercurio nei capelli e nella pelle di Agnès era da 10000 a 100000 volte più alto del normale. Nulla a che vedere con il livello di mercurio contenuto nelle preparazioni antiparassitarie. E allora?
Emerge, sempre più probabile, la teoria dell’omicidio. Omicidio per avvelenamento. E anzi, il team scientifico sembra anche avanzare un’intrigante ipotesi sul possibile esecutore di questo assassinio. Robert Poitevin, medico alla corte dei Valois, avrebbe potuto facilmente aggiungere mercurio a quello già contenuto nel medicinale della favorita, eliminando la Dame senza sollevare troppi sospetti. Rimane avvolto nel mistero, ovviamente, il nome del mandante. Anche se, primo fra tutti, verrebbe da sospettare del delfino di Francia, il futuro re
Luigi XI, che non vedeva di buon occhio il grande ascendente esercitato dalla favorita sul padre.
Utilizzando un software per le ricostruzioni facciali in medicina legale, il dottor Charlier è riuscito a ottenere, partendo dal cranio, un’immagine del volto di Agnès.



(ricostruzione del volto di Agnès): artwork and photo by Philippe Charlier / CHRU de Lille - 2005.


La ricostruzione facciale ha un forte impatto emotivo: il viso della Dame de Beauté emerge dalle nebbie del tempo. Tuttavia, superata la suggestione iniziale, a ben guardare quello creato dal computer è in realtà l’ombra di un volto. Come anche tutta questa indagine sembra essere l’ombra della Storia, quella vera, che rimane comunque avvolta nel mistero.
Scrutando l’immagine digitale, apprezziamo i lineamenti regolari, il naso delicato, l’ovale perfetto e cerchiamo di immaginare come, cinque secoli fa, la combinazione di questi elementi potesse creare, sul volto di Agnès, il miracolo della Bellezza.
Certo è veramente un bizzarro gioco del destino che proprio una Dama tanto raffinata dovesse finire vittima del mercurio, il “veleno dei poveri”.

domenica 13 giugno 2010

Recensione- L'apprendista di Gordon Houghton, il portale l(')abile traccia e gli zombie dei Cranberries


Grazie alla mia collaborazione con il portale l(')abile traccia, ho avuto l'occasione di leggere e recensire l'originale romanzo "L'apprendista" di Gordon Houghton, edito dai tipi della Meridiano Zero.
Ecco il mio commento:

Non c’è pace per i vivi. Ma non c’è pace neanche per i morti, almeno stando a quanto ci racconta Gordon Houghton nel suo bel romanzo L’apprendista.
Un cadavere riposa nel ventre della terra. Non il migliore dei posti, ma ormai si è ambientato. E anzi ha sviluppato una strana forma di comunicazione con gli altri ospiti del cimitero: un linguaggio fatto di graffi sul coperchio della bara, di piccoli colpi. D’un tratto questa surreale quiete viene interrotta dall’arrivo della Morte. Proprio Lei, l’implacabile mietitrice, è stata incaricata di riesumare un cadavere. Il prescelto diverrà “l’apprendista” e dovrà superare una serie di prove. Trascorsa una settimana, se l’esito sarà stato positivo, potrà unirsi ai quattro cavalieri dell’Apocalisse. Altrimenti ritornerà nel sepolcro.
Per il nostro disorientato zombi comincia così una rocambolesca avventura. E assistiamo a una teoria di decessi, enumerati dallo stesso autore nei capitoli: morte per caduta da una altezza elevata, morte per cioccolato, morte per un’incredibile successione di eventi sfortunati, morte per macchinari, morte per animali feroci, morte per soffocamento. Sette diversi modi di concludere l’esistenza, per sette giorni di prova. Le vittime predestinate sembrano talvolta sul punto di sfuggire al proprio destino, ma alla fine Morte trionfa sempre. Il mondo degli zombi scorre parallelo a quello dei vivi. Anzi i cavalieri dell’Apocalisse si muovono quasi inosservati, nonostante le loro grottesche sembianze e gli abiti sgargianti da avanspettacolo.
Una favola, dunque, sospesa tra il tragico e il grottesco. Un po’ come La sposa cadavere del formidabile Tim Burton. E anche ne L’apprendista l’allegorico e il reale si intrecciano e si confondono, tanto che si perde il nitore del confine. Tutto è avvolto in una nebbia fantastica. Con funambolica abilità, Houghton riesce a mantenere sempre l’equilibrio tra i diversi registri, anche supportato da una prosa asciutta e nello stesso tempo altamente evocativa. Il sorriso maschera la lacrima.
Man mano che la settimana di prova trascorre, il nostro apprendista comincia a disseppellire brani della propria esistenza e ricorda, finalmente, la propria tragica morte. Ricorda anche la persona che ne è stata causa: Amy, il suo primo e unico vero amore. Una donna che lo ha portato a perdere la ragionevolezza, a dimenticarsi delle regole, e da ultimo lo ha lasciato cadavere, fatto a brandelli, con il pene mozzato, rimesso insieme dopo un’autopsia sommaria.
Ma in questo turbinio incessante, in cui eros e thanatos vanno a braccetto come nella migliore tradizione della tragedia greca, il volto di Amy è l’unica costante, è il punto fermo, il riferimento. Come a dire che, prima o dopo la morte fisica, solo l’amore, banalmente e universalmente cantato da tutti i poeti e in tutti i tempi, rimane la cosa più preziosa, il bene irrinunciabile. Per dirla con il nostro simpatico apprendista: “«L’amore è parte della vita che mi manca»”.

Per chi ha voglia di approfondire questo autore, ecco il link del suo sito personale.

Il tema mi ha ricordato la celebre canzone di Cranberries, di cui lascio il video con testo:


venerdì 4 giugno 2010

Recensione- JC Grangè e l'istinto del sangue



Nuovo, nuovissimo romanzo del celeberrimo autore Jean Christophe Grangé, da poco recensito su questo blog.
Il romanzo appena edito dalla Garzanti in Italia, ma già un best seller in Francia, è "L'istinto del sangue" (pp. 552, euro 19,60, titolo originale: La Forêt des Mânes, traduzione di Doriana Comerlati). Protagonista una giovane donna, giudice istruttore di Nanterre, Jeanne Korowa. Donna in carriera, tanto abile nel risolvere i casi quanto a complicarsi la vita sentimentale, la giudice si trova invischiata in una inquietante indagine. Marion Cantelau, infermiera in un centro per autistici, viene trovata brutalmente massacrata. L'omicida ha compiuto un macabro rituale, sfigurando il volto della donna, mangiandone le carni, e dipingendo sulle pareti strani graffiti.
Ha lasciato delle impronte, l'assassino. Mentre squarta le sue vittime, il serial killer cammina a quattro zampe. Come una scimmia.
Poi è la volta di una brillante genetista, e infine di una paleoantropologa che costruisce statue di ominidi. Tutte donne massacrate con lo stesso rituale. Ma perché il cannibale ha scelto loro? Qual è il filo che collega le vittime tra loro e con il carnefice?
Jeanne indaga dapprima in veste quasi ufficiale, affiancando il collega Francois Taine. Poi viene sollevata dall'incarico, ma intraprende un'inchiesta parallela.
Scopre che tutti gli indizi portano a un giovane psicotico e al suo psicanalista, il brillante e fascinoso Antoine Féraud.
Jeanne si troverà catapultata in una dimensione liquida e allucinatoria. Dovrà affrontare un lungo viaggio, fino al cuore dell'America latina, per trovare la verità e risolvere le proprie sotterranee inquietutini.
Un libro epico, sebbene mi sia parso un po' sottotono rispetto alla produzione di Grangè. La stessa protagonista, Jeanne, ricalca in modo quasi irritante lo stereotipo della donna in carriera, che passa le serate mangiando riso in bianco (!), e stordendosi davanti agli episodi di Grey's anatomy (!). Ma, quel che è peggio, alla fine si rivela il VERO UOMO della spedizione per trovare l'assassino. Infatti il gringo che l'accompagna attraverso la foresta alla ricerca del cannibale, vedendola tanto decisa e grintosa, esclama "Però, signora, lei ha veramente le palle!" (o qualcosa del genere...).
Non che voglia rovinare la sorpresa agli ipotetici lettori di questo libro, ma anche il finale mi ha deluso. Una conclusione alla Brian De Palma, assolutamente improbabile da un punto di vista psichiatrico.
La statura autorale di Grangè, mortificata da questi luoghi comuni, emerge con prepotenza nelle descrizioni del viaggio della protagonista attraverso l'America centrale. Una vera e propria catabasi in una terra immensa e selvaggia, ancorata alle proprie tradizioni, vibrante di una rabbia inespressa, ancora carica di segreti e luoghi inaccessibili. Una terra percorsa da un flusso magico e freatico, che può essere percepito solo da chi riesce a entrare in profonda sintonia, in equilibrio con la natura.
Per questo, per questa emozione legata al racconto del viaggio, vale la pena di leggere il romanzo.
E per concludere, il booktrailer (in francese):


martedì 25 maggio 2010

Recensione - Livio Macchi e la formula dell'Arcanum


Una spy story dal ritmo serrato
Una formula segreta
Gli splendori della Napoli borbonica


Si può uccidere per una ceramica? Se la domanda vi pare assurda o evoca l'immagine di massaie assatanate per accaparrarsi le fragili statuette, non avete letto "La formula dell'Arcanum" (Piemme) dell'autore Livio Macchi, già noto agli amici di blog per "La voce dei turchini".
La vicenda de "La formula dell'Arcanum" si propone come ideale sequel del precedente romanzo. Il protagonista è sempre l'orginale Ferrante Chilivesto, qui alle prese con un assassino astuto e quasi trasformista, il sedicente Jacopo Testi. Nell'incipit del libro il misterioso Testi si trova a mercanteggiare con il re Carlo di Borbone in persona per l'acquisto delle celebri porcellane. Il sovrano borbonico e la sua teutonica consorte, la regina Maria Amalia di Sassonia, nutrivano una passione maniacale per la famosa ceramica di Capodimonte, tanto da alloggiare in una parte della Reggia la Real Fabbrica.
Ma Testi non si limita ad acquistare statuine di porcellana a prezzi esorbitanti.

ritratto della regina Maria Amalia (Museo del Prado)


Testi è deciso, infatti, a carpire ai napoletani il segreto dell'impasto a pasta tenera a cui si deve l'aspetto indefinito e poetico della produzione partenopea. Per riuscire nella sua impresa commetterà un omicidio e rapirà uno degli addetti alla fabbricazione delle statuette, il decoratore Gricci. Il quale sa disegnare opere superbe ma non è in grado di realizzare alcunché. Il decoratore, infatti, nulla sa della formula della porcellana. La formula dell'Arcanum, appunto.
Chilivesto si muove sulle tracce del criminale, iniziando un lungo viaggio che lo porterà addirittura nella freddissima San Pietroburgo, alla corte dell'eccentrica zarina Elisabetta.
Qui, il capitano riuscirà a scovare il rapito e il rapitore, eviterà un incidente internazionale e troverà una persona che credeva ormai persa per sempre, e che gli era rimasta nel cuore.
Insomma, un'affascinante spy story, in cui la suspance è alimentata dalla doviziosa scrittura di Macchi. Il romanzo illumina un'epoca piena di contraddizioni e di eccessi, come la splendida indolenza della corte borbonica. O la bizzarria di quella russa, composta da nobili piovuti dalla campagna. Una corte, quella dei Romanov, che tendeva ad uniformarsi all'etichetta europea attraverso l'imposizione di un rigidissimo protocollo.
Un bel romanzo, sostenuto da una solida ricerca storica, e ravvivato da episodi avventurosi e da una nota di romanticismo.

giovedì 20 maggio 2010

Recensione - Alfredo Colitto e il cuore palpitante dell'alchimia


Un segreto di valore incalcolabile
uomini disposti a tutto per impadronirsene
un medico e un cavaliere templare sulle tracce della verità


L'aforisma è noto, e si trova anche citato su Wikipedia: l'alchimia è l'arte di discriminare il vero dal falso. Lo ha detto Paracelso, e avrà avuto i suoi buoni motivi. Si troverà d'accordo, con ogni probabilità, anche Alfredo Colitto, autore del romanzo storico "Cuore di ferro" (Piemme, 11 euro).
Il romanzo prende le mosse da una misteriosa missiva che viene inviata contemporaneamente a tre cavalieri templari. Nella lettera si accenna a un misterioso delitto, a un segreto di incalcolabile valore. Ancor più importante: la lettera è accompagnata da un dono quanto mai originale. Un dito umano, scarnificato, percorso da un reticolo metallico di arterie e vene.
I tre cavalieri templari, spaventati e nello stesso tempo bramosi di carpire il segreto della trasmutazione metallica, partono contemporaneamente, ma inconsapevoli l'uno dell'altro, alla volta di Bologna.
Siamo nel 1311 e Bologna è città di grande fermento intellettuale. Vi insegna Mondino de'Liuzzi, medico anatomista realmente esistito, e protagonista delle vicende narrate da Colitto. Mondino si trova coinvolto, quasi suo malgrado, in un intrigo e nella caccia a un assassino spietato. Uno dei suoi allievi, infatti, altri non è che un cavaliere templare, Gerardo da Castelbretone, e porta al suo magister il cadavere di un altro cavaliere, trovato morto ammazzato, con il torace aperto e il cuore trasformato in un blocco di ferro. Gerardo chiede aiuto al magister per venire a capo di quella morte misteriosa.
Mondino intravede subito le implicazioni scientifiche di un tale potere trasmutativo. Trasformare in metallo arterie e vene vorrebbe dire rendere finalmente mappabile, intellegibile il sistema circolatorio. Avido di sapere, il medico dovrà fare i conti con chi vuole arrivare al segreto prima di lui, per scopi molto meno nobili, e si troverà braccato dall'inquisitore Uberto da Rimini, che lo accusa di eresia.
Un romanzo colto, interessante, sostenuto da una scrittura piana, curata e mai banale. L'autore riesce a mantenere ben saldo l'equilibrio tra la propensione didascalica e il ritmo narrativo. Il nucleo fondamentale della storia è rappresentato dal clima tensivo. Non ci troviamo di fronte a un mistery classico. In questo caso si perviene alla soluzione del "giallo" non tanto grazie alle capacità investigative di Mondino, quanto per un naturale concatenarsi degli eventi che porta l'assassino a rivelare la propria identità. Non mancano, anche se abilmente tenute in secondo piano, le vicende amorose del protagonista e della sua "spalla" Gerardo. Insomma tutti gli ingredienti per un godibilissimo feuilleton medievale che tiene con il fiato sospeso fino all'ultima pagina.
Vi lascio, infine, il link di un'intervista dell'Autore sul sito NonsoloMozart.
Chi, invece, volesse contattare Alfredo Colitto può andare a curiosare nel suo sito.