martedì 29 dicembre 2009

L'abitudine al sangue - Giorgia Lepore

Sembra quasi di vedere il crepuscolo che vela il cielo a oriente, mentre il gelo entra nelle ossa e indurisce le mani fino a farle sanguinare. Seduti accanto al monaco Giuliano, tendiamo l'orecchio pronti a cogliere ogni sussurro, ogni parola del racconto della sua vita. E così ne "L'abitudine al sangue" (Fazi editore, 2009), prova d'esordio dell'autrice Giorgia Lepore, siamo trasportati alla corte di Bisanzio. Giuliano, nato principe e secondogenito dell'imperatore, è costretto a intraprendere la carriera militare, nonostante la sua repulsione per la vista del sangue e per la brutalità che la guerra impone. Il giovane dovrà lottare duramente per affermare la sua individualità, subendo atroci torture e infinite umiliazioni. La sua nemesi, quasi per contrappasso, culminerà proprio attraverso lo spargimento del suo stesso sangue.
Il romanzo, finalista al premio Acqui Storia, è ambientato in un indefinito passato, anche se alcuni elementi sembrerebbero suggerire una collocazione in epoca alto medievale. Il fulcro di questa storia è costituito dal valore delle relazioni umane. Il legame tra padre e figlio, il potente vincolo edipico, viene rappresentato come un lento processo di maturazione che porta l' individuo ad affermare se stesso. Ma nel romanzo trova ampio spazio anche il rapporto tra fratelli, un grumo insolubile di solidarietà e invidia. E l'amore, quello tra uomo e donna, un amore che, nonostante la sua forza, non riesce a salvare il protagonista dal suo destino. Solo dopo molta sofferenza, Giuliano riesce a trovarsi, spogliato del suo rango, nel silenzio di un monastero. L'autrice ci offre una vivida rappresentazione del monachesimo orientale. E nella seconda parte del libro assistiamo quasi a uno sdoppiamento narrativo: alla voce di Giuliano si unisce, in forma epistolare, quella del vecchio monaco Johannes che si propone quasi come un nuovo padre per il protagonista. Ai legami di sangue subentrano, più forti e duraturi, i legami dell'anima. Proprio nell'ascetismo e nella semplicità della condivisione con i confratelli, il protagonista riesce, finalmente, a raggiungere la quiete e a interiorizzare l'Eterno e l'Assoluto.



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