Recensione de "Il labirinto occulto" a cura di Massimo Junior D'Auria, talentuoso e giovane autore partenopeo, sul free press Il Domenicale di Casoria.
LA VIBRAZIONE NERA
noir&storia&mistero
sabato 25 maggio 2013
giovedì 23 maggio 2013
[Intervista] - FRANCO LIMARDI, IL FILOSOFO E IL BRIGANTE...
Franco Limardi è un filosofo. Per sua stessa ammissione, ha svolto diverse professioni, dal libraio al conduttore radiofonico, fino alla professione di insegnante. Vive nella bella città di Viterbo e per un periodo ha fatto lo sceneggiatore. La sua notevole versatilità lo ha portato a spaziare dal noir (Anche una sola lacrima, Marsilio) al romanzo storico. Con “Il bacio del brigante” (Mondadori, omnibus) ci consegna un avvincente western ambientato nell’Ottocento.
Franco ha accettato di rispondere a questa intervista per gli amici de “La vibrazione nera”.
Esordisci nel 2001, con il romanzo "L'età dell'acqua" (DeriveApprodi), che si classifica secondo al Premio Italo Calvino. Come hai iniziato a scrivere e come si è svolto il tuo incontro con il mondo editoriale italiano?
Ho iniziato a scrivere come sceneggiatore, seguendo una delle mie più grandi passioni, il cinema.
Mi piaceva l’idea di raccontare storie, di scrivere i film che avrei visto volentieri in sala. I corsi di scrittura creativa che ho seguito erano tutti finalizzati in quel senso, alla produzione di testi per lo schermo, mentre per la pagina scritta, per la narrativa, il mio è stato un percorso da autodidatta. negli anni Novanta, ho scritto un paio di testi teatrali, due commedie che furono messe in scena da compagnie amatoriali romane e che recentemente sono state riprese da gruppi teatrali di giovani appassionati. Ultimamente ho scritto altri due testi teatrali, due progetti nati per partecipare a due edizioni diverse del festival teatrale “Quartieri dell’Arte”. Uno era un lavoro che partiva da testi di canzoni “nere” per sviluppare dei monologhi; lo spettacolo si articolava su quattro testi scritti da Giancarlo De Cataldo, Luigi Bernardi, Gino Saladini e me; il mio testo prendeva spunto da “Romeo is bleeding” di Tom Waits trasformando il protagonista della canzone, un chicano, in un piccolo malavitoso romano. L’altro testo, messo in scena in una edizione successiva del Festival invece era un dialogo che traeva spunto da un sonetto di Michelangelo Buonarroti.
La partecipazione al Calvino è frutto di una combinazione; avevo appena scritto il romanzo “L’età dell’acqua” e ne avevo parlato ad un amico il quale, dopo averlo letto, mi consigliò di inviarlo al premio. La menzione speciale da parte della giuria, l’interessamento di Marcello Fois prima e di Luigi Bernardi poi che allora era il responsabile della collana “Vox noir” di “DeriveApprodi”, portò alla pubblicazione del romanzo. Spesso ho detto che il mio è stato un percorso editoriale fortunato e per certi versi continua ad esserlo.
Il tuo secondo romanzo "Anche una sola lacrima" (Marsilio, 2005), ha come protagonista un uomo, Lorenzo, roso da un'insanabile inquietudine che lo porterà a imbarcarsi in un'impresa folle. Il libro sembra collocarsi nell'ambito del glorioso genere "poliziottesco all'italiana": quali archetipi letterari/cinematografici hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?
Ad essere sinceri non ho mai amato quel genere, il “poliziottesco” degli anni ’70 e non riesco a rivalutarlo nemmeno ora, ad eccezione di pochi titoli, come “Milano calibro nove” che peraltro
è tratto da un ottimo romanzo di Scerbanenco. Preferisco rifarmi a titoli americani degli anni ‘40
come “La fiamma del peccato” “Il falcone maltese” “Il lungo addio” o “Il grande sonno” e “Viale del tramonto” anzi quest’ultimo è espressamente citato proprio nell’idea che è all’inizio del romanzo.
Tutti importanti romanzi e tutti grandi film. A questi aggiungerei “Getaway” di Sam Peckimpah
E almeno due film di Takeshi Kitano: “Hana bi” e “Brother”.
Lorenzo Madralta è sicuramente un uomo preda di un’inquietudine profonda, uno che non riesce a trovare il senso della propria vita, ma ha una propria etica, si può dire che appartiene alla schiera dei “losers” dei perdenti, ma quelli che pur rendendosi conto della prossima e definitiva sconfitta proseguono nel loro cammino perché non hanno alternative e perché voglio rimanere fedeli a se stessi, costi quel che costi.
Il tuo terzo romanzo "I cinquanta nomi del bianco" (Marsilio, 2009) racconta una storia di intrighi e violenza che si dipanano mentre una intensa nevicata copre di bianco la città. Come nascono le tue ambientazioni?
All’origine di questo romanzo c’è una vera nevicata che qualche anno fa bloccò per alcuni giorni
Viterbo, la città in cui vivo da alcuni anni. L’ambiente urbano si era trasformato, si era quasi cristallizzato, con i ritmi abituali che erano divenuti rarefatti, rallentati al massimo; l’aria era cambiata, si era riempita di suoni diversi, inusuali e camminare per la città era diventato del tutto diverso da come si faceva abitualmente. Quella andatura forzatamente lenta, costringeva a prestare attenzione a particolari che altrimenti sarebbero sfuggiti: alle facce, ai gesti, ai luoghi.
Mi era venuta in mente poi qualcosa che veniva dai testi di linguistica che avevo studiato all’università, una cosa che mi aveva particolarmente colpito già allora e cioè che le popolazioni che vivono all’estremo Nord possiedono nella loro lingua cinquanta parole circa per descrivere tutte le possibili sfumature del colore che domina il loro paesaggio, cioè il bianco.
Infine legai tra loro due cose apparentemente inconciliabili, il crimine a cui associamo abitualmente il colore nero e la neve, un simbolo per eccellenza della purezza. In questo modo la città diventava un teatro gelido e distaccato in cui si svolge una vicenda torbida e di una violenza estrema, ma quasi coperta, soffocata dalla coltre della neve.
Il tuo ultimo romanzo "Il bacio del brigante" (Mondadori, 2013) narra le vicende di Michele Pastorelli e della sua complessa e avventurosa cattura nell'Italia dell'Ottocento. Uno scenario desueto per un romanzo storico: come mai hai scelto il tema del brigantaggio e come si è svolto il lavoro di documentazione storica?
Uno scenario non troppo frequentato in effetti; il romanzo storico oggi si muove prevalentemente nelle vicende dell’antica Roma, repubblicana o imperiale oppure nel medioevo, dove si colora di elementi fantastici, misteriosi; eppure l’Italia degli ultimi anni dell’Ottocento, con le sue trasformazioni, contraddizioni forti dal punto di vista sociale, economico e culturale, credo sia un terreno fertile per trovare storie, per ambientare intrecci interessanti. Le vicende che racconto ne “Il bacio del brigante” sono estremamente romanzate, pur avendo alla loro base dei fatti storici realmente accaduti. I personaggi del romanzo sono ispirati a personaggi reali e qualche elemento vero spunta qui e là nella storia, per dare un sapore ancora più autentico. Quello che mi aveva colpito e interessato era stato un processo tenutosi a Viterbo nel 1893 in cui gli imputati erano addirittura 271, tutti accusati di essere “manutengoli”, cioè fiancheggiatori, del brigante Tiburzi; forse è stato il primo maxi processo della Storia d’Italia, eppure del brigantaggio nella Maremma si è sempre parlato poco. La natura del fenomeno è sicuramente molto diversa da quella del brigantaggio meridionale,che fu più esteso e più “politico”, tanto da configurare la sua repressione come una vera e propria guerra civile; però il brigantaggio sviluppatosi tra la Toscana e l’alto Lazio ha avuto caratteristiche interessanti, in un territorio particolare dal punto di vista naturalistico ed altrettanto particolare come panorama sociale e le piccole bande che percorrevano la Maremma e la Tuscia, spesso creavano dei sistemi criminali, con contatti col mondo politico e con i potentati economici che in parte ricordano i metodi della moderna criminalità organizzata.
Il lavoro di documentazione è avvenuto con lo studio del notevole materiale a disposizione della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, dove ho potuto anche accedere anche a copie anastatiche dei giornali di fine ‘800, grazie alla cortesia del personale della biblioteca. Poi ho visitato il Museo del brigantaggio che si trova a Cellere, paese natale del brigante Tiburzi e, infine, con lunghi trekking nella Riserva naturale di Monte Rufeno presso Acquapendente e la Riserva naturale Selva del Lamone nei pressi di Farnese, su quei percorsi che poi formano il cosiddetto “Cammino del brigante”.
"Il bacio del brigante" è anche una storia sull'onore, sul tradimento e sull'amicizia. Un intreccio di personaggi tra loro molto diversi: a quale ti sei maggiormente affezionato e per quale motivo?
Credo di poter ripartire il mio “affetto” tra molti dei personaggi del romanzo. Ci sono Luciano Fiorilli e il maggiore Carcano che sono due personalità forti, con storie personali diverse, entrambi con caratteri marcati ma ognuno con i propri dubbi, le proprie incertezze e i propri fantasmi. A loro aggiungerei Vincenzo Capotosti, che è un personaggio importante, sia per il ruolo che gioca nella vicenda, sia per il processo di maturazione e di cambiamento che produce nell’amico Luciano; Vincenzo impersona la speranza, la fiducia in un futuro diverso e un certo candore che ne fa un personaggio divertente e poetico. Poi ci sono le due signore del romanzo: Giuditta, la moglie di Luciano e la contessa Eleonora Berlioz Sarzani. Sono donne profondamente diverse tra loro per condizione sociale e per il loro vissuto, ma entrambe hanno caratteri decisi, determinati che devono confrontarsi continuamente con un mondo maschile che spesso è pervaso di durezza, di cinismo e violenza.
Ci racconti cosa "bolle in pentola"?
La pentola è grande e contiene molte cose; sono sempre un po’ restio a parlare dei progetti su cui sto lavorando, perché da una parte sono scaramantico e temo che qualcosa possa “bruciarmi” le idee, dall’altra non mi piace parlare di qualcosa, fino a quando non si è concretizzata veramente, perché non mi piace sembrare uno che millanti lavori che poi rimangono solo a livello di idee.
Comunque farò un piccolo strappo alle mie abitudini: mi piacerebbe seguire le vicende di alcuni dei personaggi de “Il bacio del brigante” anche dopo la conclusione della storia raccontata nel libro e sto già lavorando alla documentazione, c’è poi un altro progetto, questo ambientato in epoca contemporanea, che ha le caratteristiche della spy story; sono diversi progetti, parecchi,spero che mi basti il tempo per realizzarli tutti!
Grazie a Franco, per la sua disponibilità. Per chi voglia contattarlo, può farlo sul suo sito personale. E, per concludere, una videointervista all'autore sul suo primo romanzo "L'età dell'acqua":
Grazie a Franco, per la sua disponibilità. Per chi voglia contattarlo, può farlo sul suo sito personale. E, per concludere, una videointervista all'autore sul suo primo romanzo "L'età dell'acqua":
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domenica 19 maggio 2013
IL LABIRINTO OCCULTO - Recensioni, interviste e primi riscontri dalla Rete
Il labirinto occulto è uscito da poco più di una settimana. Nel frattempo, sono accadute un po' di cose. Sul blog Liberi di scrivere è stata pubblicata la prima recensione, a cura di Viviana Filippini: "Tutti i protagonisti di questa avventurosa caccia all’antico reperto e
all’assassino sono dotati di una molteplicità di sentimenti ed emozioni
che li rendono ambigui, fragili e umani." Chi vuole continuare a leggere può cliccare qui.
Preziosa anche la segnalazione di Gian Luca Campagna, organizzatore della nota rassegna letteraria Giallolatino: "Luca Filippi, romano classe 1976, medico chirurgo, appassionato di
letteratura noir e storica, ci introduce SEMPRE in trame piene di
intrighi coniugando la passione per la storia con quella per l’indagine
scientifica".
Sebbene il romanzo abbia un'ambientazione piuttosto varia, che spazia dai castelli della Loira fino alla Repubblica di Venezia, la Roma dei Borgia è presente anche in questo mio ultimo lavoro.
I Borgia godono di una popolarità inossidabile e sembrano non risentire di alcun effetto da "sovraesposizione", nonostante la prima stagione dello sceneggiato di Neil Jordan "The Borgias" sia appena concluso su LA7. Di Borgia e di altro ho parlato nell'intervista sul portale "The Borgias Italia".
E di Borgia parlano anche le sorelle Martignoni nell'articolo "Poveri i nostri Borgia" sulla rivista Storia in Rete. La due autrici hanno intervistato gli scrittori che più recentemente hanno trattato le vicende della potente dinastia di Valencia. Il sottoscritto si è trovato in compagnia di grandi nomi come Carlo Adolfo Martigli (L'eretico) e Mauro Marcialis (Il sigillo dei Borgia).
E mentre Il labirinto occulto scala la classifica Gialli storici di IBS, assestandosi al primo posto ai primi posti dopo tre romanzi della NewtonCompton, sono cominciate le trattative per la vendita dei diritti di traduzione in alcuni Paesi esteri. Come andrà a finire?
Il destino di un romanzo è un mistero...
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domenica 12 maggio 2013
[Intervista]- Nicola Verde e il fascino dell'anti-Giallo
Nicola Verde è una delle voci più originali del noir italiano. Vive e lavora a Roma e ha vinto prestigiosi premi, come il Lovecraft e il Lama&Trama. La sua produzione letteraria risente molto della cultura sarda, alla quale è molto legato. Ha pubblicato numerosi racconti e i romanzi Sa morte secada, Un'altra verità e La sconosciuta del lago.
Con l'editore digitale MIlanonera ha pubblicato l'ebook Processo alla strega.
Nicola ha accettato di rispondere alle domande per gli amici de La vibrazione nera.
Nel
tuo ebook "Processo alla strega" (Milanonera) troviamo il personaggio
di Julia Carta, accusata di stregoneria: un personaggio avvolto nel mistero,
che sembra comparire dal nulla e ritornare al nulla. Dove hai incontrato
"Julia Carta" e come è diventata la protagonista del tuo ebook?
Tutto
nacque dalla precisa richiesta che mi fu fatta da Gianfranco De Turris per
un'antologia che stava curando: un racconto dove ci fosse una struttura che
indagasse il mistero. Quale migliore argomento della Santa Inquisizione? Lessi
un interessante saggio, basato su documenti dell'epoca, su un processo che la
Santa Inquisizione tenne in Sardegna tra
il 1596 e il 1597 nei confronti di una donna di nome, appunto, Julia Carta. Mi
parve l'occasione giusta per farne ispirazione al mio racconto. Così ebbe origine la fantomatica
“Commissione per la fortificazione dei fondamenti della dottrina”, quale
costola della
“Congregazione per la dottrina della Fede”, che dovrebbe prevenire eventuali
contestazioni scientifiche ai miracoli. L'intreccio, naturalmente, è solo
fantasia.
Nella
tua produzione letteraria è molto forte la presenza della cultura sarda. Ci
vuoi spiegare le ragioni di questa contaminazione/fascinazione?
Sono
venuto a contatto con la cultura sarda dopo aver conosciuto mia moglie. Prima
non solo mi era del tutto sconosciuta, ma, come a molti, mi appariva
misteriosa, se non addirittura minacciosa, Dessì, uno dei figli più illustri di
quella Terra, diede questa definizione: …
La Sardegna si muove in un tempo preistorico, ed è come un pezzo di luna caduto
nel Mediterraneo....
Se
vogliamo il
suo fascino è già tutto lì.
Poi
ci fu il 1968 e le cose presero a cambiare, in Italia come nel mondo (non per
niente le mie storie sono ambientate proprio in quel periodo) e la Sardegna
rappresenta, secondo me, il perfetto crogiolo di quei cambiamenti, perfino la
cosiddetta resistenza dei sardi nei confronti di ciò che veniva da fuori, “la
costante resistenziale sarda” famoso assioma del Lilliu, cominciò a
scricchiolare, dando il perfetto segno dell'avvio di un cambiamento epocale. Il
mio maresciallo si muove proprio sul crinale di quella trasformazione.
I
l
tuo ultimo romanzo "La sconosciuta del lago" è ispirato a una vicenda
realmente accaduta negli anni Cinquanta. Come ti sei imbattuto in questo
episodio di cronaca e come è nata l'idea di scrivere un romanzo sull'argomento?
La
donna uccisa si chiamava Antonietta Longo, veniva dalla Sicilia e a Roma faceva
la donna di servizio. Il suo corpo decapitato fu trovato sulle sponde del lago
di Castelgandolfo e per oltre un mese rimase senza nome. Né la testa, né il suo
assassino furono mai rintracciati.
Fu
una vicenda terribile che, secondo me, ha segnato la fine di un'epoca (insieme
al delitto Montesi, al mostro di Nerola e a qualche altro episodio di cronaca):
fu allora che i giornali cominciarono ad accorgersi degli orrori del
quotidiano, dopo un lungo periodo “letargico” durante il quale erano stati
costretti a non occuparsene, forse col gusto del macabro, ma è indubbio che le
cronache di quei delitti registrarono anche la trasformazione in atto nella
società italiana: da rurale a industriale. Furono, insomma, una specie di
spartiacque.
Il
mio romanzo segue la traiettorie di quelle indagini, le ricalca, per poi
prendere una strada tutta sua, inventando personaggi e storie, persino il paese
è immaginario, affinché, pur identificando vicenda e luogo, sia chiaro che ne
prende le distanze. In fondo, come recita la bandella: è una storia di molte
menzogne e poche verità.
Le
storie nascono sempre da una suggestione, da un'immagine, la mia suggestione è
venuta dall'immagine di quella donna senza testa buttata sulle sponde del lago
come un manichino (non per niente l'incipit parte in questo modo), mentre
attorno le accadevano le cose più strane, alcune paradossali, altre addirittura
comiche. Mi sono chiesto che ne avrebbe pensato la diretta interessata se
avesse avuto modo di domandarselo. Tutto si è messo in moto da lì. Ho pensato
ai sogni, alle speranze di quella donna di provincia (siamo a metà degli anni
'50: fotoromanzi e Cinecittà). Ho riflettuto sulla sua storia, su quello che ne
veniva fuori dagli articoli dei giornali dell'epoca: la verità di chi indagava
e di chi l'aveva conosciuta. Ma la sua verità? Quella di lei? La verità non è
unica, è in ciascuno di noi (il cosiddetto soggettivismo della verità). Così la
sua versione dei fatti si affianca a quella degli altri: la morta che parla e
si rivolge al commissario. Un paradosso necessario. (Soltanto più tardi ho
scoperto che lo stesso artifizio è stato usato dalla Sebold per il suo “Amabili
resti”)
Ma
non solo.
Stanco
delle regole che imbrigliano il genere, ho cercato di raccontare un giallo che
fosse allo stesso tempo un anti-giallo: in giro ci sono troppi commissari
belli, fascinosi e, soprattutto, bravissimi ed ecco il mio Malerba diventare
esattamente l'opposto. Il giallo è sempre consolatorio? e allora ecco che il
mio, non prevedendo la consegna del colpevole alla giustizia, rifiuta quel
buonismo un po' peloso. E poi la necessità più necessità di tutte: quella di
tentare di raccontare gli angoli bui dell'animo umano. Michele Prisco, citando
a sua volta un altro autore, scrisse: E'
pericoloso scendere nel cuore umano a lume di candela, la fiamma potrebbe
estinguersi per mancanza di aria pura.
Be',
a me è piaciuto provare.
Leopardo
Malerba, il protagonista de "La sconosciuta del lago", si potrebbe
definire un anti-eroe: brutto, sporco e cattivo. E anche in controtendenza
rispetto a certi stereotipi, visto che è soprannominato "mezzacanna",
in riferimento ai suoi attributi virili. Pensi che Leopardo ritornerà in un
sequel de "La sconosciuta"?
Ne
ho già fatto cenno nella risposta precedente: il mio Leopardo Malerba non è
bravo; non è bello; non è alto; non è magro; non è troppo intelligente; non è
simpatico; non è moralmente integro. Insomma, nel mio personaggio i “non è” si
sprecano. E per quanto riguarda i suoi “è”, non sono lusinghieri: è un
opportunista; è un mediocre; è un amorale; è uno sconfitto. Ma non se ne rende
conto. Non è un personaggio in cui viene voglia di identificarsi, ma ponendogli
la giusta attenzione, potremmo accorgerci che, per certi versi, un po' ci
assomiglia. Tutti, chi più chi meno, abbiamo dentro di noi un pizzico di
Leopardo Malerba. Poi ci sono i freni inibitori. Si potrebbe dire:
“l'inavvertibile senso” della normalità. Un male infido e irriconoscibile
depositato nel fondo di ciascuno di noi: basterebbe scuoterci per far venire a
galla quella feccia! Tutti i personaggi della mia storia hanno un lato oscuro
di cui vergognarsi, pure la vittima, perché nessuno è immune al male.
Una
delle peculiarità del giallo è quella che io definisco “l'identificazione per
aspirazione”, nel mio romanzo dovrebbe esserci, invece, “il riconoscimento”.
Più semplicemente. Ma anche più mortificante e terribile.
Nel
campo degli indagatori, Malerba è il contrario di quei commissari che vanno
tanto di moda e che Andrea Carlo Cappi, con l'intuizione e la sintesi dello
scrittore, ha definito: commissari
cliché. In definitiva il mio romanzo è un anti-giallo e il
mio commissario un anti-personaggio. Ma non in senso negativo, tanto da
diventare, comunque, un eroe, alla Diabolik, per intenderci. Ma neppure
dispregiativo, ammesso che la normalità non sia intesa in questo senso.
Leopardo
Malerba è quello che si è nella realtà: non esistono super eroi capaci di
venirci in soccorso, ma soltanto degli uomini, a volte loro stessi bisognosi di
soccorso. Del resto persino Sciascia nel suo “A ciascuno il suo” scrisse: gli elementi che
portano a risolvere i delitti che si presentano con caratteristiche di misteri
o di gratuità sono la confidenza diciamo professionale, la delazione anonima,
il caso. E
un po', soltanto un po', l'acutezza degli inquirenti.
E
mica lo scrisse per denigrare la polizia.
Quanto
a un suo possibile ritorno, ho in progetto un romanzo più ancora “oltranzista”
de la “Sconosciuta”, dove mettere in campo i difetti veri della polizia,
Leopardo Malerba dovrebbe avere un suo posto, non so ancora se primario o
secondario.
Esiste
un momento della giornata o uno stato d'animo che ti predispone alla scrittura?
No.
Anche se, naturalmente, ci sono situazioni più proficue e altre meno. Quando
lavoravo, per necessità mi dedicavo alla scrittura la sera e durante i fine
settimana, adesso durante il giorno, d'altra parte, citando Philip Roth: I dilettanti
aspettano l'intuizione, i professionisti si rimboccano le maniche e lavorano.
E,
infine, cosa bolle in pentola?
A
parte il romanzo cui ho fatto cenno più sopra (e già avviato almeno in parte),
un altro lavoro sul mio maresciallo Dioguardi: Sardegna luglio 1969, il giorno
dell'allunaggio, una storia che ha radici più lontane, nel 1919. Un'opera in
uno stadio molto avanzato. Altri progetti in studio.
Un
paio di antologie di prossima uscita, entrambe con autori di maggiore fama che
non la mia, una di fantascienza che vede la luce dopo molti anni e un'altra che
prevede racconti-incastro, (o romanzo-mosaico come abbiamo voluto definirla),
che danno origine a un'unica storia dagli aspetti giallo-noir. Un modo nuovo di
formulare una raccolta di racconti.
Grazie a Nicola per aver risposto alle nostre domande!
Grazie a Nicola per aver risposto alle nostre domande!
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sabato 11 maggio 2013
[Recensione]- LA CATTEDRALE DEL MISTERO DI NURIA ESPONELLA' ovvero Il Respiro delle Mura
Dietro le mura si respira una polvere sottile, un misto di pietra e
gesso. Dietro le mura ci sono rumori liquidi, c'è una penombra umida in
cui palpita una vita segreta. Il confine tra il lecito e l'illecito
spesso è molto labile, vincolato all'arcana legge del più forte.
"Dietro
le mura" (Rere els murs) è il titolo originale del romanzo
di Nuria Esponellà, vincitrice del prestigioso premio Nestor Lujàn. Il
libro viene proposto in Italia dalla casa editrice Tre60 (GEMS) con il
titolo "La cattedrale del mistero. Il segreto della reliquia maledetta"
(pagg. 405, euro 9,90, trad. Simone Bertelegni) e una copertina lucida e
accattivante che subito ci trasporta nella cupa atmosfera medievale.
Siamo
nel 1161, in Catalogna. L'abate del monastero di Sant Pere de Rodes,
grazie a una generosa donazione, può finalmente intraprendere importanti
lavori di restauro per rendere la chiesa abbaziale un monumento
grandioso, che susciti devozione e ammirazione nei pellegrini. L'opera
viene affidata al maestro Peire, eccellente artista, che giunge
accompagnato dal suo seguito di aiutanti e assistenti ma, soprattutto,
porta con sé la figlia Càndia, splendida fanciulla dagli occhi color
carbone. Càndia conquista il cuore di Blai, orfano cresciuto al
monastero e che si rivela dotato di un naturale talento per l'arte. Per
avvicinare Càndia, Blai diventa apprendista del maestro Peire. Ma Càndia
è promessa al figlio del visconte e questo rende impossibile il suo
legame con un giovane orfano, che si scoprirà figlio bastardo di una
coppia sacrilega.
![]() |
| Monastero di Sant Pere de Rodes by Matt Long (Landllopers) |
La situazione precipita quando una sciagura
si abbatte sul monastero: le reliquie di San Pietro vengono trafugate.
Qualcuno deve recuperarle, e in fretta: le spoglie del santo nascondono
un segreto che può incrinare il potere della Chiesa di Roma. Il compito
viene affidato a Sebastià, ex cavaliere crociato, che ha cercato la
redenzione dei propri peccati allevando l'orfano Blai e curando i
pellegrini che giungono in visita al monastero.
Sebastià, scortato dal figlioccio, intraprende la rischiosa missione, che lo costringerà a fare i conti con il proprio passato.
"La
cattedrale del mistero" potrebbe sembrare, a una prima lettura, un
avvincente thriller storico, ambientato in un'epoca di conflitti,
violenze e contraddizioni. In realtà, dietro alla trama puramente
"thriller", si cela una tessitura fine e complessa, nella quale vengono
affrontati importanti temi storici e sociali: i dissidi tra potere
spirituale e temporale, la lotta per la sopravvivenza, la feroce
tassazione imposta ai contadini. Si tratta anche di un romanzo di
formazione, da un certo punto di vista, perché proprio nell'avventuroso
tentativo di recupero della reliquia, Blai accetta di confrontarsi con
le proprie origini, di comprendere il senso del peccato e di misurarsi
con il mondo. In altre parole, il protagonista raggiunge la sua
maturità, diventa uomo.
Ma "La cattedrale del mistero" è soprattutto un romanzo sul valore
immarcescibile dell'Arte. Perché se è vero che tutto passa e tutto si
consuma, l'Arte rimane l'espressione più alta della natura umana, l'unica - forse - in
grado di resistere alla furia degli elementi e alle sabbie del Tempo.
Núria Esponellà è insegnante e scrittrice. La cattedrale del
mistero – Il segreto della reliquia maledetta è il suo primo libro
pubblicato in Italia.
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