giovedì 29 ottobre 2009

IL VALLETTO DI DE SADE


Che cos’è il dolore? Si tratta solo di un’effimera scarica elettrica, di uno spasmo diffuso dalle terminazioni sinaptiche? Questa è la domanda che Latour, il protagonista del romanzo Il valletto di de Sade (TEA, traduzione di A. Pertici) si pone incessantemente nel corso della sua originale vicenda umana.
Latour nasce a Honfleur, nel diciottesimo secolo. E’ difficile essere diversi, imprigionati in un corpo deforme, e crescere in una piccola cittadina della Normandia. Ancor più, se al difetto fisico si accompagna l’onta di essere il figlio di Bou Bou, l’usuraia del paese.
Quasi come contrappasso alla sua deformità fisica, il destino ha fatto a Latour un dono, che si rivela essere una maledizione: il ragazzo non sente il dolore.
Comincia così la storia di una creatura toccata da una mano ultraterrena, e viene da chiedersi se non sia la mano del diavolo, e legata da un vincolo viscerale alla madre. Quando Bou Bou muore per mano dei suoi debitori, Latour intraprenderà una sua personale nemesi che prevede l’eliminazione di tutti i responsabili della morte dell’usuraia di Honfleur. Ma a questa sete di vendetta subentra una necessità più profonda e ancor più inquietante: Latour disseziona i cadaveri per trovare dove si nasconda, nel cervello delle vittime, la scintilla che a lui manca. Il centro del dolore.
Nelle sue peregrinazioni, questo serial sui generis non poteva non imbattersi in colui che ha fatto del dolore il vessillo della propria produzione letteraria: Donatien-Alphonse-François de Sade, anche noto come il Divin Marchese. Tra i due si instaura un legame simbiotico, come fossero l’uno lo specchio rovesciato dell’altro. Un vincolo che supererà le vicende terrene e la triste morte del Marchese.
Il romanzo di NiKolaj Frobenius, autore scandinavo (qui potete leggere una interessante intervista di Massimo Ciaravolo), ha conosciuto un grande successo di pubblico. Nonostante lo spunto interessante e l'affascinante ambientazione, la storia, dopo un avvio pieno di promesse, tende a scolorirsi e a perdersi. Non c’è equilibrio tra la parte relativa all'infanzia e alla giovinezza di Latour, nettamente prevalenti, e il racconto della sua maturità e del suo errabondo servizio presso l’eccentrico aristocratico. Il continuo passaggio, nella narrazione, dalla prima alla terza persona, pur gestito con sapienza, confonde e distrae allentando il climax tensivo.
Un vero peccato per il lettore che si trova a lambire l’oscurità del mondo interiore di Latour, senza mai affondarvi a pieno ed esserne rapito.

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