martedì 29 dicembre 2009

L'abitudine al sangue - Giorgia Lepore

Sembra quasi di vedere il crepuscolo che vela il cielo a oriente, mentre il gelo entra nelle ossa e indurisce le mani fino a farle sanguinare. Seduti accanto al monaco Giuliano, tendiamo l'orecchio pronti a cogliere ogni sussurro, ogni parola del racconto della sua vita. E così ne "L'abitudine al sangue" (Fazi editore, 2009), prova d'esordio dell'autrice Giorgia Lepore, siamo trasportati alla corte di Bisanzio. Giuliano, nato principe e secondogenito dell'imperatore, è costretto a intraprendere la carriera militare, nonostante la sua repulsione per la vista del sangue e per la brutalità che la guerra impone. Il giovane dovrà lottare duramente per affermare la sua individualità, subendo atroci torture e infinite umiliazioni. La sua nemesi, quasi per contrappasso, culminerà proprio attraverso lo spargimento del suo stesso sangue.
Il romanzo, finalista al premio Acqui Storia, è ambientato in un indefinito passato, anche se alcuni elementi sembrerebbero suggerire una collocazione in epoca alto medievale. Il fulcro di questa storia è costituito dal valore delle relazioni umane. Il legame tra padre e figlio, il potente vincolo edipico, viene rappresentato come un lento processo di maturazione che porta l' individuo ad affermare se stesso. Ma nel romanzo trova ampio spazio anche il rapporto tra fratelli, un grumo insolubile di solidarietà e invidia. E l'amore, quello tra uomo e donna, un amore che, nonostante la sua forza, non riesce a salvare il protagonista dal suo destino. Solo dopo molta sofferenza, Giuliano riesce a trovarsi, spogliato del suo rango, nel silenzio di un monastero. L'autrice ci offre una vivida rappresentazione del monachesimo orientale. E nella seconda parte del libro assistiamo quasi a uno sdoppiamento narrativo: alla voce di Giuliano si unisce, in forma epistolare, quella del vecchio monaco Johannes che si propone quasi come un nuovo padre per il protagonista. Ai legami di sangue subentrano, più forti e duraturi, i legami dell'anima. Proprio nell'ascetismo e nella semplicità della condivisione con i confratelli, il protagonista riesce, finalmente, a raggiungere la quiete e a interiorizzare l'Eterno e l'Assoluto.



giovedì 17 dicembre 2009

TANATOPARTY E L(')ABILE TRACCIA



Segnalo ai lettori del blog la mia collaborazione con il luogo virtuale l(')abile traccia, sito culturale che, affidandosi all’etere virtuale e quindi labile (o presunto tale) della Rete telematica, cerca d’esplorare il mondo. Vi potrete trovare recensioni di romanzi, poesie, e anche racconti inediti.
Su gentile invito del coordinatore del portale Pietro Pancamo, ho recensito il romanzo "Tanatoparty" pubblicato dall'autrice Laura Liberale per i tipi della Meridiano Zero.
Il romanzo, una affascinante e ritmata favola nera, è una sorta di "Six feet under" all'italiana. Ma anche molto di più.
Per chi volesse approfondire e leggere la recensione, lascio il link.

mercoledì 16 dicembre 2009

SEGNALAZIONE - Recensione de "L'arcano della Papessa" sul blog di Massimo Junior D’Auria


E' con vivo piacere che segnalo la recensione de "L'arcano della Papessa" dell'autore Massimo Junior D'Auria sul suo blog. Massimo è autore della raccolta "La vita degli altri", di cui abbiamo già parlato nelle pagine di questo blog.
Ringrazio Massimo per l'attenta e acuta lettura del romanzo e per la dettagliata analisi.
Ecco, l'incipit:

"... I personaggi sono ben tratteggiati dall’autore, che combina sapientemente nozioni storiche e fantasia. Interessante il personaggio principale: Tiberio. Un medico di campagna che si ritrova, quasi allo sbaraglio, nella depravata e sordida Roma dei Borgia. Il medico si troverà, suo malgrado, ad investigare su una setta pagana, dovendo chiudere una spirale di morte iniziata con l’assassinio del fratellastro che non sapeva di avere.I Borgia, a parte Lucrezia, rimangono sullo sfondo, ma è un’assenza che in alcuni punti fa sentire, per ossimoro, la sua presenza..."

Per chi fosse interessato a proseguire la lettura, basta cliccare qui.

lunedì 14 dicembre 2009

RASSEGNA STAMPA - recensione su Romanzistorici.it


Il blog "Romanzistorici.it" è da tempo il punto di incontro virtuale di tutti gli appassionati di storia e letteratura. Il blogger, che si cela dietro lo pseudonimo di Conte Mascetti, è anche fondatore del gruppo Romanzi Storici di Anobii.
Segnalo, dunque, con piacere la recensione dedicata a "L'arcano della Papessa" su Romanzistorici.it, di cui vi lascio il link qui.
Ecco uno stralcio:
"... le protagoniste femminili sono il fulcro del racconto di Luca Filippi che ci conduce attraverso morti misteriose, l’uso sapiente di veleni mortali, una setta neopagana che si rifà al culto di Mitra..."

giovedì 10 dicembre 2009

LA DUCHESSA CANTATA DA TASSO: CLELIA FARNESE

La bellezza, con ogni probabilità, la ereditò dalla prozia, la celebre Giulia Farnese, l'amante adolescente di Alessandro VI Borgia. Gli occhi neri e fondi, la pelle di porcellana, e il portamento fiero fecero di lei, Clelia Farnese (1556?- 1613), una delle dame più celebri del Rinascimento. La sua nascita è avvolta nel mistero. A differenza di quanto asserisce il detto popolare "mater semper certa est...", è certo solo il nome del padre di Clelia. Un nome altisonante, nell'Europa del '500: Alessandro Farnese, detto il Gran Cardinale, nipote amatissimo del papa Paolo III. Quando salì al soglio pontificio, Paolo III era già avanti con gli anni e temeva di non aver tempo per consolidare il potere del proprio Casato. Decise, pertanto, di conferire al nipote Alessandro la porpora cardinalizia, nonostante avesse solo quattordici anni e fosse il primogenito di Pierluigi, duca di Parma e Piacenza. La decisione del papa non fu mai digerita dal giovane Alessandro, cui per diritto di primogenitura sarebbe spettato di succedere al padre alla guida del ducato parmense. Ma il nonno voleva istruirlo e crescerlo per farne un altro papa Farnese, e nessuno ebbe il potere di opporsi alla decisione del Vicario di Cristo. Intendiamoci: Alessandro non si fece certo mancare i piaceri, come la caccia e le belle donne, ma erano i tempi della Controriforma e dovette mantenere una certa discrezione.
Inviato come legato papale alla corte di Francia, si innamorò di una bellissima duchessa, dama d'onore della regina Caterina de'Medici. La duchessa, di cui non sono riuscito a rintracciare il nome, dette alla luce Clelia. La pargola fu sottratta alle cure della madre francese e affidata alla zia Vittoria Farnese, duchessa d'Urbino.
Crescendo, Clelia divenne una donna splendida e raffinata, le cui doti furono decantate anche da Torquato Tasso, e andò in sposa al marchese Giovan Giorgio Cesarini, da cui ebbe il figlio Giuliano. Rimasta vedova nel 1585 (a meno di trent'anni!), divenne oggetto delle attenzioni di un giovane e prestante cardinale: Ferdinando de'Medici. Si diceva che Ferdinando si fosse perdutamente innamorato della bella Farnese. L'amore tra Clelia e Ferdinando era osteggiato non solo dalla porpora cardinalizia di lui (porpora che in seguito dismetterà per succedere al fratello come Granduca di Toscana) ma anche da vecchi livori che covavano tra Medici e Farnese.

Alla fine, Clelia dovette piegarsi al volere paterno e convolare a nozze con Marco Pio di Savoia, signore di Sassuolo, uomo violento e collerico, per giunta molto più giovane di lei.
Alla morte di Marco Pio, Clelia rientrò a Roma e finì i suoi giorni circondata dall'amore dei suoi cari.

La vita di Clelia è oggetto del saggio "Il volto di Clelia Farnese" di Patrizia Rosini (il saggio in extenso è di prossima pubblicazione per i tipi dell'editore Sette Città di Viterbo). Inoltre, sempre Clelia, è una delle protagoniste dello splendio romanzo storico "La gemma del cardinale" di Patrizia Debicke Van der Noot.




mercoledì 9 dicembre 2009

SEGNALAZIONE - INTERVISTA SUL BLOG "NON SOLO MOZART"

Nel suo interessante blog Non solo Mozart la scrittrice e sceneggiatrice Rita Charbonnier ha inaugurato una lodevole iniziativa: in un mondo letterario essenzialmente autoreferenziale, Rita parla dei libri degli altri.
Sono stati già ospiti del suo blog gli autori Giorgia Lepore, Michelle Moran e Ugo Barbara.
Questa settimana è toccato a me: cinque domande su "L'arcano della Papessa"... per chi fosse interessato, ecco il link da cliccare.
A presto!

giovedì 3 dicembre 2009

NERO DISTOPICO - Pinocchio 2112

In “Pinocchio 2112”, romanzo d’esordio di Silvio Donà, il futuro è nero. La crosta terrestre è stata resa inabitabile dalle guerre e dall’inquinamento, e una brulicante umanità è costretta a sopravvivere in un sottosuolo cieco e angusto, dove vige la legge del più forte.
In questo scenario si muove il protagonista, il cui nome è quasi un ossimoro rispetto alla realtà in cui vive e lavora. Si chiama Angelo e fa un mestiere strano: il cercatore. Si aggira per gli agglomerati urbani e visita le case abbandonate alla ricerca di merce rara e preziosa. I libri. Nel mondo degli uomini-topo, i libri sono l’ultimo barbaglio di un passato lontano e mai dimenticato. Lo stesso protagonista ne subisce il fascino e quasi ne percepisce il taumaturgico potere: “Quando ho quei libri tra le mani io sono fuori. Sono libero. Sono vivo.” L’esistenza di Angelo viene improvvisamente stravolta da un incontro, inatteso e fatale: con un libro, Pinocchio, e con un bambino, senza famiglia e praticamente senza identità. Il protagonista, prendendosi cura del piccolo (che battezzerà Lucignolo), recupera il senso del passato e della propria esistenza, e innesca involtontariamente una serie di eventi che lo porteranno a confronto con uno dei capobanda più temuti della città, Scipione Rega, e a innamorarsi, paradossalmente, della donna di questi: Eva. In un soprendente ribaltamento finale, Angelo deve fare i conti con la sua propria metamorfosi interiore, con una scelta dilaniante e, infine, con una rivelazione che stravolge tutta la sua percezione della realtà.
Il romanzo di Donà ha un ritmo sostenuto e una trama densa e avvincente. Senza concedersi pause e divagazioni descrittive, l’autore cattura il lettore lasciandolo sempre in sospeso, in attesa, fino alla culminante rivelazione finale. Una metafora, un’utopia al contrario (distopia, appunto), nella quale il protagonista raggiunge la propria nemesi attraverso un estremo sacrificio.
Una lettura agile e intensa, che propone la visione di un futuro inquietante in cui l’amore riaffiora come un bene prezioso e salvifico.

martedì 1 dicembre 2009

SEGNALAZIONE - I GRANDUCHI DI TOSCANA E IL SITO ALTEZZA REALE



Per un blog che si occupa di noir e storia, è impossibile non citare l'ingarbugliata vicenda del granduca Francesco I de'Medici, morto in circostanza sospette, insieme alla seconda moglie Bianca Capello.
Me ne sono occupato, in collaborazione con la giornalista Marina Minelli, sull'interessantissimo sito Altezza Reale.
Il mio contributo riguarda, ovviamente, il lato medico dell'intera faccenda.
Per gli interessati, lascio il link dell'articolo.
Ecco l'incipit del mio contributo:
Non riposano in pace i granduchi di Toscana. Da quasi cinque secoli il sospetto dell’omicidio aleggia sulla morte di Francesco I de’Medici e della sua seconda moglie Bianca Cappello. Il principale indiziato, all’epoca, fu il fratello del granduca, Ferdinando, cardinale di Santa Romana Chiesa, che per succedere al trono di Firenze dismette la tunica porporata e assume il governo dello Stato. Ma andiamo con ordine. La sera dell’8 ottobre 1587, dopo una giornata di caccia proprio in compagnia del cardinale Ferdinando, i due coniugi cominciano a sentirsi male. Vomito, e febbre elevata e intermittente: in soli undici giorni di agonia entrambi i granduchi rendono l’anima al creatore, senza che l’uno venga a sapere della morte dell’altra...

OSSESSIONE ovvero IL RITORNO DELLA KOSTOVA

Come Dracula, protagonista del celeberrimo e fortunatissimo "Il discepolo", anche lei, Elisabeth Kostova, ritorna (dopo un silenzio di cinque anni). Questa volta cambia genere, e affonda le mani nel thriller psicologico.
Ora, bisogna premettere che la Kostova è stata protagonista, per il suo primo romanzo, di un'incredibile operazione di marketing (diritti d'autore venduti per qualcosa come due milioni e mezzo di dollari!). Innanzi tutto, l'autrice è il prodotto del peculiare cursus studiorum statunitense e ha conseguito un master in Creative Writing. Il tema de "Il discepolo" è, appunto, il vampirismo: una fanciulla sulle tracce della madre scomparsa alcuni anni prima scopre, quasi per caso, che il suo stesso padre è un cacciatore di vampiri. La protagonista inizia un viaggio che la porterà in molte affascinanti città del Centro Europa e anche a Instabul per giungere, nell'epilogo, ad un inquietante "faccia a faccia" con il sanguinario Dracul. Intorno a questo nucleo abbastanza consolidato nel genere del feulleitton draculiano, l'autrice costruisce una storia interessante, in cui non manca originalità e mistero, anche attraverso l'uso sapiente della tecnica narrativa (come l'inserimento di materiale epistolare).
Certo, l'operazione di marketing rimane: basti pensare che lei, Elisabeth, ha utilizzato per la pubblicazione il cognome del marito bulgaro, proprio per allacciarsi alle tradizioni dell'Europa Centrale. In ogni caso, la sfida della Kostova (e di chi ha investito su di lei) è vinta: questa autrice americana riesce davvero a creare un'opera poderosa e nello stesso tempo suggestiva, in cui realtà storica e suggestioni popolari sono abilmente impastate.

Ecco, in attesa di lettura e recensione, la trama di Ossessione (Rizzoli, traduzione di Fucci V.; Ricci V.; Vitale P.):

Quando alla National Gallery di Washington Robert Oliver, tormentato genio della pittura, si scaglia con furia contro un quadro raffigurante Leda e il cigno, è chiaro che la follia ha avuto la meglio sulla sua fragilissima mente. Affidato alle cure del celebre psichiatra Andrew Marlow, pittore anche lui ma senza talento, Robert si rivela ben presto un vero e proprio enigma. Consumato dal fuoco dell'arte, non parla, ma disegna soltanto, ossessivamente, un volto femminile: una donna dai riccioli neri, il viso antico e lo sguardo straordinariamente triste. Chi è questa donna, si chiede Marlow? E di chi sono le lettere manoscritte e ingiallite dagli anni che Robert porta sempre con sé? Per scoprirlo, Marlow affronterà un viaggio vertiginoso e perturbante dentro il passato di Robert, le passioni che l'hanno travolto, le donne che ha amato e le tante vite che ha vissuto. Un viaggio che porterà lo psichiatra, pittore tragicamente mancato, a capire forse l'essenza misteriosa di quel bruciante amore per l'arte che lui non ha mai saputo provare. E a scoprire come la donna che ha acceso la follia di Robert provenga da molto lontano: dal cuore stesso, ancora luminoso e magicamente pulsante, dell'Impressionismo francese.

mercoledì 25 novembre 2009

LA REGOLA DELLE OMBRE - GIULIO LEONI

OGGI, 25 NOVEMBRE: AUGURI ALESSANDRO!!!!!




La Regola delle Ombre, è universalmente nota: nessuno ritorna dal regno degli Inferi.
Invece, nell’ultimo romanzo di
Giulio Leoni (noto al grande pubblico per il ciclo di Dante Alighieri), una donna dalla leggendaria bellezza sembra essere ritornata dall’Aldilà. Simonetta Vespucci, vagheggiata dallo stesso Signore di Firenze, forse è riuscita a valicare il Confine e cammina di nuovo su questa terra, con il suo sguardo azzurro e la matassa di capelli ramati. Un ideale di bellezza, non una creatura terrena.
Qualcuno l’ha vista aggirarsi per Firenze, e il suo sepolcro è vuoto: Lorenzo il Magnifico non può tollerare il dubbio, non può rimanere sospeso nel limbo. Deve sapere, tanto più che la riapparizione di Simonetta coincide con un misterioso delitto e con la ricerca di un libro, donato a Cosimo de’Medici, e che potrebbe racchiudere il segreto per eludere, appunto, la Regola delle Ombre.
Viene incaricato dell’indagine un giovane Pico della Mirandola (ancora lui il protagonista del fortunato libro di Martigli!). Per sciogliere l’enigma, Pico deve raggiungere il cuore della Cristianità, Roma, e mettersi sulle tracce del celebre architetto Leon Battista Alberti. Il protagonista si troverà, suo malgrado, invischiato in una serie di delitti e inganni e dovrà fronteggiare il più temibile dei nemici: il cardinale Rodrigo Borgia. Non ancora elevato al soglio di Pietro, il potente prelato valenciano è intento a ordire la trama di un complesso progetto. Non si limita a bramare, per sé, la tiara pontificia, ma vuole anche un regno per i suoi figli.
In questo romanzo, Leoni conosce una nuova dimensione narrativa. Rispetto al priore Dante Alighieri, così rigido e compreso nel suo ruolo, Pico ha il fascino della immaturità, dell’indecisione e del dubbio, della forma duttile che si plasma con l’esperienza.
Ma, soprattutto, in questa storia è sottesa una Roma segreta, quella grandiosa dell’età classica, spogliata delle sue ricchezze per creare i monumenti della Cristianità, e che riaffiora con una forza straordinaria dagli abissi del passato. E questa città nascosta eppure sempre silenziosamente presente si intreccia con il mistero della morte e del doppio, enigmi che ancora lasciano attonito l’animo umano.
In un turbinio di eventi e nell’anarchia del carnevale romano, con la forza evocativa della sua prosa, Giulio Leoni ci trasporta in un tempo in cui tutto appare possibile, anche l’idea irrazionale che la più bella delle donne sia ritornata dall'Aldilà, come una luce emersa a dissipare le ultime ombre del Medioevo, a guidare i passi incerti dell’Uomo e a liberarlo dalle sue più ataviche paure.

lunedì 23 novembre 2009

SEGNALAZIONE - RECENSIONE DE "I DIAVOLI DELLA ZISA"

Spero di fare cosa gradita comunicando che in data martedì 24.11.2009 alle ore 18:30 circa il mio romanzo "I diavoli della Zisa" è stato recensito dal noto giornalista Salvatore Spoto nella sua rubrica per le emittenti televisive Roma Uno tv (can.31) e Sky tv (can.860).
A presto!

giovedì 19 novembre 2009

Ferrara, gli Este, e... un racconto inedito!


D'azzurro, all'aquila d'argento, rostrata, lampassata e coronata d'oro. Così recita la blasonatura dello stemma della famiglia d'Este. Di antichissimo lignaggio, la casata deve il proprio nome alla cittadina Este, loro antico feudo. Signori di origine longobarda estesero il loro dominio nell'Italia centro-settentrionale, fino a quando Borso d'Este ottene dall'imperatore il titolo di duca di Modena e Reggio e dal papa quello di duca di Ferrara. La città di Ferrara - infatti - faceva parte dei territori dell Chiesa. Tra i personaggi celebri non possiamo non citare Ercole I d'Este, durante il cui governo il ducato perse molti dei suoi possedimenti nel nordest della penisola in seguito a una sanguinosissima guerra contro la Repubblica di Venezia. E le sue figlie Beatrice, di cui abbiamo già parlato come protagonista del romanzo la Duchessa di Milano, e Isabella, moglie di Francesco Gonzaga, e protagonista dell'intramontabile romanzo "Rinascimento Privato" della Bellonci.

Lascio, di seguito, l'incipit di un racconto intitolato "La duchessa di Ferrara" (ringrazio gli amici del forum penna blu per i suggerimenti e il mitico Simone Bertelegni per l'editing in tempo record). Per chi fosse intenzionato a proseguire la lettura, basta cliccare qui per scaricare l'intero breve scritto in formato pdf. Se vi è piaciuto, ma anche no, lasciate pure un commento...



LA DUCHESSA DI FERRARA



- Avete molto peccato, Altezza – le ripeté la voce dal confessionale. Una voce roca, eppure con una sfumatura stranamente infantile.
La duchessa strizzò gli occhi, scrutando nella luce crepuscolare: don Giovanni, il giovane prete, era un vero enigma. Nessuno sapeva bene da dove venisse, ma certamente qualcuno doveva averlo accreditato presso la corte estense.
Si ripromise di indagare sul passato del giovane.
- Ego te absolvo in nomine Patris, Filii… - concluse il prelato, accompagnando le parole con il consueto gesto di benedizione.
- Ma come, padre, non mi assegnate una penitenza? – chiese Lucrezia, cercando di celare lo stupore e il disagio che la presenza di quell’uomo le procurava.
Giovanni scostò il tendaggio purpureo del confessionale, facendo sussultare la duchessa.
Il giovane le si parò dinanzi. Nella cappella, il sole morente filtrava attraverso i vetri colorati del rosone e si scomponeva in un vortice di colori, che, depositandosi sulla tonaca scura, trasfiguravano l’abito talare in un improbabile costume carnevalesco...

lunedì 16 novembre 2009

NON RIPOSI IN PACE - LA MISTERIOSA MORTE DI CARTESIO


La versione ufficiale, quella passata alla Storia, è nota a molti: René Descartes, meglio conosciuto con il nome italianizzato di Cartesio, morì di polmonite. Chiamato a corte dalla collerica e incostante regina Cristina di Svezia, patì – freddoloso com’era – il clima rigido di Stoccolma. Il 1650 fu un anno freddissimo: sull’Europa si abbatté una sorta di glaciazione. Inoltre la sovrana, in preda a un sordo fanatismo per la filosofia, costringeva il filosofo a fare lezioni tutte le mattine alle sei e, in segno di deferenza, senza alcun copricapo.
In breve la salute di Cartesio precipitò e lo colse una violenta febbre.
Almeno questa è la versione ufficiale.
Le recenti scoperte di Theodor Ebert, studioso dell’università di Erlangen, ribaltano la nota tesi della morte per polmonite. Dagli studi di Erbert emerge uno scenario ben più inquietante, che si presterebbe bene come trama per un romanzo di spionaggio.
I documenti del medico personale del filosofo non lascerebbero dubbi. All’ottavo giorno di malattia comparvero: «singhiozzo, espettorazione di colore nero, respirazione irregolare». In altre parole, i sintomi dell’avvelenamento da arsenico.
Erbert non solo suggerisce l’ipotesi di un delitto, ma si spinge anche ad additare il potenziale assassino: il padre agostiniano Francois Viogué. Era un missionario apostolico inviato a Stoccolma per contribuire alla conversione della regina Cristina.
Il metodo filosofico di Cartesio, padre dello scetticismo, avrebbe potuto creare ostacoli al processo di conversione della regina, figlia del grande Gustavo di Svezia, che passò alla storia, oltre che per le sue stravaganti abitudini, come la più celebre convertita di Santa Romana Chiesa.

mercoledì 11 novembre 2009

FINCHE' MORTE NON VI SEPARI



L’Autore de “Le spie non devono amare” (Garzanti) è uno dei maggiori esponenti della Letteratura di genere in Italia. Paradossalmente, sebbene abbia sempre considerato l’italiano la sua lingua madre, Giorgio Scerbanenco nacque nella Russia Imperiale, da padre russo e madre italiana. A Scerbanenco è dedicato uno dei più prestigiosi premi della narrativa di genere, in questi giorni alle sue fasi conclusive (su Milanonera potete trovare un aggiornamento).
La versatilità e la naturale attitudine fabulatoria dell’autore trapelano in modo quasi sensibile dalle pagine de “Le spie non devono amare”. Ornella Dallas, bella e giovane rampolla di una ricca famiglia della borghesia romana, si innamora perdutamente di un uomo, un finanziere irlandese. Fin qui, sembrerebbe, nulla di strano.
Lui si chiama Falk, senza un nome e un cognome: Falk e basta. E fa la spia. Il romanzo è un intreccio inestricabile di avventure rocambolesche e a volte inverosimili. Una narrazione a metà tra la “spy story” e il romanzo rosa, uno spaccato della borghesia romana degli anni ’70.
Il filo logico degli eventi è frastagliato, a volte situazioni ingarbugliate si dipanano senza una spiegazione plausibile. Ma non è la logicità del raccontare che colpisce in Scerbanenco, né la prosa elegante, piuttosto è l’immediatezza delle immagini e la forza vibrante dei personaggi.
In un momento in cui tutto è precario, colpisce questo romanzo che è prima di tutto un inno a un amore assoluto, che non conosce limiti né ragione, non conosce mezze misure, mezze parole e compromessi.
Il vero amore, per quanto quest’affermazione possa sembrare banale, supera ogni ostacolo:

"Ho voluto raccontare la mia storia", dice Ornella Dallas, protagonista di questo romanzo, "perché tutte le donne sappiano che si può avere felicità e amore anche nelle situazioni più disperate, anche se si è la moglie di una spia. Diversi anni fa a Berlino, in un grande albergo, io incontrai un uomo, era una spia, uno degli agenti segreti più temibili e pericolosi d'Europa. Me ne innamorai, e l'ho sposato. L'ho sposato anche sapendo che era un spia e l'ho seguito per lunghi anni nella buona e nella cattiva sorte, come dicono quando ci si sposa, nelle avventure più angosciose e disperate. Le spie non devono amare, eppure noi ci siamo amati".

martedì 3 novembre 2009

NOIR DI SUCCESSO - L'ULTIMO CUSTODE di C.A. MARTIGLI


Confesso: pur essendo profondamente innamorato del Rinascimento, di Giovanni Pico, conte della Mirandola, sapevo ben poco. O meglio, conoscevo quello che, più o meno, sanno tutti: Pico possedeva una memoria prodigiosa. Si diceva fosse in grado di recitare la Divina Commedia partendo dall’ultimo verso.
Non sapevo nulla delle sue Novecento tesi e del suo ecumenismo filosofico e religioso. Non sapevo, inoltre, che nel 2008 il sepolcro di Pico è stato aperto per esaminare la salma. Il conte di Mirandola, così si è accertato, è morto non per cause naturali, ma per gli effetti dell’arsenico (cliccare qui per relativo articolo).
Giovanni Pico, signore di Mirandola e conte della Concordia, è il protagonista del best-seller italiano “999. L’Ultimo Custode” di Carlo Adolfo Martigli, edito da Castelvecchi.
Un grande successo di pubblico, con diverse ristampe nel giro di pochissimi mesi.
Il romanzo si svolge su piani temporali paralleli e ha, come filo conduttore, un misterioso manoscritto, contenente le ultime novantanove tesi segrete del Mirandola. Il plico sigillato, attraverso i secoli, viene custodito in attesa che i tempi siano maturi per la Rivelazione finale.
Ci sono, in questo libro, molti scenari diversi e tutti ugualmente affascinanti: la Firenze del Magnifico, la Roma di Innocenzo VIII e dei Borgia, e ancora Firenze durante il Secondo Conflitto Mondiale. La prosa di Martigli è asciutta, lineare, e si snoda con sapiente disinvolutra lungo la serpiginosa trama, fitta e piuttosto articolata.
Impossibile non sentire un riverbero di Browniana memoria nelle pagine de “L’Ultimo Custode”, ma diceva Eco che i libri si parlano tra loro e, a parte alcune analogie tematiche, nulla si può obiettare alla originalità di Martigli.
La ricostruzione storica è piuttosto accurata. Ma attenzione, se siete dei fanatici del rigore storico, questo libro potrebbe crearvi dei problemi. L’autore impasta la realtà storica con abbondanti dosi di creatività e fantasia, attribuendo del tutto arbitrariamente, per dire, a Innocenzo VIII la paternità di Cristoforo Colombo. Quanta libertà sia concessa ai romanzieri nel modulare la realtà storica in base alle esigenze narrative è da tempo oggetto di accesi – a volte feroci – dibattiti. Fra tutte, segnaliamo l’interessante discussione sull’eccellente blog Letteratitudine di .Massimo Maugeri.
In ogni caso, aldilà di ogni considerazione sulla coerenza storica, il libro di Marigli regala una lettura piacevole, in cui il clima altamente tensivo è appena stemperato da una conclusione volutamente sospesa.

giovedì 29 ottobre 2009

IL VALLETTO DI DE SADE


Che cos’è il dolore? Si tratta solo di un’effimera scarica elettrica, di uno spasmo diffuso dalle terminazioni sinaptiche? Questa è la domanda che Latour, il protagonista del romanzo Il valletto di de Sade (TEA, traduzione di A. Pertici) si pone incessantemente nel corso della sua originale vicenda umana.
Latour nasce a Honfleur, nel diciottesimo secolo. E’ difficile essere diversi, imprigionati in un corpo deforme, e crescere in una piccola cittadina della Normandia. Ancor più, se al difetto fisico si accompagna l’onta di essere il figlio di Bou Bou, l’usuraia del paese.
Quasi come contrappasso alla sua deformità fisica, il destino ha fatto a Latour un dono, che si rivela essere una maledizione: il ragazzo non sente il dolore.
Comincia così la storia di una creatura toccata da una mano ultraterrena, e viene da chiedersi se non sia la mano del diavolo, e legata da un vincolo viscerale alla madre. Quando Bou Bou muore per mano dei suoi debitori, Latour intraprenderà una sua personale nemesi che prevede l’eliminazione di tutti i responsabili della morte dell’usuraia di Honfleur. Ma a questa sete di vendetta subentra una necessità più profonda e ancor più inquietante: Latour disseziona i cadaveri per trovare dove si nasconda, nel cervello delle vittime, la scintilla che a lui manca. Il centro del dolore.
Nelle sue peregrinazioni, questo serial sui generis non poteva non imbattersi in colui che ha fatto del dolore il vessillo della propria produzione letteraria: Donatien-Alphonse-François de Sade, anche noto come il Divin Marchese. Tra i due si instaura un legame simbiotico, come fossero l’uno lo specchio rovesciato dell’altro. Un vincolo che supererà le vicende terrene e la triste morte del Marchese.
Il romanzo di NiKolaj Frobenius, autore scandinavo (qui potete leggere una interessante intervista di Massimo Ciaravolo), ha conosciuto un grande successo di pubblico. Nonostante lo spunto interessante e l'affascinante ambientazione, la storia, dopo un avvio pieno di promesse, tende a scolorirsi e a perdersi. Non c’è equilibrio tra la parte relativa all'infanzia e alla giovinezza di Latour, nettamente prevalenti, e il racconto della sua maturità e del suo errabondo servizio presso l’eccentrico aristocratico. Il continuo passaggio, nella narrazione, dalla prima alla terza persona, pur gestito con sapienza, confonde e distrae allentando il climax tensivo.
Un vero peccato per il lettore che si trova a lambire l’oscurità del mondo interiore di Latour, senza mai affondarvi a pieno ed esserne rapito.

lunedì 26 ottobre 2009

RASSEGNA STAMPA - NUOVA RECENSIONE DE "I DIAVOLI DELLA ZISA"

Con vivo piacere ho letto la recensione intelligente e ironica di Simone Corà, autore e collaboratore di Edizioni XII. Simone con il suo blog MIDIAN ci regala giornalmente interessanti recensioni in ambito letterario e cinematografico.
Di seguito, riporto l'incipit della recensione:
"Interessante esordio letterario di Luca Filippi, nonché interessante progetto editoriale della Leone Editore, che ha dato vita a una collana di romanzi brevissimi, chiamati cortoromanzi, venduti a un prezzo contenuto e realizzatti in maniera più che professionale.Colpisce infatti subito questo libricino di settanta pagine scarse, per mezzo di un’accattivante brossura con tanto di alette pieghevoli e un’attenzione competente per quanto riguarda impatto grafico (tenue e gradevole l’immagine di copertina) e impaginazione (nessun errore, nessun refuso, nessun sbrodolamento). Si potrebbe parlare di manna dal cielo per la piccola editoria, ma, più che altro, la Leone Editore mostra quanto sia facile, se mi è permesso usare questo termine, confezionare ottimi prodotti, seri, vendibili, anche nel macroscopico universo della letteratura underground.Ed è un vero piacere scoprire, man mano che ci si addentra nella lettura, che la cura esterna riservata al libro è stata posta con la stessa meticolosità anche al contenuto.I diavoli della Zisa, pur nella sua semplicità strutturale, è ben scritto e ben costruito, segno che c’è stato un lavoro, dietro – fattore quanto mai temuto, neanche fosse contagioso, dalla quasi totalità delle piccole case editrici –, dal passaggio da file a carta..."
Per chi ha voglia di leggere il resto, basta cliccare qui.

martedì 20 ottobre 2009

MERCURIO, SIFILIDE E ISABELLA D'ARAGONA


Per rimanere in tema con il post precedente, quello che vedete, qui accanto, è il teschio di Isabella d'Aragona, duchessa di Milano e di Bari. Isabella era la figlia di Alfonso d'Aragona, duca di Calabria e futuro re di Napoli. La sua sorellastra, Sancia, andò in sposa al figlio del papa, Goffredo Borgia, e fu forse l'amante del Valentino.
Il nonno era Ferrante d'Aragona, sovrano famoso per i suoi eccessi, e per l'aver fatto costruire un mausoleo con le mummie dei suoi avversari.
Lei, Isabella, aveva il carattere fiero e forse un po' folle del padre e del nonno. Fu data in sposa a Gian Galeazzo Sforza, erede del ducato di Milano. Divenire la duchessa di Milano, a quel tempo, era forse meglio che essere la regina di Francia. Milano era il centro della rinascita artistica e intellettuale. Ma Isabella fu vittima delle ambizioni del Moro. Non solo; fu anche sposa infelice. Gian Galeazzo non era un marito esemplare e, nei loro non frequenti congiungimenti carnali, ebbe modo di attaccarle la sifilide.
La malattia venerea era giunta in Italia alla fine del Quattrocento, con le truppe del re di Francia Carlo VIII. In Italia fu subito nota come malfrancese, e in Francia come mal napolitain.
La terribile epidemia del '500 non risparmiò nessuno. E anche Isabella dovette fare i conti con il treponema pallidum, nome insidioso dell'agente causale della sifilide.
Ce lo dice, come spiega il professor Fornaciari in questo articolo, proprio il suo teschio: la superfice abrasa dei denti. Era l'effetto delle frequenti abrasioni che la duchessa di procurava per cancellare, dai denti, il nero causato dalla terapia con mercurio. L'unica terapia conosciuta, all'epoca, per contrastare il terribile morbo.

mercoledì 14 ottobre 2009

LA DUCHESSA DI MILANO


Nel titolo è racchiusa l'essenza stessa di questo poderoso romanzo di Michael Ennis (edito da TEA, tradotto da R. Rambelli). Chi è la vera duchessa di Milano: la giovane e ingenua Beatrice d'Este, consorte di Ludovico il Moro, o la scaltra e tenebrosa Isabella d'Aragona, figlia dell'efferato e folle Alfonso II, re di Napoli per un anno e un giorno? Questo interrogativo serpeggia tra le pagine del romanzo, senza che il lettore possa trovare una risposta ultima, definitiva. Entrambe le donne, tra loro cugine prime, hanno giocato un ruolo predominante nelle sorti dell'Italia del Cinquecento. Il destino contrappone le due cugine in un gioco più grande di loro. Beatrice si trova a fianco del poliedrico Ludovico, uomo di ingegno sottile, che regge il ducato per conto del nipote, Gian Galeazzo. Pur non condividendo, inizialmente, l'atteggiamento del Moro, Beatrice imparerà ad amarlo e ad apprezzarne le raffinate strategie politiche.

Isabella è una donna forte e ambiziosa, con stupefacenti occhi felini, ma il destino (il crudele padre) l'ha relegata al fianco di un uomo molle ed effeminato - Gian Galeazzo Sforza -, che a stento riesce a compiere i doveri coniugali, e che appare del tutto inetto al comando. Ma la volitiva Isabella non vuole in nessun modo rinunciare alle proprie prerogative e difende il titolo ducale, per sé e per i propri (illegittimi) figli, dalle mire di Ludovico Sforza.

La penna di Ennis tratteggia con sapienza le ombre e le luci della corte degli Sforza. Un affresco mirabile della Milano rinascimentale, centro di mecenatismo per le arti e le scienze, e crocevia tra i territori orbitanti intorno alla Corona di Francia e quelli del Sacro Romano Impero.

Su questo sfondo si muovono due creature intense e vibranti, Beatrice e Isabella, che si avvicinano e si respingono in una continua danza ellittica.


martedì 6 ottobre 2009

IL DELITTO DI VIA PUCCINI - NERO TRIANGOLO


Lui è un uomo attempato, ricco, e viene da una delle famiglie più blasonate della artistocrazia romana. Lei è giovane, esuberante nelle forme e nel comportamento, e viene da una famiglia della piccola borghesia. E poi, come da manuale, c'è il "terzo": un giovanotto di vent'anni o poco più, eterno fuoricorso all'Università. Una storia come tante, finita molto male: il 30 agosto del 1970 i tre vengono trovati morti in un elegante attico di via Puccini.
Il marito tradito è il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino. La donna è Anna Fallarino, moglie del marchese, senza una goccia di sangue blu nelle vene ma elevatasi al rango aristocratico grazie al brillante matrimonio. L'amante è Massimo Minorenti. Ma questo triangolo ha un connotato ancora più morboso: è lo stesso marchese Camillo a offrire la moglie a uomini di passaggio, traendo piacere vedendola posseduta da altri. Scrive il Casati Stampa nel suo diario: "Oggi Anna ha incontrato un aviere. Era giovane e bellissimo." Lui è perverso, lei si presta al gioco per ovvi motivi di interesse. Si susseguono uomini diversi, tante comparse in un incessante carosello. Poi, all'improvviso, qualcosa va storto: compare Massimo, giovane e spavaldo. Di lui, Anna s'innamora. Non si limita ad accoppiamenti preordinati dal marito voyeur, ma intesse una relazione clandestina, sentimentale ed esclusiva. Il marchese si sente tradito, per la prima volta, e impazzisce. Convoca Anna e Massimo nell'attico di via Puccini, per un chiarimento, e con loro si chiude nella stanza dando ordine al cameriere di non aprire la porta a nessuno, e per nessun motivo. L'ordine è talmente perentorio che il cameriere si rifiuta di aprire anche quando si odono degli spari provenire dalla camera. Sarà la polizia a forzare la porta.

La scena che si presenta agli occhi dei poliziotti è quasi grottesca, nella sua tragicità: Anna seduta sulla poltrona, con lo sguardo incredulo e una larga macchia di sangue sul petto, e Massimo contorto dietro un tavolino rovesciato.
Lui, Camillo, fu trovato riverso accanto al fucile, il cranio fracassato dai proiettili.
Si era tolto la vita, sparandosi in bocca, dopo aver giustiziato i due amanti.

venerdì 2 ottobre 2009

ARCANO DELLA PAPESSA - INTRIGO ALLA CORTE DEI BORGIA

Oggi, 02.10.2009, è la data ufficiale di uscita del romanzo storico noir "L'arcano della Papessa- Intrigo alla corte dei Borgia" (Leone editore). Il romanzo ha iniziato il suo viaggio verso le librerie Libraccio e Melbookstore, dove sarà esposto, e verso i punti vendita "Amici del Leone". Sarà acquistabile online dal sito della casa editrice nonché nei principali bookstore online.
Ho creato un sito dedicato al romanzo, per chi volesse visitarlo è sufficiente cliccare qui.
TRAMA
14 dicembre 1499, Roma. Secondo alcuni la fine del mondo è questione di giorni. L'Anticristo sarebbe già sulla terra, nella persona di papa Alessandro VI Borgia. Uno dei suoi più eminenti cardinali, Alessandro Farnese, incarica il proprio medico di fiducia Tiberio di far luce sulla morte del suo segretario, don Lucio, trovato cadavere nei pressi del Tevere. Ciò che poteva ridursi a un semplice esame autoptico si rivela in realtà il primo passo di un irto e concitato percorso d'indagine. Messo sulla pista giusta da un’ancella di Lucrezia Borgia, prima che costei muoia avvelenata, Tiberio si trova a investigare su una misteriosa setta neopagana, i cui adepti si accingono a sacrificare una vittima innocente.Bisogna fermarli. Entro il solstizio d’inverno.
Di seguito, il booktrailer del romanzo:

mercoledì 30 settembre 2009

DANZA MACABRA - VEIT HEINICHEN


Nella luce incerta di una piccola chiesa tardogotica, al confine tra Italia e Slovenia, due amanti sono avvinghiati ad ascoltare una guida turistica che illustra gli splendidi affreschi. La Danza Macabra, la più suggestiva tra le pitture, rappresenta la metafora dell'indistinguibilità degli uomini di fronte alla Morte. E la Morte, con i suoi colori forti ed estremi, irrompe con prepotenza nell'incipit di questo nuovo romanzo dell'autore tedesco trapiantato a Trieste, Veit Heinichen.
Una bomba esplode in città, ma le forze dell'ordine se ne accorgono solo dopo cinque ore. Neanche un'esplosione riesce a turbare l'indolenza di questa città di confine, così radicata nelle sue tradizioni.
Ancora una volta, a gudare le indagini troviamo il commissario Proteo Laurenti, divenuto ormai vicequestore, anche lui, come l'autore, trapiantato a Trieste dalla sua terra natia, Salerno.
E' simpatico, questo commissario Laurenti, un po' un Montalbano del Nordest. Ama il buon vino, il buon cibo, e le belle donne (non necessariamente in quest'ordine). In quest'ultimo episodio della saga, il commissario è alle prese con due vecchie conoscenze: Viktor e Tatjana Drakic, i quali hanno le mani in pasta in un grosso affare riguardante lo smaltimento di rifiuti. La bella Tatjana ha cambiato la faccia, grazie a una serie di interventi chirurgici, ma non le abitudini criminali. Ancora una volta il commissario si troverà nel mirino degli spietati fratelli Drakic e Trieste si manifesterà come crocevia di culture non sempre perfettamente integrate, centro dei traffici occulti tra l'Europa dell'Ovest e quella dell'Est.
Un noir dal ritmo serrato, a tratti surreale e poco verosimile, ma ben scritto e avvincente. In fondo, cosa si può chiedere di più a un autore? Un Veit Heinichen in gran forma, dopo la lieve deflessione degli ultimi due romanzi.

lunedì 28 settembre 2009

"I DIAVOLI DELLA ZISA" - RECENSIONE DI MILANO NERA

Milanonera è il primo Web press interamente dedicato alla letteratura noir, egregiamente diretto da Paolo Roversi, giornalista e autore di romanzi noir.
Quotidianamente, la testata (online, ma anche distribuita in formato cartaceo) sforna recensioni su romanzi italiani e stranieri, e inoltre ha un'interessante spazio dedicato alle interviste.
Di seguito la recensione di Andrea Zannini su "I diavoli della Zisa":

Merito della Leone Editore è la volontà di divulgare il più possibile il piacere della lettura, riducendo la fatica fisica del lettore. L’idea è di quelle che rivoluzionano il mondo dell’editoria. Basta tomi da 400 pagine pieni spesso di inutili parole, utili solo a riempire pagine, o peggio a ricondurre un filo logico ormai irrimediabilmente perso, sulla retta via. Per questo ha dato vita ad una nuova collana di romanzi brevi, da leggersi senza fatica e senza stress. Leggeri nel peso e nel prezzo, ma pieni di emozioni e sentimento.Certamente una complicazione per gli autori che dovendo creare una storia in pochissime pagine non hanno spazio per tergiversare e devono concentrare tutto in brevissimo spazio, per cui le storie devono essere particolarmente avvincenti e veloci.Compito assolto egregiamente dallo scrittore Luca Filippi che in un cortoromanzo noir-storico di un’ottantina di pagine è riuscito a concentrare storia, passione, amore, tradimenti, fascino ma soprattutto mistero. Di chi è il terzo corpo sepolto nella tomba di Federico II e Pietro II? Come, quando ma soprattutto perché è stato ucciso?Palermo XIV secolo, il palazzo della Zisa con i suoi diavoli a guardia del tesoro, è il teatro della tragedia storica. Palermo XXI secolo è il luogo dove viene ricercata la verità. Palermo, oggi come allora teatro di una passione che nasce cresce e si consuma. Di sicuro un concentrato di emozioni che nulla ha da invidiare a tomi ben più corposi.

giovedì 24 settembre 2009

LIBRI EMERSI

Libri emersi nasce come iniziativa di un gruppo di giovani autori (Massimo Junior D'Auria, Francesco Rago e il sottoscritto) allo scopo di creare uno spazio per la piccola editoria.
Troppo spesso, case editrici serie, che credono e investono nei giovani autori, faticano a trovare l'adeguato spazio e la giusta visibilità.
Per questo, abbiamo pensato di creare un "circolo degli autori", in cui i nuovi autori possono incontrarsi, leggersi e recensirsi a vicenda.
Per saperne di più, cliccate qui.

martedì 22 settembre 2009

CRISTINA DI SVEZIA, LA REGINA SENZA REGNO

Il re era malato, e la regina era incinta. Non era una donna robusta, e le levatrici sapevano che il parto sarebbe stato difficile. Il travaglio ebbe inizio l'8 dicembre dell'anno del Signore 1626, mentre una notte freddissima calava sulla città di Stoccolma. Era, il XVII secolo, un'epoca funestata dalla sporicizia e dalle malattie, ma anche da incredibili cambiamenti: dall'Africa gli schiavi avevano iniziato il loro viaggio per le Americhe, la Spagna cominciava il suo lento declino, e all'est, nelle Russie, si insediava sul trono il primo principe della dinastia Romanov.

La regina di Svezia sgravò prima di mezzanotte, dando alla luce un neonato vigoroso. Era coperto dal meconio, ma le levatrici - sentendo il ruggito emesso al primo vagito - non ebbero dubbi. Si trattava di un maschio, che sarebbe salito al trono come successore del grande Gustavo Vasa.

Solo più tardi, e con un esame più attento, si resero conto dell'errore. Il bimbo era in realtà una femminuccia, a cui fu imposto il nome di Kristina Augusta.
La vita della regina di Svezia, Cristina Vasa, inizia dunque sotto il segno dell'ambiguità e dell'errore. Alla morte del padre, l'eroe della guerra dei Trent'Anni, Cristina diviene sovrana. E' il 1632, e ha solo otto anni. Si trova alla guida del regno di Svezia, baluardo del protestantesimo contro l'impero austro-ungarico e i cattolicissimi Asburgo.
E' una creatura curiosa, ma di una curiosità intellettuale indisciplinata, che non la porta a una sistematizzazione del sapere. Convoca a corte il filosofo Cartesio. Lui è vecchio e freddoloso, ma non riesce a rifiutare la proposta della sovrana. L'inverno svedese è rigido, e il filosofo è obbligato a fare lezione alla regina a capo scoperto, per giunta alle sei del mattino. In breve, si ammala e muore. Cristina non lo piangerà più di tanto, già rapita dal bagliore di qualche nuova folgorazione
Nel 1654, inaspettatamente, la regina Cristina abdica in favore del cugino, e rinuncia al governo.

Ma non allo status di Regina, titolo che manterrà, e alla prerogative sovrane sulla compagine di individui che costuiscono la sua corte.
Non solo: la Regina abiura al protestantesimo, abbracciando la religione di Santa Romana Chiesa.
L'esistenza di Cristina scorre in un turbinio di eventi: amante della musica e dell'arte, dotata di una natura sensuale e ambigua, ama uomini e donne, senza mai contrarre matrimonio. Si stabilisce a Roma, presso Palazzo Riario, con la sua corte.
Piena di debiti, vive di eccessi e tenta più volte di recuperare lo scettro, non solo della Svezia, ma anche della Polonia, e - in un ultimo e romanzesco tentativo - del Regno di Napoli.

Non è bella: bassa, con un gran sedere, una spalla più bassa dell'altra, porta la parrucca, e indossa abiti di foggia maschile. Si circonda di intelletuali, coltivando in particolare le scienze alchemiche.
Muore nel 1689, dopo una terribile lite con un prelato, reo di aver usato violenza su una delle sue ancelle.

Viene sepolta in San Pietro, dove riposano i vicari di Cristo.

mercoledì 16 settembre 2009

A LETTO CON LA SERIAL KILLER

Chi non conosce la sindrome di Stoccolma? In breve, si tratta della condizione psicologica in cui la vittima di un sequestro sviluppa un morboso attaccamento, a volte una vera e propria attrazione, nei confronti del proprio rapitore.
Questo, in sostanza, è il nocciolo del nuovo romanzo dell’autrice americana Chelsea Cain: Un occhio perfettamente blu, Rizzoli, 359 pg, 19,5 euro, traduzione di Anna Maria Biavasco. Una prima considerazione va fatta riguardo al titolo del libro, in americano Sweetheart, qui tradotto in modo per me incomprensibile (a cosa si riferisce “l’occhio perfettamente blu”? Forse all’iride glauca della serial killer, elemento che, tuttavia, non pare così rilevante nell’economia della narrazione).
La storia si propone come ideale continuazione de “La ragazza dei corpi”. Ritroviamo il detective Sheridan, sempre più svitato e sofferente, la paziente moglie di lui, Debbie, e l’eccentrica giornalista Susan, questa volta con i capelli turchini anziché, come nel primo libro, fucsia.
Soprattutto, troviamo lei: la bella assassina, la detentrice del sopra menzionato occhio blu, la serial killer più glamorous che ci sia. Gretchen Lowell.
Il detective Sheridan è ancora segnato dalle angherie subite per mano della Lowell, ma sta meglio e ha ricominciato a prendere in mano la sua vita, è tornato in famiglia. Ha smesso di fare visita a Gretchen in penitenziario, sembra aver tagliato il filo sottile che lo legava alla sua ex carceriera. Una mattina, viene convocato sul luogo del delitto: è stato trovato un cadavere non identificato nel parco. Mentre l’investigatore comincia ad approfondire il nuovo caso, viene raggiunto da una notizia inattesa: Gretchen Lowell è evasa. Inizia una caccia all’uomo (anzi, in questo caso, alla donna): Sheridan deciderà di fare da esca e si ritroverà, ancora una volta, prigioniero e vittima della serial killer.
La lettura del romanzo mi ha lasciato un retrogusto amaro. Quando qualcuno gli chiedeva che cosa servisse per scrivere un buon romanzo, Alfred Hitchcock replicava: “Tre cose: la storia, la storia, la storia.” Insomma, in questo poderoso tomo, non succede praticamente niente. O meglio, niente di interessante.
Il povero Archie Sheridan continua a struggersi per la fascinosa pluriomicida, sua ex-carnefice, Susan dai capelli turchini fa la parte della svampita che alla fine la sa lunga, e la moglie Debbie, come molte consorti letterarie e non, sopporta, sopporta, sopporta.
Insomma, se cercate il thriller, quello che fa accapponare la pelle e vi tiene inchiodati alla pagina, qui non c’è.
Il libro va bene se volete conoscere che fine hanno fatto i protagonisti de “La ragazza dei corpi”. Niente di più, niente di meno.

venerdì 11 settembre 2009

CUI PRODEST? - UN SERIAL KILLER AL TEMPO DELL'IMPERATORE CLAUDIO

"Cui prodest scelus, is fecit". Ovvero il crimine è stato compiuto da colui a cui il delitto porta vantaggio. Questi versi immortali pronunciati da Medea, nell'omonima tragedia di Seneca, hanno rappresentato per secoli, e ancora costituiscono, la base di partenza di ogni indagine investigativa.
Cui prodest? è anche il titolo del romanzo della prolifica autrice bolognese Danila Comastri Montanari. Il romanzo prende le mosse dall'omicidio di un servo del senatore Publio Aurelio Stazio, quarantenne di bell'aspetto, gaudente, amante delle belle cose e, manco a dirlo, delle belle donne. Dotato di intelligenza e di umanità, benché profondamente radicato nel suo tempo, Publio Aurelio fa sua la massima di Seneca: servi sunt, immo homines. Sono schiavi, ma pur sempre uomini. L'investigazione porterà il senatore, sempre affiancato dall'immancabile "spalla" il liberto Castore, a visitare i luoghi più disparati della Roma dell'imperatore Claudio: i postriboli, le fabbriche di scarpe, le stamperie, e i circoli di un antico gioco, i latrunculi, non molto dissimile dagli attuali scacchi. Mentre il protagonista cerca di dipanare l'intricata matassa, altri delitti seguono al primo. Dietro a questi omicidi, un serial killer che sembra manifestare una particolare predilezione per i giovani uomini di bell'aspetto.
Ostinato nel perseguire la verità, il senatore deciderà di calarsi nei panni del sedicente servo Pubblio, addetto alle caldaie.
Il romanzo, come tutti i lavori della Comastri Montanari, è ben scritto e ben costruito. In più, rispetto ad altri della stessa autrice, questo racconto è pervaso da un pathos intenso, non solo legato all'atmosfera tensiva propria di ogni buon thriller, ma che scaturisce dall'affresco corale della eterogenea umanità ridotta in schiavitù. La penna dell'autrice tratteggia figure vibranti e diverse, nell'aspetto e nell'atteggiamento: la rassegnata Afrodisia e la ribelle Delia.
Sempre con un sorriso, e un taglio ironico, la Comastri Montanari riesce a far luce su interessanti problematiche che, per quanto radicate nell'antichità, trovano intense risonanze nel mondo moderno.

lunedì 7 settembre 2009

NeroSvezia UOMINI CHE ODIANO LE DONNE di Stieg Larsson

Il mio ricordo della Scandinavia è dominato dalla luce, una luce fredda e assoluta. E dall'assenza. Per chi è abituato alla brulicante umanità delle grandi città, può apparire quasi alienante percorrere chilometri prima di incontrare anima viva. La Svezia è lo sfondo del celeberrimo romanzo di Stieg Larsson "Uomini che odiano le donne", primo anello di una trilogia, e tradotto dalla bravissima Carmen Giorgetti Cima per i tipi della Marsilio.
Questo romanzo, che in tutto e per tutto è un poliziesco, presenta delle notevoli peculiarità.
Primo: è un tomo di dimensioni colossali, sfiora le settecento pagine. Reggere una trama mistery per un così vasto numero di pagine è una bella prova per lo scrittore. Prova che Larsson riesce a superare a pieni voti, il libro scorre in modo straordinariamente piacevole e il lettore è subito catturato dall'intreccio.
Seconda peculiarità: si tratta di un atipico mistery della "camera chiusa". Questo è il termine che si usa per indicare i delitti che avvengono in uno spazio ben definito, e in cui il numero dei sospetti è, proprio in ragione dello spazio circoscritto, limitato a una ritretta cerchia di individui. Nel libro di Larsson la "camera chiusa" è un isolotto, di proprietà di un ricco industriale, ed è quasi completamente popolato dai membri della potente famiglia.
Terzo punto critico: i due protagonisti. Da una parte, il brillante giornalista Mikael Blomkvist, dal fascino irresistibile e dall'onnivoro appetito erotico. Più che un incallito playboy, direi che ci troviamo di fronte a un bulimico del sesso. Dall'altra parte, la spigolosa e introversa Lisbeth Salander,mezza anoressica e mezza svitata, che si guadagna il pane ficcando il naso negli affari degli altri (tecnicamente è una ricercatrice, di fatto un'abile hacker).
La trama prende le mosse dalla decisione del ricco industriale Henrik Vanger di scoprire quale segreto si celi dietro la scomparsa della nipote Harriet, avvenuta quattro decadi prima.
L'indagine, condotta da Mikael e da Lisbeth, porta alla luce inquietanti misteri e inconfessabili colpe che lacerano il potente clan.
La trama poliziesca è sicuramente avvincente, anche se non brilla di assoluta originalità. Il riferimento ai versetti biblici e il tema del doppio (e del gemello) sono espedienti abbastanza sfruttati nelle letteratura gialla.
Ma quello che stupisce del romanzo è la capacità fabulatoria dell'Autore. La prosa di Larsson, nella sua disarmante semplicità, è il canto delle sirene per Ulisse, è che come una matassa invischiante il lettore, che si trova intrappolato in quella luce, in quell'aria rarefatta in cui sono immersi i personaggi del libro.
Mai, come nel caso di questo scrittore prematuramente scomparso, è valso tanto il detto: non importa tanto quello che dici, ma come lo racconti.

giovedì 3 settembre 2009

SEGNALAZIONE - LA REGOLA DELLE OMBRE di Giulio Leoni

Dal 15 settembre sarà disponibile in libreria il nuovo romanzo di Giulio Leoni: La Regola delle Ombre.
Il nuovo romanzo si svolge nella Roma del XV secolo. Il cardinale Rodrigo Borgia non è ancora papa, ma trama per sedere sul trono del vicario di Cristo.
Ecco la sinossi:
Firenze 1482. Un tipografo e il suo incisore vengono uccisi, la tipografia messa a fuoco..- ma il manoscritto originale a cui stanno lavorando, custodito altrove, è salvo. Lorenzo il Magnifico, cui il tipografo aveva promesso un'opera meravigliosa, sospetta che si tratti del volume che suo nonno Cosimo ricevette dalle mani di Leon Battista Alberti, quella "Regola delle ombre", ultimo libro del "Corpus Hermeticum", che conterrebbe il segreto per far tornare in vita i defunti. Non può saperlo con certezza perché il volume è stato cifrato dallo stesso Alberti, ma tutti gli indizi portano a crederlo. In particolare, pare che sul luogo del delitto sia comparsa una donna misteriosa identica alla bellissima Simonetta Vespucci: la fanciulla "senza pari", morta nel fiore degli anni, che Botticelli continua a riprodurre ossessivamente nelle sue opere e di cui Lorenzo stesso era innamorato. Simonetta è tornata dal regno delle ombre? La chiave per risolvere l'enigma si trova a Roma, dove l'Alberti ha trascorso l'ultima parte della vita.
Di seguito, il booktrailer del romanzo:

lunedì 31 agosto 2009

NERO UCRONIA - ROMANITAS di Sophia MacDougall

L’Impero Romano non è mai tramontato, ma anzi è più prosperoso e forte che mai, estendendo le sue propaggini per tutta l’Europa fino al Nuovo MonAggiungi videodo.
Questa, in fondo, è la base dell’Ucronia: immaginare una piega inattesa degli eventi, un intoppo nel flusso della storia e creare, così, un mondo alternativo. Il romanzo della giovane scrittrice inglese Sophia McDougall parte da un preciso presupposto storico. Molti autorevoli studi hanno inviduato come punto critico della caduta dell’Impero la congiura ai danni di Publio Elivo Pertinace, congiura nella quale il senatore trovò la morte. L’autrice immagina che – invece – la cospirazione venga sventata e che Pertinace riesca a sopravvivere e a intraprendere un’opera di democraticizzazione dell’Impero.
Niente crollo, niente divisioni, e niente secoli bui del Medioevo. È il 2757 ab Urbe condita e la potenza di Roma si estende su quasi due terzi del mondo. L’umanità è tecnologicamente molto progredita. Tuttavia, accanto alla maggiore evoluzione, nell’Impero sopravvivono pratiche barbare, come la crocefissione e la schiavitù.

Trama
Il romanzo si apre con i funerali di Terzo Novio Fausto Leone, fratello dell’imperatore ed erede al trono, e di sua moglie Clodia Aurelia, periti per un tragico accidente durante un viaggio nelle Alpi Galliche. Marco, loro figlio, si trova quindi in diretta successione al trono imperiale. La morte dei Novii – tuttavia - non è stata causata da un evento imprevisto, ma da un’oscura congiura. Marco, se vuole sopravvivere, deve fuggire sotto mentite spoglie. Il ragazzo riuscirà a cavarsela grazie a due nuovi e particolarissimi amici. Una (nome della protagonista) è una schiava, dal carattere volitivo e indomito, e ha il dono di leggere l’anima delle persone. Suo fratello Sulien, schiavo ingiustamente condannato e sfuggito alla crocefissione, ha la capacità di curare il corpo degli uomini. Solo attraverso una rocambolesca fuga e un trionfale ritorno nell’Urbe, il complotto viene sventato e l’equilibrio ripristinato.

Commento
Il romanzo è senz’altro una delle letture più affascinanti della produzione ucronica. La penna della scrittrice riesce a tratteggiare personaggi interessanti, e piacevolmente fuori dall’ordinario. La prima parte del romanzo, tuttavia, è forse troppo diluita e procede stancamente. Solo nella seconda metà, i colpi di scena e l’azione divengono incalzanti fino alla nemesi finale.

lunedì 24 agosto 2009

NEROSTORIA - La triste storia di Margherita Farnese, la duchessa ripudiata

Nacque principessa del Ducato di Parma, la bella Margherita Farnese, ma questo non le impedì di essere vittima dei pregiudizi e delle macchinazioni politiche dei suoi tempi.
Figlia di Alessandro Farnese e di Maria del Portogallo, la giovane nobildonna fu data in sposa, per ragioni puramente dinastiche, a Vincenzo Gonzaga, duca di Mantova.
Margherita aveva appena quattordici anni, e si ritrovò all’improvviso al centro di uno dei più penosi casi clinici del Rinascimento. Dopo alcuni mesi, infatti, il matrimonio non era stato consumato perché la sposa presentava un’eccezionale resistenza alla deflorazione.
Nonostante numerosi testimoni avessero confermato la consistenza ferrea (sic!) del membro del dicannovenne Vincenzo, l’imene di Margherita non cedeva agli assalti amorosi e la giovane, ahimé, rimaneva virgo intacta. Peggio, Margherita era una “vergine non forata, che in gergo se dice coperchiata”.
Fu convocato l’apparato medico di due corti, quella Farnese e quella Gonzaga, e la giovane dovette subire la penosa umiliazione di esplorazioni e invasioni infruttuose della sua intimità. Il caso era veramente spinoso: se la duchessa non fosse stata in grado di assicurare una successione, c’era la probabilità che Mantova tornasse alla Francia.
Il matrimonio fu dichiarato nullo, alla fine, e Margherita venne chiusa in convento. Probabilmente, soffriva di ipetrofia dell’imene, e sarebbe bastata un’incisione della membrana per renderla atta alla copula e alla procreazione.
Ma tant’è, all’epoca fu più sbrigativo trascinare la principessa in convento e farle prendere il velo.
Per ironia della sorte, Margherita visse a lungo, sopravvivendo a due generazioni di Gonzaga, fino a che l’ultima duchessa, la nuora di quel Vincenzo ch’ella aveva sposato e da cui era stata ripudiata, si ritrovò senza eredi. Allora scesero i Francesi, i Gonzaga Nevers, a prendersi Mantova, portando la rovina e la distruzione, insieme alla peste, come ci ha raccontato Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi”.

La storia, completa di una brillante analisi di storia della medicina, si può trovare qui.

giovedì 20 agosto 2009

LE REGOLE DEL GIALLO e S.S. Van Dine

Se da una parte, la letteratura è una forma di espressione e di creatività, il genere giallo/noir impone delle costrizioni legate alla presenza di un delitto e alle indagini investigative atte a individare il responsabile del crimine.
Per questo, nel giallo ci sono delle regole che l'autore dovrebbe tentare di rispettare. Ci ha pensato, a elencarle, S.S. Van Dine, celeberrimo giallista americano e inventore del personaggio di Philo Vance. I suoi dettami sono ovviamente delle indicazioni di massima, e vanno presi cum grano salis. Le regole sono venti, ma mi limito a citare le prime.

1. Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero: nel mistery classico, quello della Christie per intenderci, l'autore ingaggia una vero duello con il lettore per celare il mistero. Oggi, nelle elaborazioni moderne a base di tecnologie e prove balistiche, questa massima ha perso consitenza. Ma andrebbe sempre tenuta d'occhio.

2. Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore: sempre sulla falsariga di quanto detto in precedenza, l'autore deve (o dovrebbe) agire onestamente senza depistare il lettore.

3. Non ci deve essere una storia d'amore troppo interessante. E perché no? Su questo mi permetto di dissentire. Semmai, la storia d'amore non deve essere in primo piano. Ma come dimenticare la storia tra Montalbano e Livia nei romanzi di Camilleri, o la strana attrazione che spesso i protagonisti dei romanzi di Giulio Leoni provano per le varie figure femminili (Marni e Viviana in "E trentuno con la Morte", o Dante per Antilia ne "I delitti del mosaico").

4. Né l'investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Come dire, non confondiamo le carte in tavola. Giusto.


5. Ci deve essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Giustissimo! L'omicidio ha potente valenza estetica (o antiestetica, se vogliamo), come sovvertimento dell'ordine e del predefinito. Nulla di meno, e nulla di più. Anzi, credo che prima il morto compare nella storia noir o gialla, e meglio è.


Come dicevo, sono solo le prime cinque; per chi vuole proseguire, l'elenco è qui.



lunedì 17 agosto 2009

RASSEGNA STAMPA - Recensione di "Vita Nuova"

Il settimanale cattolico di Trieste "Vita Nuova" ha pubblicato una recensione del mio libro "I diavoli della Zisa" a cura di Pietro Zovatto.
Riporto il testo dell'articolo:

Misteri e arcani di Sicilia sotto la lente della scienza
La vicenda descritta dall’autore inizia con la riapertura del sepolcro di Federico II avvenuta alla fine degli anni Novanta nella splendida cattedrale di Palermo. Assieme alla salma dello Stupor Mundi (così fu soprannominato il sovrano per la sua attitudine culturale eclettica e la sua intelligenza vivace), le spoglie del meno noto Pietro II di Sicilia e quelle di un terzo individuo sconosciuto. Lo scopo della riesumazione: sottoporre i resti a indagini approfondite, anche di natura molecolare, per dare una risposta alle domande degli storici. Come sono morti Federico II, Pietro II e il terzo feretro che riposa da oltre settecento anni nel sepolcro regale? E’ possibile che dare un nome alla misteriosa salma e cosa la lega ai sovrani di Sicilia?
Si avvia così un racconto articolato, parzialmente ambientato nel XIV secolo e incentrato sulla figura di Pietro II, e contemporaneamente vissuto, anzi attualizzato, ai giorni nostri. Da un lato i torbidi intrighi intessuti alla corte del re siciliano, dall’altro la ricerca disperata di prove scientifiche in grado di dipanare la matassa e spiegare l’arcano; in entrambi i casi emerge un amore come filo conduttore del tutto. Si tratta di uno scritto forte, passionale, tragico nei riguardi dei protagonisti risuscitati dalla storia, con una vena sottile e delicata, caratteristica difficilmente riscontrabile negli omologhi romanzi storici moderni.
Un racconto concepito per coinvolgere gli appassionati del genere noir, originale nell’ambientazione e sostenuto da robuste argomentazioni scientifiche recepite dalle scoperte contemporanee.

venerdì 14 agosto 2009

Quegli intriganti degli Orléans

Si dice che la regina Margherita di Savoia, alla ricerca di una consorte per il recalcitrante e introverso figlio Vittorio Emanuele, abbia esclamato: "Le Orléans, no! Sono delle intriganti!". Il perché di tale diffidenza verso il ramo cadetto della dinastia Borbone, al vertice della categoria dei principi del sangue, è presto detto: fu proprio Luigi Filippo II, detto Filippo Égalité, a sostenere la rivoluzione francese, finendo poi egli stesso vittima della ghigliottina.
Se la regina Margherita avesse letto questo libro basato su fatti realmente accaduti, il romanzo "La strana giornata di Alexandre Dumas" di Rita Charbonnier, forse avrebbe improntato le labbra a un sorriso soddisfatto, trovando conferma alle proprie supposizioni.
Al centro della storia, infatti, c'è un baratto di neonati: nella cittadina di Modigliana due donne, nella stessa notte, danno alla luce un figlio. Una è la moglie dello sbirro Lorenzo Chiappini e, dopo una lunga sofferenza, partorisce un maschio. L'altra, invece, è una nobildonna, si fa chiamare de Joinville, ma in realtà è Luisa Maria Adelaide di Borbone- Penthièvre, consorte di Filippo Égalité, ricchissima ereditiera. Luisa Maria mette al mondo una bambina, e questo per gli Orléans è un bel guaio: se non assicurerrano la continuità dinastica, l'immenso patrimonio dei Penthièvre tornerà alla Corona di Francia. Così, il losco Filippo Égalité concepisce un piano: il figlio di Chiappini viene scambiato con la piccola principessa francese. La dinastia è salva, il patrimonio pure.
Questo è l'antefatto del romanzo, in cui Maria Stella, nata principessa del sangue, si ritrova a crescere in un ambiente quanto mai estraneo, vittima della omertà di quanti la circondano, e sanno e tacciono. Alla morte del padre, Maria Stella, andata in sposa prima a un ricco Lord inglese poi a un barone russo, viene a conoscenza dell'inganno che ha marchiato la sua nascita. Da allora, la protagonista si batterà per il riconoscimento del proprio rango, tentativo quanto mai arduo visto che - nel frattempo - il sedicente duca di Orléans, in realtà figlio dello sbirro Chiappini, è salito al trono come re dei francesi.
La storia si dipana con leggerezza tra piani temporali diversi: una Maria Stella - ormai anziana ma indomita - rivendica la dignità della propria avventurosa vita di fronte a un giovane Alexandre Dumas, non ancora divenuto il leggendario autore de "I tre moschettieri". Vuole che dalla sua vicenda personale nasca un romanzo, un'opera senza tempo. Lo scrittore alterna, di fronte alla bizzarra vecchietta, stati d'animo diversi, tra cui prevalgono la diffidenza e lo sconcerto.
Il racconto si presta a diverse chiavi di lettura: alcuni vi hanno visto il tema del rapporto madre - figlia, considerando la tormentata relazione tra Maria Stella a la madre adottiva, altri vi hanno individuato il complesso problema ereditarietà versus ambiente (contano di più le inclinazioni genetiche o gli influssi dell'ambiente in cui veniamo allevati?).
Credo, in ogni caso, che questa storia sia soprattutto una ricerca della propria identità, ricerca tanto più ardua quanto maggiore è la sensibilità di chi la intraprende. Il viaggio, come nel caso di Maria Stella, non può prescindere da un ritorno alle orgini.